Margin Call

Margin Call

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Margin Call, esordio alla regia di J.C. Chandor, ha il coraggio di affrontare un tema spinoso come quello della crisi finanziaria del 2008, ma sceglie una via ambigua, e non sempre condivisibile.

Quando inizia una crisi è un po’ tutto concesso

Otto investitori coinvolti in un grosso affare bancario vivono le tumultuose 24 ore che precedono l’esplosione di una crisi finanziaria. Gli otto lottano per trovare una soluzione prima dell’arrivo della tempesta… [sinossi]
Non c’è stato periodo di prosperità
in cui gli stregoni ufficiali dell’economia
non abbiano approfittato dell’occasione
per dimostrare che questa volta la medaglia non aveva rovescio,
che questa volta il fato era vinto.
E il giorno in cui la crisi scoppiava,
si atteggiavano a innocenti
e si sfogavano contro il mondo commerciale e industriale con banalità moralistiche,
accusandolo di mancanza di previdenza e di prudenza.
Karl Marx

Si avverte un tono assolutorio, quasi di fatale eroismo collettivo, nelle brevissime righe di sinossi che aprono questa recensione: gli otto uomini (e donne) che affrontano la burrascosa notte prima dell’esplosione su scala statunitense, e di lì a poco mondiale, della crisi economica del 2008 sembrano descritti come personaggi in lotta contro la crudeltà di un sistema troppo corrotto per poter essere amministrato con giudizio ed equità. Proprio in questo potrebbe risiedere uno dei problemi principali di Margin Call, esordio alla regia sulla lunga distanza di J.C. Chandor, presentato in concorso nella sessantunesima edizione della Berlinale.
Il coraggio di affrontare un tema spinoso e tuttora in fieri – checché ne dicano i vari governi nazionali, la crisi è tutt’altro che un problema risolto, e i fatti della scorsa primavera in Grecia sono lì a testimoniarlo – correva francamente il rischio di venire annacquato, impoverito da una visione incapace di cogliere fino in fondo la vera essenza del problema. Difficile in effetti sradicare una gramigna che ha contribuito in maniera sostanziale alla formazione stessa del sistema capitalistico occidentale. È dunque opportuno fare un po’ d’ordine: Margin Call non racconta gli sforzi di un gruppo di persone unite nella lotta contro un crollo dalle proporzioni tragiche per milioni di esseri umani, ma semmai la strenua difesa di uno status quo che genera profitti solo per una (minima) porzione della società. Una puntualizzazione che trova conferma, seppur non con la necessaria continuità, anche nell’approccio estetico e contenutistico di Chandor: gli uomini irrigiditi nelle loro giacche e cravatte, le donne costrette in tailleur dai colori inevitabilmente dimessi, sono raccontati da Chandor con distacco, quasi si stesse assistendo a uno studio al microscopio. Inguainato in un moderno kammerspiel dallo spazio-tempo ridotto – se si esclude la sequenza finale, i pochissimi esterni del film sono sempre mostrati da un interno, sia esso l’abitacolo di un automobile o la terrazza di un grattacielo –, costretto a trovar significato di sé nel misero spazio di una notte, Margin Call innalza un muro nei confronti delle vicende che racconta nelle sue due ore o poco meno di durata.

L’intero impianto narrativo si sviluppa esclusivamente per un accumulo di dialoghi, sempre con protagonisti due o al massimo tre personaggi: se questo permette forse di acuire il senso di non detto e di segreto che aleggia sull’intera vicenda, allo stesso tempo spezza continuamente l’idea di coralità che Chandor vorrebbe costruire. Lo stesso scambio di battute, in fin dei conti, non sembra avere la profondità per coinvolgere lo spettatore o ergersi a metafora politica del sistema economico (e sociale) del mondo occidentale: a un testo del genere avrebbe probabilmente giovato una scrittura più brillante, più consapevole delle proprie potenzialità, come quella che Aaron Sorkin ha messo su carta per raccontare la nascita di Facebook in The Social Network di David Fincher (tanto per rimanere nella contemporaneità).
Anche la dimessa aura indie cui Chandor sembra ispirarsi non si adatta più di tanto a un progetto che con ogni probabilità avrebbe dovuto ricevere un trattamento non solo più ispirato (la regia è diligente quanto basta, ma non osa mai uscire dal seminato) ma anche meno ingessato, meno programmaticamente rigoroso. Perché l’impressione, netta, è quella di trovarsi di fronte a un Glengarry Glen Ross in chiave minore, abbozzo di critica che si apprezza per la sua sincerità ma non riesce mai davvero a scalfire la superficie, dispendendo di fatto il proprio potenziale.

Nella notte dai colori cupi e dagli interni asettici non può non rifulgere di luce propria l’interpretazione degli attori scelti per la bisogna: ottimi come sempre Kevin Spacey e Paul Bettany, con le comparsate di lusso di Stanley Tucci e Jeremy Irons ad arricchire il tutto, e la sorpresa/conferma di Zachary Quinto, già Spock in Star Trek di J.J. Abrams e visto in precedenza nel serial Heroes. Un’occasione parzialmente sprecata, che conferma però la capacità di un certo cinema statunitense di affrontare la propria realtà senza timori reverenziali: anche da un’opera imperfetta, a volte, è possibile trarre insegnamento.

Info
Il trailer di Margin Call.
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