Hereafter

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Prosegue il viaggio eastwoodiano nei meandri dell’integrazione: dopo aver affrontato quella razziale in Gran Torino e quella politica in Invictus è giunto il momento per il plurivincitore di Oscar di dedicarsi con Hereafter al più misterioso dei rapporti, quello che lega i vivi ai morti.

I vivi e i morti

La drammatica storia di un operaio americano, una giornalista francese e un ragazzino inglese che vengono toccati dalla morte in tre diversi modi… [sinossi]

Prosegue il viaggio eastwoodiano nei meandri dell’integrazione: dopo aver affrontato quella razziale in Gran Torino e quella politica in Invictus è giunto il momento per il plurivincitore di Oscar di dedicarsi al più misterioso dei rapporti, quello che lega i vivi ai morti.
Hereafter è un film struggente per sua stessa natura: è l’opera di un regista che al di là della propria ormai più che appurata eccellenza espressiva disegna le caratteristiche di un uomo che inizia a prendere consapevolezza degli anni passati e che con ponderatezza e un pizzico di speranza si prepara a mettere un punto alla propria esperienza terrena. Se già con Gran Torino Eastwood aveva iniziato a confrontarsi con la vecchiaia e con i suoi scogli, l’ultima pellicola rappresenta un balzo intimo e sottilmente sofferente sulla Morte e sull’aldilà. Marie è una giornalista francese miracolosamente sopravvissuta allo tsunami del 2004 a Sumatra. Marcus, figlio di una tossicodipendente, ha perso il proprio adorato fratello gemello in un incidente stradale. George, sensitivo con il dono della comunicazione con l’aldilà, ha scelto di rinunciare alla propria “professione” per liberarsi dei fantasmi propri e altrui. Sono loro i protagonisti del capitolo più “spirituale” della carriera del Clint Eastwood regista, poliedrico autore capace di affrontare con piglio sempre solido nel proprio rinnovamento i generi più disparati.

Dopo lo sguardo disincantato sulla violenza e l’aridità delle logiche del branco, supportate dal classico schema del Bene e del Male (Gran Torino), con Hereafter Eastwood supera le dinamiche “divisionistiche” per addentrarsi nel controverso territorio della fede, dell’iper-sensorialità, del desiderio di conoscere cosa “c’è” dopo la morte. L’amatissimo Clint non rinuncia a una propria lettura delle situazioni, stimolando in realtà una riflessione sulla crucialità della comunicazione non solo fra vivi (esemplificate dalle difficoltà di George nell’avere rapporti con gli altri “a causa” del proprio dono, dal muro di perplessità nei confronti di Marie quando svela i propri propositi letterari ecc.) ma anche fra realtà terrena e ultraterrena. Alla misantropia e all’apparente disagio relazionale di Kowalski nel film del 2008 si contrappone il desiderio di umanità e di conforto collettivo di Hereafter, che non a caso si apre con la spettacolare sequenza dello tsunami indonesiano: un evento di distruzione livellante latore di una conseguente gara di solidarietà, un dramma mondiale che finì per coinvolgere non solo chi materialmente vide la propria vita e i propri cari spazzati via dalla furia dell’acqua ma l’intera comunità globale.

Parabola sullo scetticismo e sul desiderio di conoscenza, il film affronta con delicatezza tre fili narrativi a se stanti – destinati chiaramente a un disegno dalla coralità più ampia – evitando il sentimentalismo e cercando anzi di mantenere vigile il livello di attenzione nei confronti della materia pur non rinunciando al tratto più dolce del proprio rapporto con le storie.
Sceneggiato da Peter Morgan (tra i suoi lavori più recenti ricordiamo gli script di The Queen, The Other Boleyn Girl, Frost/Nixon e I due presidenti, presentato nella sezione Festa Mobile al TFF 28), Hereafter nello scenario della produzione di Eastwood si presenta forse come un’opera “minore” probabilmente proprio per qualche eccessivo allegorismo in fase di scrittura: la regia infatti è come sempre impeccabile e talvolta offre allo schermo sequenze di grande cinema (oltre al già citato tsunami segnaliamo gli attentati di Londra e i minuti che li precedono) e riesce a risultare aderente alla sensibilità più acuta dei vari personaggi senza far scadere la propria vicenda nel “risibile”. Esemplificativa di questa chiave di lettura è senz’altro tutta la sezione narrativa dedicata al piccolo Marcus e al suo tragico lutto: non è casuale che proprio al suo personaggio sia affidato il compito di “smascherare” i ciarlatani che sfruttano il dolore altrui per portare avanti i propri affari millantando capacità sensitive. Ed è sempre con il piccolo gemello che Eastwood tira fuori il lato più teneramente drammatico del proprio cinema: lo straziante dialogo fra i ragazzi (menzione particolare all’espressività dei fratelli McLaren) sviluppato tramite la figura di George è forse il momento più emozionante dell’intera pellicola e pur non toccando le vette di commozione di alcuni momenti dello straziante Million Dollar Baby dimostra l’estrema sensibilità di un regista capace di indagare i sentimenti eludendo la sdolcinatezza forzata.Accompagnato con malinconica tenerezza dalle note della colonna sonora composta dallo stesso Eastwood, il film – in bilico su realtà sociali e geografiche differenti (Parigi, San Francisco e Londra) – inizialmente si concentra sulla stratificazione multipla della realtà e degli approcci umani alla morte ponendosi poi come obiettivo la risoluzione della propria riflessione in un unico afflato che sottolinei la “sorprendente” potenziale uniformità del genere umano (ritornando quindi il richiamo al superamento dei confini del pregiudizio di Gran Torino e Invictus): Hereafter è un progetto rischioso che necessita di tempo per essere metabolizzato: se il primo confronto con l’opera può essere spiazzante (al di là della tematica spirituale, in generale il confronto con la dimensione più “poetica” della morte può essere oggetto di qualche mancata empatia) a un’analisi più profonda si può provare a concludere che il difetto principale dell’ultima opera di Eastwood sia l’ipertrofia narrativa. Sfoltendo infatti il portentoso impianto di story-line e concentrandosi solo su alcuni nuclei di sceneggiatura, il prodotto finale ne avrebbe guadagnato in incisività: il film pur mantenendo la propria solidità strutturale – la firma “classicista” eastwoodiana è quanto mai evidente e conciliante – sembra talvolta perdere un pizzico di efficacia pur senza discostarsi mai dal proprio equilibrio nella messa in scena. Dopo un inizio potente che ricalca la cifra più compatta e resistente del cinema di Eastwood, il film si perde in qualche lungaggine espressiva soprattutto nella sua parte centrale quando invece forse si sarebbe potuto puntare a una risoluzione narrativa più schematica che esaltasse la profondità dei personaggi.

C’è da considerare però che parte della lucidità analitica del regista è stavolta messa da parte in virtù di un più speranzoso sguardo verso la morte, a conferma della natura più “anziana” di Hereafter: l’umanità del film si concentra sul desiderio di non perdere la propria identità dopo il trapasso, sul sogno di un’eternità espressiva fatta di luce e di serenità (sulla base di un modello para-religioso forse eccessivamente marcato). L’Eastwood anziano e potenzialmente spaventato dalla “fine” si dedica a un progetto che fa dell’insolutezza il proprio simbolo e che approda però alla conclusione più tenera e asciutta che ci potesse aspettare. Ognuno ha diritto a vivere la propria vita e la propria morte, liberi dal passato proprio e degli altri: una lettura fin troppo razionale per un film che gioca sull’ultraterreno, ma che dimostra la consapevolezza e l’abilità del regista nel muoversi nello spettro della sensibilità cinematografica, svicolando al di là delle scacchiere del genere senza rinunciare al proprio tratto.

Info
Il sito ufficiale di Hereafter.
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