Tomboy

Tomboy

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Meno convincente del precedente Naissance des pieuvres, Tomboy ha l’indubbio merito di approcciarsi con intelligenza a una materia delicata come la scoperta della propria identità sessuale a ridosso della pubescenza.

Boys Meet Girls

Una ragazzina di dieci anni, Laure, è appena arrivata in un nuovo quartiere di Parigi con i genitori e la sorella più piccola Jeanne. Un po’ per gioco, un po’ per realizzare un sogno segreto, Laure decide di presentarsi ai nuovi amici come fosse un maschio, Mickaël: il modo in cui si veste e si pettina, l’impeto con cui si azzuffa e gioca a calcio, non sembrano lasciar dubbi sulla sua identità e Mickaël è accettato nella comitiva. L’inizio della scuola però è dietro l’angolo e il gioco dei travestimenti si complica, tanto più che i genitori sono all’oscuro di tutto e Laure/Mickaël ha stretto un legame speciale con la coetanea Lisa… [sinossi]
Girls who are boys
Who like boys to be girls
Who do boys like they’re girls
Who do girls like they’re boys
Always should be someone you really love.
Blur, Girls & Boys (1994)

“Love in the Nineties is Paranoid”, cantava Damon Albarn nel 1994 in Girls & Boys, singolo di punta dell’album Parklife: i rapporti interpersonali sembrano però essersi complicati ulteriormente in questi ultimi anni, almeno a giudicare da Tomboy, opera seconda della trentatreenne regista francese Céline Sciamma. Battute a parte, Tomboy ha l’indubbio merito di approcciarsi con intelligenza a una materia delicata come la scoperta della propria identità sessuale a ridosso della pubescenza. Il nome della Sciamma rimbalzò da una parte all’altra del globo nel 2007, quando al Festival di Cannes approdò, nella sezione Un certain regard, il suo esordio Naissance des pieuvres: un’opera prima personale ed emozionante, nella quale la cineasta incollava la macchina da presa ai volti e ai corpi di tre adolescenti (Adèle Haenel, Pauline Acquart e Louise Blachère) per indagarne da vicino (re)pulsioni, amori e fantasie.

L’intenzione, almeno sulla carta, era quella di replicare l’esperimento con Tomboy, spostando indietro l’orologio biologico: in questo suo secondo lungometraggio, infatti, i protagonisti non hanno più quindici anni, ma appena dieci, e sono al culmine della loro infanzia. La scelta dunque di cercare di raccontare la scoperta e l’accettazione del proprio corpo di quelli che sono universalmente riconosciuti ancora come bambini comportava non pochi rischi. Forse anche per questo motivo Tomboy appare, in fin dei conti, una versione ridotta, e assai meno problematizzata, di Naissance des pieuvres; laddove la Sciamma era riuscita a immergere lo spettatore in un percorso di maturazione che comprendeva l’intero spettro delle emozioni umane, in questo caso si avverte, palpabile, la necessità di ritrarre di quando in quando la mano rispetto alla storia trasposta sullo schermo. Una forma di autocensura fin troppo comprensibile, e che comunque inficia il risultato finale della pellicola solo in minima parte: a convincere ancora una volta è l’approccio attraverso il quale la giovane cineasta si avvicina al microcosmo umano sul quale ha deciso di focalizzare la propria attenzione. Non solo Laure/ Mickaël e la sua sorellina Jeanne, ma l’intero nucleo di ragazzini con i quali si trovano a passare le ultime giornate di ozio estivo prima dell’inizio della scuola, trasudano una verità in grado di conquistare: le partite a calcio, le nuotate nel laghetto, i litigi e le rappacificazioni risultano “veri”, perfettamente credibili.

La mano della Sciamma muove la macchina da presa con una leggerezza di tocco non certo all’oscuro di splendide sortite del cinema francese del passato, come Les mistons e L’argent de poche di François Truffaut, e lascia che i giovani attori si sentano completamente a proprio agio: il modo migliore per ottenere interpretazioni convincenti come quelle delle giovanissime Zoé Héran, Marlonn Lévana e Jeanne Disson. Quel che Tomboy soffre è semmai l’imposizione a dover sottostare a regole narrative fin troppo lineari: sarebbe servita forse una minor attenzione allo script in sé e per sé – il rapporto all’interno della famiglia risulta essere a conti fatti un orpello meno che necessario – e una maggior libertà espressiva per comprendere fino in fondo i turbamenti della giovane protagonista. L’insoddisfazione del proprio stato di ragazza è invece assunta come dato di fatto, e viene effettivamente problematizzata solo nel punto di non ritorno, quando il travestimento viene scoperto una volta per tutte: ovvio che a questo punto sia troppo tardi, e infatti il film accelera improvvisamente fino al termine. Uno squilibrio dovuto con ogni probabilità all’inesperienza della Sciamma, che si conferma comunque uno dei nomi più interessanti del nuovissimo cinema francese, capace di osservare con acutezza l’età acerba e di restituircene sogni e oppressioni.

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