Diciottanni – Il mondo ai miei piedi

Diciottanni – Il mondo ai miei piedi

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Come nei migliori racconti di formazione, Diciottanni – Il mondo ai miei piedi non sa fornire risposte, né vuole sintetizzare una generazione, perché appunto abbraccia lo sguardo di chi deve ancora conoscere il mondo, non ha sentimenti confezionati in cui credere, o se li ha presto li riconosce come inautentici, come un’eredità non sua fornitagli dal mondo degli adulti, pieno di rancori, egoismi e amori inadeguati.

Tutta la vita davanti?

La storia di una adolescenza vissuta troppo in fretta. Ludovico è giovane, bello e ricco. Per questo le donne lo desiderano e lui non si nega, neppure alla professoressa e alla madre del suo migliore amico. Quando Ludovico incontra Giulia, sembra che le cose possano cambiare, ma qualcuno ha tramato alle sue spalle per diciotto lunghi anni… [sinossi]

Un esordio davvero appassionato e vigoroso: questa è l’immediata disamina dell’opera prima di Elisabetta Rocchetti. Personaggio che da più di una decade gravita nel mondo del cinema italiano, conosciuta prevalentemente per la sua carriera di attrice (Nastro d’argento per la sua interpretazione ne L’imbalsamatore di Matteo Garrone), la Rocchetti si è buttata anima e corpo in Diciottanni – Il mondo ai miei piedi, autofinanziandosi e scrivendo di suo pugno il film. Grazie al RIFF e a un affollato Cinema Aquila, Diciottanni in tutto il suo evidente low budget è riuscito ad avere una prima vetrina.

Una povertà di mezzi a cui corrisponde tuttavia una grande ricchezza emotiva, e dentro la quale si agita un desiderio impellente di comunicare. La storia segue le vicende di un ragazzo appena maggiorenne, invischiato in relazioni sentimentali con donne più grandi, compresa la sua professoressa e la madre del migliore amico, senza genitori, con pochi amici, ma con un ricco patrimonio a cui però attinge uno zio piuttosto approfittatore, con cui peraltro inconsapevolmente il protagonista condivide l’amante. Un intreccio del genere potrebbe far presagire una nuova proposizione mucciniana, oppure un film pruriginoso e morboso magari simile agli aberranti resoconti sul mondo adolescenziale come Un gioco da ragazze di Matteo Rovere o l’irreale Albakiara di Stefano Salvati. Niente di tutto questo, perché Diciottanni cerca di saltare a pie’ pari tutti gli stereotipi di un tipo di cinema che si riduce o a essere casto e melenso come quello sulla scia di Moccia o fintamente erotico-trasgressivo seguendo le orme di Melissa P., praticamente due facce della stessa medaglia.

Come nei migliori racconti di formazione, Diciottanni non sa fornire risposte, né vuole sintetizzare una generazione, perché appunto abbraccia lo sguardo di chi deve ancora conoscere il mondo, non ha sentimenti confezionati in cui credere, o se li ha presto li riconosce come inautentici, come un’eredità non sua fornitagli dal mondo degli adulti, pieno di rancori, egoismi e amori inadeguati. E questo toccare materialmente il mondo passa attraverso la vitalità del suo protagonista, di cui la pulsione sessuale e sentimentale è senza dubbio uno dei motori. L’erotismo però è intelligentemente lasciato fuori campo, mentre sono i sentimenti  che vengono invece fatti emergere in primo piano nella loro incapacità di esprimersi. Incollata, ravvicinata ai volti dei suoi attori, la Rocchetti li segue generosamente con una messinscena difettosa, imperfetta, che si basa tutta sull’autenticità delle situazioni. Ma è un’imperfezione che è piena di linfa vitale. Se ci si interroga sullo stile, specie per chi esordisce, diciamo che in qualche modo la Rocchetti ha trovato una via, probabilmente passando per la sua ansia di comunicare, prima ancora che di raccontare, per cui alla fine la necessità ha trovato la sua forma. Non ci preoccupiamo di citare il nome di John Cassavetes, pensando che di questi racconti di vita, di queste derive poco lineari dei personaggi molto si basa sul lavoro degli (e sugli) attori. Partendo dal giovane Marco Rulli protagonista di una grande e intensa interpretazione, tutto il variegato cast senza distinzione di sesso ed età dà un’impronta indelebile di credibilità in ogni momento. Ma non è solo la bravura interpretativa (ben al di sopra della media nazionale) il punto, quanto la sensazione che la stessa sceneggiatura sia sempre passibile di improvvisazione da parte degli attori, non di approssimazione (sia chiaro) quanto piuttosto di ricerca delle giuste parole che la verità richiede. Questa sceneggiatura nel suo farsi è probabilmente la carta vincente di Diciottanni, anche se, di contro, qualche volta rischia il film di perdere in linearità e di dilatarsi troppo specie nella parte finale, forse anche per il voler chiudere eccessivamente le diverse vicende.

Se ci si chiede cosa sia l’indipendenza nel cinema italiano, Diciottanni rappresenta la risposta più genuina e convincente in questo momento. Forse per la povertà dei mezzi che il film palesa, paradossalmente proprio il RIFF ha invece voltato lo sguardo altrove premiando la commedia dipendente, prigioniera di luoghi comuni e risate a denti incollati, ovvero Cara, ti amo di Gian Paolo Vallati. D’altronde una tale assuefazione merita veramente un premio.

Info
Il trailer di Diciottanni – Il mondo ai miei piedi.

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