Cave of Forgotten Dreams

Cave of Forgotten Dreams

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Con una apparente veste da documentario divulgativo, Cave of Forgotten Dreams è in realtà l’ennesimo esempio di come Herzog sia capace di reinventare continuamente il cinema e il suo cinema, affidandosi anche a strumenti atti al mero imbonimento spettacolare come il 3D.

L’ignoto spazio profondo

Documentario in 3D su una delle prime forme artistiche prodotte dall’umanità: i graffiti contenuti nella caverna Chauvet-Pont-d’Arc, situata nel sud della Francia e datata 30.000 anni fa. L’accesso alla caverna, scoperta nel 1994, è limitato a pochi visitatori perché anche il respiro umano può danneggiare le incredibili opere rupestri… [sinossi]

Non vi è nulla, all’interno del cinema di Werner Herzog, che possa essere considerato “prevedibile”, neanche in maniera latente o appena accennata. In un percorso artistico oramai a pochissimi passi dal cinquantesimo compleanno (l’esordio, con il cortometraggio Herakles, risale al 1962), Herzog ha saputo rinnovare film dopo film, esperimento dopo esperimento, un senso di sorpresa e magnificente unicità per il quale è davvero impresa disperata riuscire a trovare eguali nella storia del cinema. In grado di affrontare tanto la finzione quanto il documentario, e di ibridarli con risultati eccellenti (lo stesso regista parla delle sue opere dividendole in “fiction, non-fiction e science-fiction”), ancora oggi ha la fantasia e il coraggio di approcciare tecnologie finora sconosciute al suo cinema per farle proprie.
Nei confronti di Cave of Forgotten Dreams, durante i giorni che anticipavano la sua proiezione come evento speciale della sessantunesima edizione della Berlinale, serpeggiava un malcelato scetticismo: la scelta di Herzog di prendere di petto perfino il 3D, per utilizzarlo in un documentario di carattere principalmente divulgativo, generava in molti addetti ai lavori la classica perplessità di chi non ha in fin dei conti molto chiara la materia che sta maneggiando.

Laddove nella maggior parte dei casi l’utilizzo della stereoscopia serve a “ingrassare” un materiale estetico e contenutistico di ben poco rilievo, proponendosi tra l’altro solo ed esclusivamente come arma spettacolare più degna degli imbonitori o dei saltimbanchi che del cinema (1), nelle mani di Herzog la moda tecnologica del momento è l’arma con cui il cineasta tedesco prova a bucare lo schermo, facendo sprofondare lo spettatore nella sconvolgente cupezza della caverna Chauvet-Pont-d’Arc, nella regione Ardèche. Un (tridimensionale) tuffo nello spazio che diventa a sua volta tuffo nel tempo, con un percorso a ritroso che arriva fino a trentamila anni fa: è ad allora che risalgono le straordinarie pitture rupestri che hanno reso celebre la caverna fin dalla sua scoperta, nel 1994.
Centinaia di disegni su pietra che raffigurano animali, dai leoni ai bisonti, dalle iene ai gufi, dagli orsi ai cavalli: nell’impossibile contatto tra la nostra modernità e le radici stesse dell’esistenza umana sulla terra, Herzog traccia le linee essenziali della sua poetica, dominata ancora una volta dalla sua riflessione sul rapporto tra uomo e natura, immagine e feticcio. La spazialità ricreata dal 3D, con le fughe prospettiche che sembrano non aver mai fine e i rilievi che balzano di colpo verso il pubblico, sono l’ennesimo segno di una magniloquenza quasi ieratica della messa in scena di Herzog, eppure al contempo terracea, materiale, incorruttibilmente “infedele”. Quello che da principio può apparire come un “semplice” documentario divulgativo, pur impreziosito dalla maestosa potenza immaginifica e visiva di Herzog (e in tal senso si vedano le straordinarie inquadrature sui campi coltivati, che si perdono a vista d’occhio fino a distanze irraggiungibili perfino all’interno del quadro cinematografico), si trasforma ben presto in un nuovo capitolo della rilettura herzoghiana dell’arte della ripresa del reale.

Le prime avvisaglie della suddetta mutazione si hanno con l’ingresso in scena di due personaggi alquanto eccentrici. Il primo, inguainato in pesantissime pelli di animali, con lo sguardo da uomo dei boschi del Nord America, ha creato un piccolo flauto tentando di imitare quelli utilizzati dall’homo sapiens, e intrattiene Herzog intonando una personale versione dell’inno statunitense. Il secondo cerca invece di spiegare il funzionamento delle armi dei nostri progenitori ritrovate durante gli scavi archeologici, con risultati alquanto discutibili. Due personaggi che all’apparenza fungono solo da corollario al ben più ponderoso (e interessante) discorso storico portato avanti dagli eminenti archeologi intervistati nel corso del film, ma che al contrario rappresentano la quintessenza stessa dell’indole herzogiana. Lo stesso discorso torna ancor più valido nell’inaspettato e clamoroso finale, in cui la voce narrante del cineasta (sulle cui parole manteniamo uno stretto riserbo, onde non rovinare la sorpresa di chi avrà in sorte una visione di Cave of Forgotten Dreams) si allontana dalla caverna, dall’Ardèche, dalla Francia, per soffermarsi su un gruppo di coccodrilli albini.
Come scritto di un’altra opera programmata durante i giorni della Berlinale, lo splendido The Turin Horse di Béla Tarr, anche per Cave of Forgotten Dreams il consiglio è quello di farsi avvolgere completamente dal film, sprofondandovi all’interno e divenendone prigionieri, con gli occhi spalancati sullo schermo. E sull’abisso, una volta di più, nel quale si possono scorgere le eco delle nostre radici.

Note
1. Vi sono, ovviamente, benemerite eccezioni: in tal senso irrinunciabile la visione di Avatar di James Cameron, come anche quella del bellissimo Coraline di Henry Selick.
Info
Il trailer di Cave of Forgotten Dreams.
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