Ultracorpo

Ultracorpo

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Con Ultracorpo Michele Pastrello firma un cortometraggio che cerca il punto di contatto tra L’invasione degli ultracorpi e Cruising. Trovandolo.

Germi

Lo so. Loro credono che io sia un pazzo, un violento. Loro credono questo. O perlomeno quello che la scienza psichiatrica dice loro di credere. Ma io so che non è così: io li ho visti. Sono nascosti ovunque: nelle strade, nelle città, nelle campagne. Loro si nascondono nelle fabbriche. Si nascondono persino nelle nostre case. Ma io ho visto i loro occhi. Cercavano di impadronirsi del mio corpo e della mia mente. A quel punto ho sentito che dovevo difendermi, che dovevo fare qualcosa. Io dovevo difendere la legge naturale dell’ordine. Ma lui mi sussurrava: noi siamo ovunque… [sinossi]

Di Ultracorpo, terzo cortometraggio diretto da Michele Pastrello (in realtà si tratterebbe del quarto, ma sull’esordio, oramai disperso nelle nebbie del tempo, lo stesso regista è piuttosto restio a dilungarsi), avemmo già modo di parlare su queste pagine nel corso di un breve e parziale excursus sul cinema indie nostrano ammaliato dalle chimere del genere: si trattò, all’epoca, dell’unico lavoro sulla breve distanza citato, a fronte di una discreta messe di lungometraggi. Il perché è presto detto: si annida qualcosa, tra le pieghe del cinema di Pastrello, che anno dopo anno, lavoro dopo lavoro, inizia a far intravedere squarci di una poesia turbolenta e malata, dissonante e crudele, per quanto vitale e appassionata. Michele Pastrello non è il classico regista ai primi bagliori della sua arte: rifugge le luci della scena, si ostina con pervicace coerenza a filmare il mondo che conosce meglio e che lo circonda (nello specifico la provincia veneta, quell’immenso corpo pulsante e piatto, infinito all’occhio, che è la pianura padana).

Eppure, nonostante questo, i suoi film bruciano di una fiamma inequivocabilmente metropolitana: Diego Pagotto, splendido protagonista di Ultracorpo nonché volto tra i più interessanti del nuovo panorama italiano – lo potreste ricordare per le sue convincenti interpretazioni ne L’uomo che verrà di Giorgio Diritti e Fuga dal Call Center di Federico Rizzo – si aggira per le vie della periferia di una cittadina, ma le fioche luci che lo illuminano malamente, le timbriche della notte il ritmo stesso della sua esistenza fanno immaginare i palazzi sdruciti e l’atmosfera malsana del Bronx o di Brooklyn. Non è una novità rintracciare detriti dell’horror politico statunitense degli anni ’70 nei percorsi autoriali del trentacinquenne cineasta: già 32, per fermarsi al suo lavoro più recente, inseriva nel suo originale e metaforico “eco-horror” rimbombi di Wes Craven e Tobe Hooper, in una commistione di apparati visuali destinata a sorprendere anche gli spettatori più smaliziati. Lo schema viene riproposto con ancora maggior forza e lucidità in Ultracorpo: se il riferimento immediato, fin dal titolo, è ovviamente alla paranoia da Guerra Fredda del capolavoro di Don Siegel del 1956, la messa in scena di Pastrello guarda senza vergogna a William Friedkin e al suo universo paranoide e disturbato. Intelligente incursione nella mente di un uomo ossessionato dal suo stesso essere al mondo, impegnato a interpretare il ruolo che la società gli ha (in)consciamente attribuito, Ultracorpo non è (solo) un film sulla diversità, né sarebbe esatto leggerne la metafora solo da un punto di vista strettamente “sessuale”: certo, il discorso sul diverso, l’irrequieta e insopprimibile paura della seduzione omoerotica che scuote il protagonista, è uno dei punti nodali attorno ai quali Pastrello costruisce l’intera architettura narrativa e visiva della sua ultima creatura. Ma ciononostante Ultracorpo non merita di essere portato alla ribalta tanto per le sue velleità di critica sociale – che sono relative, e del tutto accessorie alla costruzione di un immaginario personale ansiogeno e attanagliato dalla claustrofobia – quanto per il coraggio con il quale il giovane regista ha affrontato l’intera vicenda.

Laddove sarebbe stato comodo, e forse persino istintivo, raggelare l’azione con uno sguardo esterno, asettico e giudicante, Pastrello sfonda una volta per tutte il muro dell’ipocrisia e si insinua direttamente nell’azione: scegliendo solo e unicamente il punto di vista di Pagotto, sposandone in tutto e per tutto la messa a fuoco degli eventi che si avvicendano sullo schermo, Pastrello costringe lo spettatore stesso a confrontarsi con il proprio io. Fin troppo facile e cieco sarebbe accusare Ultracorpo di omofobia, e ciò denoterebbe una completa incomprensione del cortometraggio – che si eleva, come da prassi per Pastrello, quasi fino alla mezz’ora di durata.  Germe anch’esso come il virus dell’omosessualità che brama la conquista delle sue prede,  il cinema di Pastrello penetra sottopelle, con lenta e studiata efficacia, e assoggetta al proprio volere lo spettatore, grazie anche all’elegante solidità della regia: vedere per credere la sequenza a tavola tra l’efebico padrone di casa e il palestrato idraulico, gioco di seduzione e al contempo magistrale trattato sull’orrore. Inafferrabile, il cinema di Michele Pastrello non assomiglia a nulla di ciò che attualmente ci sta proponendo il nostro sistema produttivo: Ultracorpo è, con ogni probabilità, la sua opera più matura. La speranza, la stessa che si nutre per molti altri giovani cineasti dispersi nei meandri dell’indipendenza e dell’autoproduzione, è che il mondo si accorga di lui una volta per tutte.

Info
Ultracorpo, il corto completo su Youtube.
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