Wanted: Border

Wanted: Border

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Alla sua opera seconda il giovane regista filippino Ray Defante Gibraltar fa deflagrare sullo schermo tutte le sue ambizioni; Wanted: Border è però fin troppo sofisticato per un cineasta ancora alla ricerca della propria maturazione espressiva e si risolve in un coacervo di idee e intuizioni privo di un reale senso compiuto. Al Far East di Udine.

La pietà

Ingredienti e spezie che compongono la ricetta di questo film includono i rituali di crocifissione praticati nel periodo pasquale in talune regioni delle Filippine, le superstizioni popolari connesse ai vampiri delle foreste pluviali, deliziosi piatti locali a base di carne umana, frustrazioni sessuali e incesti, nonché le sanguinarie repressioni anticomuniste dell’epoca della dittatura di Marcos. [sinossi]

La cinematografia filippina continua a essere tutt’oggi una delle più misteriose, anche per quelle frotte di cinefili appassionati dell’area del sud-est asiatico: l’ostracismo che ha ricevuto in campo internazionale e la diffidenza con cui viene guardata, sono elementi che non è possibile mettere in discussione, ribaditi dalla superficialità che la critica dimostra nei confronti dei nomi più importanti venuti alla luce nel corso dei decenni (un tempo Lino Brocka e Mario O’Hara, oggi Lav Diaz, Raya Martin e Brillante Mendoza). In realtà nel magmatico sistema produttivo di Manila e dintorni trovano spazio le esigenze espressive più disparate: al di là dei nomi succitati, che rappresentano il gotha dell’arte cinematografica filippina, la produzione è essenzialmente separata in due tronconi. Da una parte della barricata vi sono le produzioni popolari, commedie e horror, che trovano il consenso del pubblico garantendosi incassi non indifferenti – durante la tredicesima edizione del Far East Film Festival se n’è avuta una chiara dimostrazione alla proiezione di Here Comes the Bride di Chris Martinez –, dall’altra i registi indipendenti, che lavorano fuori dall’industria e hanno come unico referente (o quasi) il circuito dei festival internazionali. Tra questi c’è stato ultimamente un forte ricambio generazionale, che ha portato a molti esordi, come quelli di Pepe Diokno (Engkwentro), Francis Xavier Pasion (Jay), Ralston Jover (Bakal Boys) e Ray Defante Gibraltar. Dei quattro Gibraltar è sicuramente il nome meno conosciuto, visto che su tre film diretti (When Timawa Meets Delgado, Wanted: Border e Brod), solo Wanted: Border ha trovato il modo di raggiungere una platea internazionale degna di questo nome, approdando sullo schermo di Udine a ben due anni di disanza dalla sua effettiva produzione: i motivi di ciò diventano comunque comprensibili già dalle prime battute del film, in cui attraverso uno stile rapsodico Gibraltar fa irrompere in scena retaggi biblici – la continua citazione della passione cristologica, vero trait d’union dell’intero film – violenza, credulità popolare.

Il tentativo del giovane cineasta è fin troppo chiaro: cercare di raccontare la realtà filippina (per la precisione quella della provincia di Iloilo, nel cuore delle Visayas Occidentali, la parte centrale dell’arcipelago, da cui proviene lo stesso Gibraltar) mettendone alla berlina tanto i retaggi della cultura popolare quanto la politica anticomunista perpetrata durante i terribili anni della dittatura di  Ferdinand Marcos (1965-1986). Un progetto ambizioso, per il quale Gibraltar sposa una messa in scena criptica, ricca di simboli e ritmata da un montaggio che non segue mai una progressione logica, preferendo lavorare per ellissi, connessioni ideali. Il problema di fondo è che Gibraltar non sembra possedere il talento necessario per approcciare una materia così complicata: pur proponendo intuizioni di quando in quando non disprezzabili, Wanted: Border si rivela come un’opera profondamente rabberciata, priva della forza immaginifica che avrebbe permesso di innervare le pretese autoriali del regista. Tutto avviene con una casualità tale da sminuire gradualmente qualsiasi interesse nei confronti della filosofia alle spalle del film: gli elementi più disparati appaiono buttati nel calderone senza alcuna finezza. Wanted: Border diventa così un florilegio di bestialità (uomini utilizzati come cibarie, donne crocefisse, folle inferocite dedite alla caccia alle aswang, le donne-vampiro che infestano le foreste dell’entroterra, ammazzamenti nel bel mezzo della strada, deviazioni sessuali, cocainomani malati di sesso) fine a sé stesso, poco appassionante e ancor meno convincente da un punto di vista prettamente estetico.
Forse Gibraltar avrebbe dovuto volare più basso, senza affrontare tematiche ingestibili per la propria immaturità artistica: perché aprendo il film con la protagonista che recita “padre, perdonali perché non sanno quello che fanno” e chiudendolo su una versione contemporanea della Pietà, il rischio è quello di apparire anche presuntuosi. Tra le visioni del FEFF 2011 forse non la peggiore, ma sicuramente la più deludente.

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