Il cavallo di Torino

Il cavallo di Torino

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È come se la stessa idea di tempo venisse completamente stravolta durante la visione de Il cavallo di Torino: il tempo del cinema e quello della vita reale si fronteggiano, ibridandosi e sublimandosi a vicenda.

È arrivata la bufera

Nella Torino del 1889, Friedrich Nietzsche getta le sue braccia attorno al collo di un esausto cavallo da tiro, quindi perde coscienza. Da qualche parte, sperduti nella campagna: un contadino, sua figlia, un carro e il vecchio cavallo. Fuori dall’abitazione, imperversa una tempesta… [sinossi]

A distanza di tre anni dall’ambientazione da noir di A London férfi (L’uomo di Londra), in cui il cinema di Béla Tarr si incontrava con la letteratura di Georges Simenon, il maestro della Settima Arte ungherese contemporanea torna alle sue radici: la location scelta per l’occasione, lo scarno e desolato cuore della puszta, riporta subito alla mente i luoghi in cui esplodevano le tensioni accumulate dai protagonisti di Kárhozat (Dannazione, 1988), Werckmeister harmóniák (Le armonie di Werckmeister, 2000) e ovviamente del fluviale capolavoro Sátántangó (1994). Si tratta dunque di un ritorno a casa in piena regola: se si esclude la citazione iniziale, che sottolinea il senso del titolo ed è narrata dalla voce fuori campo che, a intervalli regolari, scandirà le giornate e le azioni dei due protagonisti, A Torinói ló (Il cavallo di Torino) prosegue la linea tracciata dalle precedenti opere del cineasta senza deviare, nell’estetica come nello svolgimento della narrazione.

A riprova di quanto appena affermato basta analizzare con attenzione la sequenza iniziale del film: in un bianco e nero come al solito contrastato e abbacinante, sovrastato dalla maestosa colonna sonora di Mihály Vig (sodale di Tarr dai tempi di Öszi almanach, 1984), un anziano uomo guida il suo carro trainato da un cavallo nel mezzo di una vera e proprio tormenta, col vento che sferza l’aria contro di lui. La macchina da presa, senza mai staccare, si muove attorno al carro, allontanandosi e riavvicinandosi, in un gioco di fughe e ritorni che lascia senza fiato. Il piano-sequenza, dunque: forse il tratto distintivo universalmente riconosciuto a Tarr, è anche l’unica arma estetica utilizzata nel corso de Il cavallo di Torino. Il film, che è rigorosamente ripartito nell’arco di sei giorni da didascalie, procede dunque costringendo lo spettatore a confrontarsi con uno spazio-tempo decisamente lontano dalla prammatica del cinema: senza mai trasformare questa scelta in un mero esercizio di stile, ma asservendo al contrario i movimenti di macchina e i piani dell’inquadratura allo scavo umano e sociale che è alle spalle dell’intero progetto, Tarr sfonda letteralmente lo schermo con un’opera sublime, dallo straordinario impatto visivo ed emotivo.

L’azione in senso stretto è davvero ridotta all’osso: l’anziano e sua figlia sono prigionieri della propria fattoria, sconfitti dall’elemento naturale che impedisce loro perfino di trascinare il campo verso lidi meno ostili. L’uomo commercia la palinka, una grappa ungherese alla frutta; la figlia, che rimane in casa anche durante le visite del padre in città, rammenda e pulisce; nella stalla, l’anziano cavallo aspetta che giunga il momento di morire. Al sintetico schema che Tarr ripete ciclicamente (sveglia, pranzo con una patata bollita a testa, tentativo di fuga dalla fattoria, mesto ritorno a casa, discesa della notte) si aggiungono solo sporadiche varianti, sempre in grado comunque di rivoluzionare il tessuto narrativo dalle fondamenta: prima è la volta dell’arrivo di un cliente del padre, che con la scusa di comprare il liquore intrattiene il vecchio con un lungo monologo sulla mancanza di Dio nella società, quindi i due hanno a che fare con l’arrivo di un carro di zingari che si abbeverano al pozzo e discutono animatamente con i padroni di casa. L’assoluta mancanza di reali eventi climatici, altro cliché del cinquantaseienne regista magiaro, non deve assolutamente essere scambiata come una resa di Tarr nei confronti della narrazione, tutt’altro: la verità è che il suo cinema, costruito sulla più profonda elegia dei sensi (vista, udito), non ha alcun bisogno di scarti narrativi per “comprare” l’attenzione di chi vi assiste. Di fronte a una messa in scena apparente piana, in quanto ritualmente ciclica, lo spettatore è portato a cadere in una sorta di ipnosi, immergendosi completamente in una pellicola brulla, desertica come la piana in cui è dispersa la miserabile fattoria. È come se la stessa idea di tempo venisse completamente stravolta durante la visione de Il cavallo di Torino: il tempo del cinema e quello della vita reale si fronteggiano, ibridandosi e sublimandosi a vicenda.

Gemma splendente all’interno del concorso ufficiale della sessantunesima edizione della Berlinale, l’ultimo film di Béla Tarr (co-diretto, come d’abitudine da Werckmeister harmóniák, dalla storica montatrice Ágnes Hranitzky) molto difficilmente troverà la via della sala nella nostra miserabile nazione – dove invece è il mito della velocità a dettare i ritmi della degradazione italiana –, ma chiunque avesse la possibilità di porvi sopra gli occhi non esiti, e si lasci trascinare via dal vento che imperversa senza sosta. Anche sul nero di una notte senza più lampade.

Info
Il cavallo di Torino sul sito della CGHV.
Il trailer de Il cavallo di Torino.
La scheda de Il cavallo di Torino sul sito della Berlinale.
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