Sucker Punch

Sucker Punch

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Con Sucker Punch Zack Snyder si dimostra regista ambizioso ma non in grado di gestire una materia troppo (poco?) complessa. Un’opera vacua e priva di profondità.

Fuga nel mondo dei sogni

Nel 1950 una ragazza tenta di sfuggire alla violenza del patrigno, ma finisce in un istituto psichiatrico, dove inizia a immaginare realtà alternative per cercare una via di fuga alla sua condizione. Quando deciderà di fuggire dall’istituto dovrà prima rubare cinque oggetti… [sinossi]

Sono davvero pochi i cineasti contemporanei – a Hollywood, ma non solo – in grado di competere con Zack Snyder sotto l’aspetto della corposa muscolarità di ciò che si sta portando in scena: fin dall’esordio L’alba dei morti viventi, remake del romeriano Dawn of the Dead, il quarantacinquenne regista nativo di Green Bay, Wisconsin, ha seguito con pervicace coerenza una poetica “del combattimento” del tutto personale. Spesso paragonato a Michael Bay, più che altro probabilmente per il nucleo action con cui si contraddistinguono le sue opere, in realtà Snyder è autore del tutto distante dalla semplice messa in scena del momento dell’azione. In tal senso paradigmatici sono i suoi lavori più noti, vale a dire 300 e Watchmen: il primo, scambiato spesso e volentieri per un elogio della conquista, nasconde in realtà al suo interno un’interessante riflessione sulla coazione a ripetere all’infinito il medesimo gesto (nello specifico, l’attacco al nemico); il secondo, forte dal canto suo della derivazione letteraria dal capolavoro fumettistico di Alan Moore e Dave Gibbons, si propone come vera e propria summa dell’interpretazione dell’universo superomistico. Sucker Punch, opera quinta sulla lunga distanza per Snyder, presentava fin dalla sua genesi non pochi dubbi: il primo era dettato dalla vicinanza con il non esaltante Il regno di Ga’Hoole – La leggenda dei guardiani, tratto dalla serie di romanzi fantasy di successo (soprattutto oltreoceano) griffati da Kathryn Lasky; il secondo riguardava invece la peculiarità principale del film, ovvero di essere il primo tra quelli di Snyder a basarsi su un soggetto originale.

L’idea di Sucker Punch è infatti farina del sacco di Snyder, che l’ha poi elaborata in fase di sceneggiatura insieme al fido Steve Shibuya, amico di vecchia data: da qui a definire “originali” gli accadimenti che si susseguono sullo schermo durante l’ora e tre quarti di film però ce ne corre. Rubacchiando a destra e a manca, citando più o meno palesemente opere cinematografiche e letterarie tra le più note, Snyder confeziona un prodotto ad alto tasso immaginifico, eppure al contempo privo della scintilla creativa ed eversiva che dovrebbe scaturire in modo naturale dalla caduta nel maelstrom dell’onirismo. Togliendo una per una tutte le sovrastrutture cariche di effetti speciali con cui Snyder abbellisce l’architettura del film, ciò che rimane è lo scheletro da cui si è partiti, vale a dire la storia della povera Babydoll, rinchiusa in un ospedale psichiatrico dopo essere stata ingiustamente incolpata dell’omicidio della sorellina, e intenzionata a fuggire per vendicarne la morte e accusare il vero assassino, il crudele patrigno. Un canovaccio a dir poco misero, che Snyder cerca di irrobustire con un vero e proprio bombardamento visivo, carico di esplosioni, combattimenti, scenari di guerra, mostri e creature aliene: si ripropone in un certo senso l’idea già citata alla base di 300, ovvero l’ininterrotta sequela di combattimenti atti a produrre un’azione pur apparentemente immobile, ma il risultato è indubbiamente assai meno efficace. Vedere Babydoll e le altre compagne di sventura (Sweet Pea, Rocket, Blondie e Amber) trasformarsi da schiave di un bordello – il non luogo sognato da Babydoll per sfuggire alle strette sbarre del manicomio – a novelle Charlie’s Angels pronte a combattere in scenari fuori contesto come una cattedrale bombardata della Seconda Guerra Mondiale, un pianeta alieno o un tempio giapponese dell’epoca Tokugawa, sorprende lo sguardo e in più di un’occasione colpisce in pieno viso lo spettatore, ma la forza deflagrante che le immagini sembrano possedere si esaurisce in realtà ben presto, lasciando una stanca impressione di inutile ripetitività.

La meraviglia si trasforma in noia, e Sucker Punch appare più che altro come un pretenzioso tentativo di raccontare l’ovvio mascherandolo di volta in volta da qualcosa di assolutamente diverso e inaccessibile, scrigno della memoria e della fantasia di cui nessuno può possedere davvero la chiave. Il primo a non possederla, purtroppo, è proprio lo stesso regista, che abusa della sua indubbia capacità tecnica per reiterare tutti gli stilemi espressivi che aveva già ampiamente dimostrato di saper utilizzare in passato: ecco dunque le varie sequenze proliferare di ralenti, dettagli ai limiti del microscopico, sangue digitale, impossibili movimenti di macchina. Il tutto inguainato in una fotografia fredda, con ampie gradazioni di grigio, frutto di una color correction apprezzabile ma che appare forzatamente finta, a sua volta orpello estetico del tutto inessenziale.
In più di un punto simile all’assai più apprezzabile e compiuto The Ward di John Carpenter – a sua volta a breve in uscita in Italia – Sucker Punch simboleggia l’ideale caduta di un regista preda del suo ego espressivo a tal punto da non saperlo incanalare in una struttura in grado di possedere una sua reale forza. Qualora ancora non vi fosse capitato sotto gli occhi, il consiglio (prima o dopo la visione del film di Snyder) è quello di recuperare l’affascinante Assault Girls di Mamoru Oshii. Lì la riflessione sul cinema come media adatto a confrontarsi con il mondo dei fumetti e dei videogiochi possiede un vero valore teorico, e non si ferma alla mera idolatria dell’immagine in quanto tale.

Info
Il trailer di Sucker Punch.
Sucker Punch sul canale Film su YouTube.
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