Clint Eastwood Director’s Collection

Clint Eastwood Director’s Collection

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In attesa del suo ultimo lavoro (Hereafter è in uscita nelle sale italiane) e già gongolanti di fronte al prossimo progetto (J. Edgar dedicato alla controversa figura di Hoover, storico capo del FBI), il cofanetto Clint Eastwood Director’s Collection dalla Warner potrebbe essere davvero l’occasione per rileggere le opere di Eastwood, cineasta fantastico, attore e autore maiuscolo, mito vivente dell’immaginario pubblico degli ultimi 40 anni.

Sono blocchi di cinema come questi, monoliti meravigliosi e rigogliosi, a fare la felicità del cinefilo come del semplice appassionato. Un blocco (sei blu-ray, contenenti altrettanti film: Gli spietati, Mystic River, Million Dollar Baby, Flags of Our Fathers, Lettere da Iwo Jima e Invictus; e un dvd) reso ancor più ghiotto dalla firma che si cela dietro a quei film: Clint Eastwood, uno dei più grandi cineasti viventi (se non il), spesso tacciato quasi lo si volesse sminuire come un regista classico quando invece il cinema di Eastwood è tutto tranne che un percorso scontato e raggelato, fermo e immobile. E allora ecco il grande pretesto che ci fornisce la benemerita operazione della Warner di rieditare in alcuni cofanetti il meglio del cinema di Eastwood, in primis Clint Eastwood Director’s Collection: ossia quello di ripensare al percorso cinematografico di questo mostro sacro del cinema, di leggerne i testi come di intravederne in controluce le filigrane più delicate e nascoste. Dicevamo, poco sopra, dell’etichetta di classico che troppo spesso viene messa addosso a Eastwood, come fosse un modo per evitare di parlarne entrando troppo nello specifico del suo percorso, ma soprattutto questa etichetta rischia di sminuire una ricerca cinematografica che invece è tutt’altro che lineare e scontata.
Partiamo dall’inizio, dunque dal primo grande film di Eastwood che ottiene un riconoscimento significativo e che dà in sostanza una svolta alla sua intera carriera registica: Gli spietati, anno domini 1992, è sì un film di genere (un western) ma è anche un film di atroci mescolamenti, di dubbi e ritrosie che mal si adattano con l’epica propria del cinema delle grandi vallate. In questo possiamo affermare dunque che come in molti dei suoi migliori film Clint Eastwood tragga forza e ispirazione dalle radici più arcaiche e prettamente riconoscibili del genere per (in sostanza) trascenderne completamente ed arrivare da un’altra parte. Se dovessimo citare una scena che esemplifichi tutto ciò parleremmo di quella che vede protagonista il ragazzo che accompagna i due vecchi fuorilegge (lo stesso regista e Morgan Freeman) nel viaggio che li porterà ad incassare la loro ultima taglia: il lungo pianto di Schofield Kid, questo il suo nome, dopo aver ucciso un uomo dà l’idea di quanto poi Eastwood non voglia lavorare solamente sul lato “inumano” del vecchio West, preferendo interessarsi anche ad una riflessione sulla violenza come ultima (anche se non sorvolabile) risorsa dell’uomo.

Poco più di dieci anni e Eastwood firma quello che, probabilmente, è il suo capolavoro: Mystic River. Altro film prettamente di genere (stavolta siamo nel thriller) che via via si trasforma in una impietosa messa in scena della nascita di una nazione: pellicola assolutamente e meravigliosamente post-Undici Settembre come poche altre, soprattutto per come analizza i peccati originali di un popolo lavati su un simbolico fiume. Percorso che colloca Mystic River a un ipotetico punto d’intersezione tra Shining (metafora della società americana costruita sulle ceneri degli indiani d’America) e Gangs of New York (il sangue, multietnico, versato per la costruzione del Paese): dove infatti dal primo recupera lo spazio, diciamo così, simbolico delle origini della nazione (la parata finale per le vie della città, e tra l’altro val la pena ricordare che siamo a Boston, dunque in quel Massachussets dove sbarcò la Mayflower); mentre dal secondo prende l’utilizzo dell’unica forma di sostentamento (altrettanto simbolico) dell’America sia delle origini che di quella contemporanea, quindi il sangue versato dei sacrifici umani (come è quello di Dave/Tim Robbins). Insomma, alla luce di tutto ciò è davvero molto limitante parlare di Eastwood come di un regista che si muove prevalentemente in ambiti classici, quando a ben vedere gli sviluppi delle sue opere hanno delle connotazioni ben più sperimentali.

Ancora un passo in avanti e troviamo un altro grandissimo affresco americano, ancora più dolente e necessario. Million Dollar Baby, film anch’esso molto maturo ma non necessariamente vecchio (come il suo ultimo Hereafter), è un’opera che parla di boxe (siamo nel genere sportivo) per arrivare ancora un po’ più in alto, a quel sottile rapporto umano che si instaura tra un padre (che non ha mai avuto una figlia) e una figlia (che non ha mai avuto un padre). Un rapporto che diventa di sangue (sangue del mio stesso sangue è la misteriosa frase in gaelico che i due si scambiano), non a caso torniamo ancora una volta a utilizzare questa parola, e che giunge ad un drammatico bivio, a un conflitto interiore e sociale dell’uomo. Non un film a favore dell’eutanasia, come lo stesso Eastwood ha tenuto a precisare, ma un film per sollevare un tema fondamentale del nostro presente. Anche qui, un classico non farebbe tutto ciò, non si limiterebbe a fare domande ma darebbe delle risposte: invece Clint Eastwood no, evita di ergersi a giudice di chicchessia, non si pone (anche grazie alla sua età) al di sopra del mondo ma ci si mischia, lo studia e lo guarda insieme a tutti noi. Pratica che lo accomuna a un altro grande vecio del cinema mondiale, ossia Manoel de Oliveira, altro straordinario cineasta che ancora seduce con le sue domande alle quali non si sogna minimamente di rispondere.

A dimostrazione che per Eastwood nulla è scontato, e tutto (al contrario) è suscettibile di indagine e perché no di messa in discussione (cinematografica), arriviamo al dittico di guerra Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo-Jima. Solito procedimento: si parte dal genere (qui war-movie) per arrivare dritti al cuore dell’America. Stavolta al centro ci sono due questioni: l’eroismo, forse l’undicesimo emendamento della costituzione statunitense, e il razzismo. Sul primo tema Eastwood ritorna spesso nella propria carriera, con un’intensificazione negli ultimi film: eroi spesso ligi al dovere, e per questo quasi condannati dalla loro stessa qualità (vedi il Generale Kuribayashi di Lettere da Iwo Jima); eroi che si sacrificano per il bene della comunità (il Walt Kowalski di Gran Torino); o ancora l’eroismo, quasi ieratico, di Nelson Mandela ritratto in Invictus; fino ad arrivare al protagonista di Gunny, con il finale eroico nel quale riscatta (almeno in parte) la sua immagine di ignorante supermacho. Interessante notare come in Flags of Our Fathers ci sia quasi un compendio della voce eroismo dell’enciclopedia eastwoodiana, arrivando persino quasi a negare l’esistenza stessa dell’eroe: i tre reduci di una delle fotografie più immortali della storia (quella in cui la bandiera americana viene issata da un manipolo di soldati americani a suggello della conquista dell’isola di Iwo Jima) vengono messi in scena nella loro realtà fatta di paura, insicurezza, fragilità. In particolare è fondamentale osservare come Eastwood legge la parabola di Ira Hayes, la cui ballata di Cash/Dylan resterà nella storia, che in quanto nativo americano dovrà fronteggiare, oltre lo stress da eroismo, anche quel razzismo di cui l’America è piena. Un uomo sconfitto (anche) dal successo, altra figura retorica tipica del cinema eastwoodiano (vedi il cantante-country Honkytonk Man ma anche Bird nel quale viene portata in scena la vita di Charlie Parker), che restituisce un’immagine in chiaroscuro di quella molto più celebre dell’isola giapponese.
Detto, più o meno di tutti i film di cui è composto questo poderoso cofanetto Clint Eastwood Director’s Collection, non possiamo esimerci dal parlare della parte paratestuale della faccenda: se il blu-ray ancora da molti non viene considerato in maniera proprio eccezionale, dovrà forse incominciare a ricredersi mettendo le mani su questo cofanetto. Il lavoro fatto sull’immagine è a a dir poco impressionante: la resa su un tv color full hd 1080dp, d’obbligo il cavo hdmi in caso di usasse (come noi) la Playstation 3, è un qualcosa di meraviglioso, le scene di guerra strepitose (Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima sono dunque quelli in cui è maggiore il guadagno) ma anche l’epicità de Gli spietati qui trova davvero una sua più che valida presenza. L’audio è impeccabile, e poi ci sarebbe da parlare della miriade di extra di cui è dotato il cofanetto: making of, interviste inedite ai vari cast e a Clint, foto di scena e conferenze stampa, approfondimenti storici, materiali d’archivio, riferimenti letterari (è il caso, ad esempio, del romanzo da cui è tratto Mystic River), interi documentari sull’arte di Eastwood (Eastwood racconta Eastwood), ma la lista sarebbe davvero troppo lunga per riportarla per intero. C’è persino un intero dvd dedicato a un approfondimento sul cinema di Eastwood, con un film-documentario (The Eastwood Factor), ritratto insieme intimo e pubblico del regista californiano ad opera dello storico del cinema Richard Schickel.

Che dire di più? In attesa del suo ultimo lavoro (Hereafter è in uscita nelle sale italiane) e già gongolanti di fronte al prossimo progetto (J. Edgar dedicato alla controversa figura di Hoover, storico capo del FBI per 48 anni nonché personaggio indiscusso della trilogia sull’America firmata da James Ellroy), questa offerta dalla Warner potrebbe essere davvero l’occasione per rileggere questo cineasta fantastico, attore e autore maiuscolo, mito vivente dell’immaginario pubblico degli ultimi 40 anni.

Info
Il cofanetto Clint Eastwood Director’s Collection su Amazon.
Clint Eastwood Director’s Collection contiene i seguenti film: Unforgiven (1992), Mystic River (2003), Million Dollar Baby (2004), Flags of Our Fathers (2006), Letters from Iwo Jima (2006), Invictus (2009) e The Eastwood Factor (2010) di Richard Schickelcast.
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