La progenie del diavolo

La progenie del diavolo

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Con La progenie del diavolo i giovani registi Giuliano Giacomelli e Lorenzo Giovenga firmano un horror a basso costo che guarda con insistenza dalle parti di Pupi Avati e Lorenzo Bianchini.

I misteri di Murgelaseme

Emiliano Saudato, uno scrittore di successo, si reca in un paesino delle Marche per documentarsi su alcuni eventi che potrebbero tornargli utili per la realizzazione del suo nuovo best-seller, un saggio sulle leggende popolari italiane. L’uomo cerca informazioni sulla leggenda del “seme di Dio”, ma trova solo l’ostilità e l’omertà dei paesani. Emiliano verrà a capo di una tremenda verità, scoprendo che dietro ogni leggenda c’è sempre un fondo di realtà… Una spaventosa realtà. [sinossi]

Il primo interrogativo che viene naturale porsi al termine della visione de La progenie del diavolo riguarda proprio il finale: senza voler svelare niente in più del necessario, sorprende come vi sia una naturale corrispondenza d’amorosi sensi tra questo piccolo lungometraggio autoprodotto italiano e l’ottimo The Last Exorcism di Daniel Stamm. A stupire non è tanto la somiglianza concettuale tra i due film, ma piuttosto il fatto che quando il mockumentary di Stamm è apparso sulla scena il montaggio de La progenie del diavolo era oramai terminato.

Curiosità a parte, dispiace accorgersi di come il primo lungometraggio dei giovanissimi Giacomelli e Giovenga sia stato oggetto di critiche preventive da parte di buona parte del variegato universo internet dedicato agli appassionati dell’horror: la visione del trailer ha infatto scatenato una bufera di ironia tagliente sui due esordienti. Il problema di fondo, probabilmente, è che non bisognerebbe fermarsi di fronte ai difetti (stilistici e di contenuto) de La progenie del diavolo, perché operando in questa maniera non si potrebbe cogliere l’essenza primaria che rappresenta anche la dote più luccicante del film: pur nelle sue manchevolezze, sulle quali non c’è alcuna intenzione di apparire omertosi quanto i cittadini della malefica Murgelaseme, La progenie del diavolo dimostra il coraggio di abbandonare qualsiasi riferimento formale alla contemporaneità del genere per confrontarsi faccia a faccia con un’epoca oramai passata in cavalleria all’interno della nostra cinematografia. La progenie del diavolo schiva senza problemi le dinamiche di cui sta abusando buona parte della narrazione cinematografica interessata al demoniaco e al soprannaturale – stessa peculiarità riscontrabile nel già citato film di Stamm, tanto per ragionare per similitudini – per riallacciarsi all’horror padano di Pupi Avati, alle digressioni “provinciali” di Lucio Fulci e via discorrendo. Nel volersi fermare a quest’ultimo decennio, l’unico nome che sembra rientrare tra gli ispiratori del duo è quello di Lorenzo Bianchini, regista friulano fautore di un horror parlato in marilenghe: per farla breve, Giacomelli e Giovenga hanno portato a termine un horror prettamente italiano, operazione tutt’altro che semplice o da sottovalutare.

Nel vuoto ottenebrante e angoscioso dei silenzi del paesino protagonista della vicenda si nasconde l’epoca d’oro della nostra cinematografia di genere, dal borgo maledetto di Operazione paura di Mario Bava a, ovviamente, la pianura Padana de La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati; allo stesso modo il protagonista (interpretato in maniera poco convincente dal monocorde Emiliano De Magistris) è ricalcato sulle sembianze del Lino Capolicchio del film di Avati o del David Hemmings di Profondo rosso di Dario Argento. È proprio la pervicace volontà del duo al timone di volersi staccare dai cliché del genere di questi ultimi anni a rendere interessante un film che probabilmente avrebbe corso altrimenti il rischio di non scalfire con forza la realtà indagata. I retaggi popolari sono abbozzati solo nella prima parte, e perdono efficacia con l’avanzare del film: alcuni personaggi, d’altro canto, sembrano più che altro delle macchiette, anche per via di un cast di non professionisti. Ecco, ciò che davvero manca a La progenie del diavolo è il “professionismo”: ma l’assoluta dedizione alla causa di Giovenga e Giacomelli, la loro urgenza espressiva – pur ancora non compiuta –, l’amore dimostrato per un genere sempre più bistrattato nel nostro paese, non possono non addolcire lo sguardo dello spettatore, anche del più esigente.

Sorretto da un vero e proprio no-budget, La progenie del diavolo deve essere preso per quello che è, senza attribuirgli velleità che non possono appartenergli, e senza incolparlo di mancanze insite nell’idea stessa di un progetto di questo tipo. Di fronte a siffatte operazioni si dovrebbe solo lodare lo sforzo compiuto da un manipolo di appassionati, e coglierne gli aspetti più interessanti (e la costruzione di alcune sequenze, soprattutto nell’utilizzo degli spazi chiusi, è tutt’altro che banale). Per tutte le ulteriori speculazioni ci sarà tempo: per ora resta il disturbante ricordo della piccola Murgelaseme, cittadina immaginaria di una regione, le Marche, che non guarderemo più con gli stessi occhi.

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Il trailer de La progenie del diavolo.

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