Le stelle inquiete

Le stelle inquiete

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Le stelle inquiete di Emanuela Piovano segue con una certa discrezione l’intrecciarsi di rapporti tra Simone Weil e gli altri esseri umani, rimarcando di continuo il carattere riflessivo, coerente, risoluto, anticonformista e mai scontato di una figura scomoda, che avrebbe potuto offrire ancora molto all’evoluzione del pensiero novecentesco, se non fosse stata travolta dall’assurdità della guerra.

Summer of Weil

Un magico interludio estivo si offre a una giovane donna di fama in un momento triste della Storia quando lei accetta con riluttanza l’invito di una coppia di piccoli proprietari terrieri nel sud della Francia. Ispirato a un vero episodio della breve vita della carismatica filosofa francese Simone Weil, il film narra le vicende del suo incontro con il suo ospite, Gustave, il filosofo contadino, che più tardi pubblicherà uno dei suoi più famosi manoscritti. Simone, Gustave e sua moglie Yvette vivono un’intimità unica e preziosa, dove l’attrazione, la complicità e la gelosia, lasciano posto all’amore e alle risa e il potere della pura gioia sembra per un attimo fermare il tempo nella Francia occupata. [sinossi]

Il Novecento è un secolo che abbonda di vicende biografiche da recuperare, vicende finora trascurate o comunque poco valorizzate dal mezzo cinematografico. Da cineasta colta e preparata quale indubbiamente è, Emanuela Piovano si è voluta cimentare con un personaggio tra i più meritevoli di comparire con maggior frequenza sul grande schermo, trattandosi di una figura  particolarmente problematica e senza dubbio affascinante: la pensatrice francese Simone Weil. In Le stelle inquiete – Un’estate nella vita di Simone Weil la regista si concentra su un periodo breve e poco conosciuto della sua vita, collocato agli albori della Seconda Guerra Mondiale, epocale tragedia alla quale la filosofa non sopravvisse, minata anche dagli stenti, dalle difficoltà, dalle  privazioni cui volle andare incontro, per un senso di solidarietà nei confronti dell’umanità minacciata dalla barbarie nazista. Sospesa tra vocazione umanistica, spiritualità e qualche reminiscenza del fervore socialista che l’aveva precedentemente animata, Simone Weil  nell’estate del ’41 rimandò la sua fuga dalla Francia occupata, scegliendo invece di condurre un’esistenza ritirata e modesta al sud; nei pressi di Marsiglia, per la precisione, dove fu accolta in una tenuta agricola dalla famiglia del morigerato intellettuale di provincia Gustave Thibon. Passioni più o meno sopite, intensi dialoghi filosofici, contrasti famigliari e ripiegamenti introspettivi fanno da sfondo ad un racconto di formazione non privo di qualche sorpresa, per quanto impostato secondo una visione fin troppo classica. Di davvero sorprendente vi è la luminosità, il calore del paesaggio, messo bene in risalto dall’ispirata fotografia di Raoul Torresi.

Quasi a far da contrasto con gli echi della guerra che giungono da neanche troppo lontano. Se la Piovano si è valsa quindi di un direttore della fotografia in stato di grazia, per esaltare le location bucoliche da lei scelte, stupisce un po’ che nonostante la collaborazione con un grande come Roberto Perpignani il montaggio tenda a essere abbastanza scolastico, prevedibile, con un ricorso alle dissolvenze piuttosto ripetitivo e meccanico. Ecco, al film di Emanuela Piovano si può forse rimproverare questo, di essere succube dell’importanza dei temi trattati, col serio rischio di risultare un po’ ingessato nella forma. Altri due elementi corroborano questa impressione di scarso rilievo stilistico: uno è l’abuso dei pur fascinosi motivi musicali composti dal transalpino Marc Perrone, con la fisarmonica – suo strumento prediletto – metonimicamente sempre in scena. L’altro è la recitazione che tende a svilupparsi in modo teatrale, con alcuni degli interpreti portati a enfatizzare le battute più del dovuto, mentre di positivo vi è soprattutto l’intima adesione alle prerogative fisiche e caratteriali del personaggio proposta dall’attrice francese Lara Guirao, piuttosto convincente nell’impersonare Simone Weil. Ad ogni modo Le stelle inquiete segue con una certa discrezione l’intrecciarsi di rapporti tra Simone e la gente del posto, rimarcando di continuo il carattere riflessivo, coerente, risoluto, anticonformista e mai scontato di una figura scomoda, che avrebbe potuto offrire ancora molto all’evoluzione del pensiero novecentesco, se non fosse stata travolta dall’assurdità della guerra. E così nel precario equilibrio di ragione e sentimento riscontrabile sia nella protagonista che nei suoi ospiti campagnoli, sembra far capolino uno dei tanti aforismi fulminanti da lei composti: “In ogni passione avvengono prodigi”.

Info
Le stelle inquiete, trailer.

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