Tutti al mare

Tutti al mare

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Tutti al mare non è propriamente un remake di Casotto, semmai potrebbe recare la scritta introduttiva “ispirato a…”: condividendo con l’ottima commedia di Citti il co-sceneggiatore Vincenzo Cerami, che qui invece fa letteralmente da chioccia all’esordiente figlio Matteo, Tutti al mare presenta a sua volta una location marina dominante (un chiosco/ristorante sulla spiaggia) ma non ha il coraggio di sfruttarla fino alle estreme conseguenze

Noi s’annamo a diverti’?

In una torrida giornata d’estate, si intrecciano le vicende di un gruppo di personaggi, ognuno con la propria storia. Il protagonista è Maurizio, titolare di un chiosco sulla spiaggia, oppresso dall’anziana madre, una donna sulla sedia a rotelle che gli gestisce la vita senza dargli tregua. Nell’attività commerciale di Maurizio, diretta assieme a un gruppo di impiegati di ogni etnia, arrivano clienti occasionali tra cui una hostess e figure quasi ‘mitiche’, come il menagramo Geroboamo, Alfredo il pescatore di surgelati e Gianni, l’uomo con il pappagallo. [sinossi]
E nella testa ha la rima micidiale delle canzoni italiane
che sono state scritte tutte sulla riva del mare.
Tutti al mare, tutti al mare
ad affogarci nel mare…
Virginiana Miller, Tutti al mare (1997)

Se è esistito un regista italiano davvero impossibile da replicare sul grande schermo, con ogni probabilità si tratta di Sergio Citti: non solo per l’ottima qualità della sua produzione artistica, ma per l’assoluta anarchia intellettuale che lo guidava. Il suo cinema, che dopo gli esordi come consulente e collaboratore di Pier Paolo Pasolini ha attraversato più di trent’anni di storia dello spettacolo italiano (dallo splendido Ostia del 1970 al pressoché invisibile Fratella e sorello del 2005, anno della morte del cineasta romano), è dominato da un ghigno grottesco e crudelmente privo di qualsiasi assoluzione per l’umanità che mostra in filigrana. Proprio in tal senso Casotto, commedia racchiusa in un unico interno con cast corale e fuori dagli schemi (Jodie Foster che interpreta la nipotina di Paolo Stoppa e Flora Mastroianni e la cugina di Michele Placido, tanto per dirne una), rappresenta uno dei suoi massimi risultati artistici: l’idea che qualcuno potesse rimettervi le mani in tutta franchezza era difficile da ipotizzare.

In effetti Tutti al mare non è propriamente un remake di Casotto, semmai potrebbe recare la scritta introduttiva “ispirato a…”: condividendo con l’ottima commedia di Citti il co-sceneggiatore Vincenzo Cerami, che qui invece fa letteralmente da chioccia all’esordiente figlio Matteo, Tutti al mare presenta a sua volta una location marina dominante (un chiosco/ristorante sulla spiaggia) ma non ha il coraggio di sfruttarla fino alle estreme conseguenze. Allo stesso modo lo sguardo che Matteo Cerami lancia ai suoi personaggi non riesce a nascondere un’istintiva “simpatia” che veniva totalmente rifiutata nel film del 1977, e che di fatto corrompe una pellicola che disperde il suo potenziale alla ricerca della giusta chiave interpretativa per leggere le storie che sta disseminando sullo schermo. Rifacendosi (ben più del film di Citti) allo schema della commedia all’italiana, Cerami padre e figlio tratteggiano bozzetti perfettamente identificativi dell’Italia contemporanea, a partire proprio dal protagonista Maurizio, proprietario del chiosco (interpretato da un Marco Giallini convincente come sempre), fino ad arrivare alla presentatrice televisiva di fama o all’anziano nostalgico del ventennio che racconta al nipotino le “gesta” dei soldati durante le guerre coloniali. Questa mancanza di profondità impoverisce l’architettura dell’opera, normalizzandola: di fatto ciò che effettivamente distingue Tutti al mare dalla pletora di commedie nostrane che a partire dall’inizio dell’anno hanno invaso le sale della penisola è solo la patina di malinconica cattiveria che ne riveste l’ossatura. Ma non basta questo a salvare un’opera che procede inevitabilmente a strappi, alternando gag riuscite ad altre dal vago retrogusto di stantio, e finendo perfino per apparire vittima dei cliché che vorrebbe abbattere: paradigmatico sotto questo punto di vista il modo in cui vengono tratteggiate le due ragazze dell’est, entrambe disposte gioiosamente a tutto pur di raggiungere l’agognata cittadinanza italiana. Manca dunque quel ribaltamento della norma, totale negazione di ogni vivere civile, che vivificava e rendeva indimenticabile Casotto, lasciando al suo posto solo l’ennesima commedia corale e ammiccante verso il pubblico, solo leggermente meno “gentile” e conciliante.

Cerami vorrebbe inseguire stilemi che il nostro cinema ha dimenticato, ma non basta mettere in bocca a due immigrati nordafricani lo struggente e splendido dialogo finale di Che cosa sono le nuvole? (recitato qui in arabo, se si esclude l’ultima battuta) per potersi fregiare dell’aggettivo pasoliniano. Resta da ammirare, per lo meno in parte, un cast eterogeneo e nel quale si distinguono, oltre al già citato Giallini, l’ottimo Sergio Fiorentini e un Gigi Proietti che gigioneggia all’infinito, ma con classe. Non racconta un granché dell’Italia di oggi, Tutti al mare, e quando lo fa è troppo scoperto nelle sue intenzioni. E allora l’interrogativo rimane valido: “s’annamo a diverti’”?

Info
Il trailer di Tutti al mare.

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