Scream 4

Scream 4

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Con Scream 4 tornano a lavorare insieme Wes Craven e Kevin Williamson, confezionando un divertissement horror di gran classe, elegante e cinicamente disilluso. Un gioiello.

L’urlo come una delle belle arti

Sidney Prescott è diventata autrice di un manuale di auto-difesa e, come ultima tappa del tour promozionale del libro, torna proprio a Woodsboro. Lì riallaccia i contatti con lo sceriffo Dewey e sua moglie Gale, e anche con la giovane cugina Jill e la zia Kate. Ma, con il ritorno di Sidney a casa, tornano anche gli omicidi di Ghostface, che pare prendere di mira il liceo frequentato da Jill… [sinossi]
Il primo assassinio è noto a tutti voi.
Come inventore dell’assassinio e padre di quest’arte,
Caino deve essere stato un genio di prim’ordine.
Thomas de Quincey, L’assassinio come una delle belle arti (1827)

Quando, nel 1996, fece la sua apparizione sugli schermi statunitensi Scream, nessuno probabilmente pensava che avrebbe rivoluzionato totalmente il settore dello slasher-horror statunitense: quello che all’apparenza sembrava  il più classico dei teen-horror, genere saccheggiato in lungo e in largo dall’altra parte dell’oceano, nascondeva al suo interno un potenziale teorico ed espressivo del tutto estraneo a qualsiasi altro film dell’orrore del periodo. Scritto in punta di penna da un allora sconosciuto Kevin Williamson e diretto con rara maestria da Wes Craven (che l’industria aveva colpevolmente abbandonato a sé stesso, nonostante nel corso del lustro precedente avesse diretto la coinvolgente fiaba oscura e progressista La casa nera e soprattutto l’eccellente Nightmare nuovo incubo, in cui tornava a confrontarsi con Freddy Kruger a dieci anni esatti di distanza dal primo film), Scream rappresentava un tassello fondamentale nella ricerca del meta-horror, un prodotto che fosse in grado di spaventare i propri spettatori scoperchiando e rileggendo apertamente i meccanismi stessi dei film del terrore. Una saga di successo, un personaggio (Ghostface) in grado di segnalarsi come una delle poche icone “di paura” credibili nel contesto contemporaneo, e un cast di attori affiatato e amato dal pubblico hanno consentito a Craven e Williamson di tornare ancora una volta sul luogo del crimine. Nel vero senso della parola, se si considera che l’azione viene riportata a Woodsboro, l’amena cittadina wasp che dopo il primo capitolo era stata abbandonata per spostarsi in altre location: il ritorno a casa di per sé prelude a un nuovo inizio, e uno dei tratti salienti – ovviamente raddoppiato nella sua veste teorica e contemporaneamente spettacolare – di Scream 4 è proprio quello di riuscire a innervare una storia che sembrava aver oramai esaurito le proprie potenzialità espressive non cercando di dirazzare inutilmente in altre direzioni, ma piuttosto operando una sorta di bizzarro e inusuale ricalco del primo capitolo.

Come asserito anche nel corso del film dai personaggi più cinefili, l’unico senso che al giorno d’oggi può avere un remake è quello di riscriversi addosso aggiornando stile e contenuti: le regole dell’orrore sono cambiate nel corso degli ultimi quindici anni – e in parte non indifferente anche per merito dello stesso Scream – ma il fulcro intorno al quale continua a girare l’universo creato da Williamson e Craven non ha spostato il proprio asse nemmeno di mezzo centimetro. Sobillando la suspense con una civettuola dose di sardonica e sprezzante ironia – e in questo si veda il geniale incipit, che non anticipiamo per non disperdere il gusto della visione –, Scream 4 riesce a permettersi una libertà espressiva e concettuale che è diventata davvero merce rara, anche e soprattutto a Hollywood: non si tratta solo di rileggere l’horror attraverso la storia del cinema, rinverdendone i fasti e sovvertendo qua e là alcune delle sue linee guida, ma anche di inquadrare (naturalmente con le oramai inconfondibili lente anamorfiche utilizzate dal direttore della fotografia Peter Deming) la realtà statunitense contemporanea con un occhio ben poco incline al perdono. In questo senso un’operazione come Scream 4 (ma la tetralogia andrebbe letta nel suo complesso) acquista un valore squisitamente politico e sociologico: la riflessione sugli anni Novanta, confuso decennio indeciso tra la prosecuzione della corsa sfrenata al capitalismo iniziata durante l’era Reagan e l’inseguimento di un sistema politico più democratico, presente nel primo capitolo, viene qui messa a confronto con la generazione successiva. Gli adolescenti del 2011 sembrano in tutto e per tutto uguali a quelli del 1996, rispettandone perfino le categorie sociali (la bella, il nerd, il tenebroso, la ragazza acqua e sapone), ma nei dettagli si avvertono fin da subito delle discrasie che esploderanno poi definitivamente nel corso della pellicola: lo svilimento dell’immagine a semplice veicolatore di mero e impalpabile successo è forse la più dura riflessione a cui poteva arrivare Scream 4, e anche per questo motivo sembra naturale considerare il film come il più teorico capitolo della saga dopo l’esaltante esordio di quindici anni fa. Perché sarebbe davvero riduttivo interpretarne il senso come quello di un semplice gioco, ludico divertissement artistico diretto con classe e intelligenza: il gioco al massacro in cui viene condotto lo spettatore mantiene un valore “morale” di ciò che si sta mettendo in scena che non ha molti paragoni possibili negli ultimi anni.

Vale per Craven lo stesso discorso portato a termine per John Carpenter, John Landis e, un paio di anni fa, Joe Dante: gli autori di genere che intrapresero la strada della regia nel corso degli anni Settanta possiedono uno sguardo non solo assai più personale di molti dei loro adoranti discepoli, ma anche molto più attento alla realtà sociale e politica che stanno indagando. Il loro è un cinema dell’orrore che ha solo lateralmente bisogno del sangue e del colpo di scena per funzionare: anzi, la meccanica del genere spesso è utile solo per deviare lo sguardo verso zone ancora più oscure dell’umanità. In Scream 4 cercare di indovinare l’assassino è un gioco che abbandona ben presto la mente dello spettatore, catturata al contrario sia dal fine metalinguaggio di cui è pervasa l’opera che dalla sensazione di innaturale “divertita oppressione” (si perdoni l’arzigogolato ossimoro) che è il minimo comun denominatore della tetralogia: si ride, in Scream 4, e si salta sulla poltrona per lo spavento, sempre schiacciati da un’aria funerea di sconfitta.

Perché Ghostface – e in questo l’invenzione è davvero deflagrante – non è il male assoluto: non è Michael Myers, Freddy Kruger, Jason Voorhees, Pinhead, versioni moderne, più o meno spaventose, del classico babau. Ghostface è un assassino diverso in ogni film, e dietro la maschera potrebbe nascondersi il vicino di casa, il poliziotto, il salumiere, l’insegnante, gli stessi liceali: questo lo rende davvero indistruttibile. Scream 4 è il ritorno in pista di un maestro del cinema dell’orrore dopo il non indispensabile My Soul to Take (2010) e l’incompiuto Red Eye (2005), qui ricongiunto a uno dei migliori sceneggiatori degli ultimi anni (per Williamson da segnalare quantomeno il bellissimo script del gioiellino The Faculty di Robert Rodriguez e il sottostimato Cursed, sempre di Wes Craven) nonché al compositore Marco Beltrami. Evitando si svelare troppo su ammazzamenti e presunti colpevoli (ma è impossibile rimanere indifferenti a una maestosa sequenza finale), il consiglio è quello di godere di due ore o poco meno di puro intrattenimento, per l’anima e per il cervello.

Info
Il trailer di Scream 4.
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