Prima che il diavolo sappia che sei morto – Sidney Lumet

Prima che il diavolo sappia che sei morto – Sidney Lumet

Prima che il diavolo sappia che sei morto è un ricordo di Sidney Lumet, un autore che ha attraversato sei decenni di cinema, rinnovando sempre la propria pelle, pur senza smarrire mai l’essenza stessa del suo approccio alla regia.

Questo non è un gioco
La parola ai giurati, 1957

“L’autore è il cinema”: questo, semplificando e tagliando con l’accetta, era uno dei punti fondamentali che guidava i teorizzatori della politique des auteurs, nel cuore degli anni Cinquanta francesi. Tra i molteplici paradigmi hollywoodiani di questo assioma rientra sicuramente anche l’arte di Sidney Lumet, con ogni probabilità uno dei registi statunitensi del periodo meno noti oggi alle giovani generazioni. Un paradosso, soprattutto se si considera che Lumet ha attraversato sei decenni di cinema, rinnovando sempre la propria pelle, pur senza smarrire mai l’essenza stessa del suo approccio alla regia: un cinema calibrato sull’umanità che di volta in volta ha messo in scena nei suoi film. Tra l’incredibile nugolo di imperdibili cineasti che hanno trovato patria e sede al sole della California nei primi decenni del secondo dopoguerra, Lumet (forse insieme a Sydney Pollack) è quello che maggiormente si è avvicinato a tratteggiare le forme del “grande romanzo americano”: a partire dal clamoroso La parola ai giurati fino ad arrivare al doloroso e ispido Onora il padre e la madre, suo vero testamento autoriale, i film di questo uomo pacato e umorista hanno avuto la capacità di scavare nella profondità del pensiero e dell’umore statunitense, senza paura di confrontarsi con le ambiguità di un terra complessa, libera e prigioniera al medesimo tempo.

In tal senso proprio La parola ai giurati, suo esordio alla regia per il grande schermo dopo anni di lavori teatrali e televisivi, rappresenta un esempio piuttosto preciso: nel mettere in scena il dramma di Reginald Rose, scritto per la televisione nel 1954, Lumet apre una finestra sull’America di quegli anni, ancora in bilico tra le aperture democratiche che esploderanno nel decennio successivo e il bigottismo bacchettone della cultura wasp dominante. L’insuccesso di pubblico, tentato da cromatismi e ritmi differenti, non scoraggia di certo il trentatreenne regista nativo di Philadelphia: dirige un film all’anno o giù di lì (alla fine saranno quarantacinque in cinquant’anni di carriera), spesso appoggiandosi a testi preesistenti, letterari come teatrali. Artigiano dotato di un nitore cristallino nella messa in scena, poco propenso a lasciarsi prendere la mano da virtuosismi estetici – anche perché spesso deve confrontarsi con set brevi e lavori da portare a termine in fretta – ma allo stesso tempo mai prono di fronte alle esigenze espressive delle sue creature, Lumet diventa nel giro di poco tempo famoso come il “regista dei divi”: davanti all’occhio della sua cinepresa passano praticamente tutti, da Henry Fonda a Paul Newman, da Katharine Hepburn a Marlon Brando. Nei prolifici anni Sessanta ha comunque il tempo di dirigere quantomeno due gioielli, entrambi incentrati sulla vita militare: il primo è A prova di errore (1964), e al di là delle non troppo vaghe somiglianze con Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick (i due film furono girati pressoché in contemporanea), poggia sulle spalle di uno straordinario cast che comprende Henry Fonda e Walter Matthau un cupo apologo pacifista; il secondo, dell’anno successivo, è La collina del disonore (1965), che analizza le tensioni crescenti all’interno di un campo di prigionia nel deserto nordafricano durante la II Guerra Mondiale.

Ma la summa della sua arte Lumet la raggiunge nel cuore degli anni Settanta, quando nell’arco di appena tre anni riesce a portare a termine Serpico (1973), Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975) e Quinto potere (1976): gli Stati Uniti hanno perso la purezza infantile di cui si erano ammantati dopo la fine del conflitto mondiale, e hanno anche superato la ribelle identità adolescenziale della contestazione. Il panorama che rimane è quello di una nazione ferita, corrotta e impaurita da sé stessa. Gli animi belligeranti e disperati dei protagonisti di queste pellicole (il poliziotto Frank Serpico, i rapinatori proletari Sonny Wojtowicz e Sal Naturile, il presentatore televisivo “dismesso” Howard Beale) sono il simbolo degli USA meno acquietabili, utopisti destinati alla gogna, all’esilio o persino alla morte. Il cinema di Lumet solo occasionalmente toccherà di nuovo i vertici raggiunti in questo ideale trittico, ma non mancherà anche in seguito di sottolineare con forza la propria indipendenza di pensiero. È così ne Il verdetto (1982), su sceneggiatura di David Mamet, in cui Lumet torna in un’aula di tribunale; è così nell’appassionato teen-movie Vivere in fuga (1988), fermo immagine sull’amaro destino della contestazione del 1968; è così addirittura nell’inconcluso Sono affari di famiglia (1989), incentrato sul triangolo generazionale Connery/Hoffman/Broderick. Poi, quando il suo cinema sembrava essere oramai destinato a suonare con la sordina innescata, adagiandosi su ritmi industriali troppo differenti da quelli in cui era stato svezzato, ecco l’incredibile colpo di coda di Onora il padre e la madre, tra i capolavori del terzo millennio a stelle e strisce. Il commiato di un grande maestro di stile, capace di lasciarsi avvolgere nella mortifera stretta di Hollywood senza soffocare: un esempio anche per i cinefili della prima ora, che probabilmente non hanno avvertito che una pallida eco della sua presenza sugli schermi.
Perché ammirare il cinema di Sidney Lumet significa cercare di comprendere un mondo che troppo spesso per semplicità consideriamo simile al nostro: un universo che andrebbe studiato con maggior attenzione, per essere in grado di apprezzarne i pregi e sottolinearne i difetti. È morto a ottantasei anni, Lumet, e non si può dunque parlare di una dipartita prematura: eppure lascia un vuoto che difficilmente potrà essere colmato. Registi come Lumet hanno insegnato a generazioni e generazioni di amanti della settima arte come questa possa essere esaltante, dolorosa, coinvolgente, emozionante, pura, disperata, gioiosa, sorprendente, triste, gaia, eterna e dissolta. Ma mai, mai, solo un gioco.

Info
Un’intervista del 1995 a Sidney Lumet.

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