Una cella in due

Una cella in due

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Una cella in due di Nicola Barnaba è un film sconclusionato, cui manca un vero e proprio lavoro di scrittura e che rimane indeciso tra una scelta di cabaret duro e puro, con accumulo di gag e refrain comici, e la volontà di confrontarsi con una drammaturgia meno episodica e improvvisata.

Evasione legalizzata

La strana coppia formata da Romolo, avvocato carente in deontologia professionale, e Angelo, un giovane disoccupato, si conosce in una cella del carcere. Il destino li costringerà a compiere, tra gag, battute ed equivoci, un’evasione ricca di colpi di scena che si concluderà proprio con un ulteriore colpo di scena… [sinossi]

Se c’è un dato cinematografico che in questi primissimi mesi del 2011 torna ciclicamente a far sentire la propria voce, riguarda senza dubbio alcuno lo stato di forma della nostra commedia: nell’ottica del mero incasso, il mai smarrito feeling con il pubblico ha toccato vette mai neanche ipotizzate in precedenza, grazie in particolar modo all’exploit senza precedenti di Checco Zalone e alla notevole affermazione di Antonio Albanese nelle vesti di Cetto La Qualunque. Il discorso cambia sensibilmente nel momento stesso in cui si decide di spostare lo sguardo dalla questione economica a quella strettamente estetica: il nostro cinema “di cassetta” (per utilizzare un termine oramai desueto, non fosse altro per la tecnologia citata) sta vivendo con ogni probabilità uno dei momenti più oscuri della sua intera esistenza.

Paradigma abbastanza soddisfacente di quanto appena accennato è Una cella in due, esordio alla regia di Nicola Barnaba (tanta gavetta, prima nell’ambito dei cortometraggi e successivamente in quello televisivo) costruito su misura per sfruttare la verve cabarettistica di Enzo Salvi e Maurizio Battista, volti piuttosto noti dalle parti della capitale: Salvi è addirittura accreditato come co-autore del soggetto e della sceneggiatura, insieme a Luca Biglione. Ciò che annichilisce fin da subito, durante la visione di Una cella in due, anche volendo tralasciare per un istante l’inequivocabile povertà tecnica e contenutistica della pellicola, è il profondo, spudorato, qualunquismo del quale è completamente intriso: dietro la basica e concettualmente rivedibile storia dei due uomini che, per motivi diversi (per quanto collegabili in una forma pur labile) si ritrovano a essere ospitati nelle patrie galere, si nasconde un’idea di vita sociale che fa rabbrividire. Anche volendo tralasciare le continue e disperate falle logiche che si accumulano nel corso del racconto – tanto per dirne una: perché nessuno dei protagonisti ha ricevuto un regolare processo? – appare davvero impossibile giustificare lo spaccato umano che viene posto di fronte agli spettatori: l’Italia immaginata da Salvi e Biglione è esattamente quella in cui viviamo, con scandali sessuali, truffe ai danni dello Stato, una crisi economica che è anche e soprattutto crisi ideologica e di valori. Eppure nelle pieghe di Una cella in due (come anche in molte altre commedie nostrane viste nel corso degli ultimi anni) si respira un’aria assolutoria fastidiosa e retriva, cartina di tornasole dell’Italia berlusconiana. Nascondendosi dietro il dito del “qui non si fa politica!” Salvi e Biglione (difficile francamente considerare il film come il parto creativo di Barnaba, che sembra più che altro un tecnico capitato al posto sbagliato nel momento sbagliasto) spacciano l’idea di un’Italia arruffona ma divertente, falsa, truffatrice ma in fin dei conti sempre e comunque da perdonare. Per raggiungere l’obiettivo, tra l’altro, condiscono il tutto con un persistente e ingiustificabile retrogusto misogino: le donne di Una cella in due si dividono in due categorie, le crudeli e infingarde prive di cuore da una parte e i puri e semplici oggetti sessuali dall’altra. Gli unici due personaggi femminili a non far parte di nessuna delle categorie sono Monica, amata da Battista (che, per quel che può valere, vince a mani basse il confronto diretto con Salvi) e destinata a “purificarsi” per poterlo meritare, e la giovane Carlotta, devota e affettuosa figlia di Salvi.

Ma a parte questo, Una cella in due è un film sconclusionato, cui manca un vero e proprio lavoro di scrittura e che rimane indeciso tra una scelta di cabaret duro e puro, con accumulo di gag e refrain comici, e la volontà di confrontarsi con una drammaturgia meno episodica e improvvisata: perso nel mezzo, permane in un limbo indistinto, nel quale non riesce pressoché mai a trascinare lo spettatore alle risate. Un’opera inesatta e che procede a balzi, tradotta in immagini piatte e perfino volgari nella loro primitiva rozzezza. Sintomo di un cinema privo di idee e di etica, in cui l’evasione non viene vista come riappropriazione di una realtà ma come negazione della stessa: come dire, semel in anno licet insanire. Il problema è che la nostra commedia si perpetua mese dopo mese, senza alcuna sosta. Altro che semel in anno

ps. Checché ne leggiate sui cartelloni, nel film è presente in un cameo la tanto discussa Sara Tommasi. Il fatto che la produzione e la distribuzione si siano trovati nell’imbarazzo di dover decidere se eliminarla dal film perché “pensato per le famiglie” dovrebbe insegnare fin troppo sull’operazione nello specifico e sulla mediocrità intellettuale ed ideologica di certo cinema italiano. Prodotto, ed è il caso di sottolinearlo, anche con un contributo da parte dello Stato.

Info
Il trailer di Una cella in due.
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