Sleeping Beauty

Sleeping Beauty

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Ambiziosa opera prima, in concorso a Cannes 2011, Sleeping Beauty affastella situazioni scabrose rarefatte, private della potenziale forza provocatoria, ridotte a compiaciuti tableaux vivants: dalle ricorrenti inquadrature frontali, rimarcate dalla ridotta mobilità dei personaggi, alla messa in scena del corpo candido eppure peccaminoso di Lucy (Emily Browning), la Leigh sembra preoccuparsi esclusivamente della resa estetica, della mise-en-scène.

Lucy Rubacuori

Lucy, giovane studentessa universitaria, risponde a un annuncio e, dopo un colloquio con l’elegante Clara, accetta di lavorare come “Bella Addormentata”: dopo essere stata sedata, si addormenterà in una stanza e il suo corpo sarà a disposizione di uomini sconosciuti che non potranno però penetrarla. Al suo risveglio non si ricorderà nulla… [sinossi]
We rely on mutual trust
and discretion. I’m obliged
to tell you there are heavy
penalties – very heavy
penalties – for any breaches
of discretion.

Archiviato il gradevole balocco Midnight in Paris di Woody Allen, film d’apertura di Cannes 2011, ci areniamo di fronte a Sleeping Beauty dell’esordiente Julia Leigh, che ha avuto l’onore e l’onere di inaugurare il Concorso. La prima delle venti pellicole in corsa per la Palma d’Oro, attesa soprattutto per il ruolo di produttrice esecutiva di Jane Campion, ha lasciato praticamente ammutolita la sala alla prima per la stampa. Uno sparuto numero di timidi applausi e qualche fischio non troppo convinto si sono persi in un silenzio glaciale. Glaciale, in fin dei conti, come la messa in scena, come l’emotività del personaggio principale e delle maschere di contorno, come l’impostazione delle performance attoriali.

Geometrico nella costruzione narrativa ed estetica, Sleeping Beauty mostra notevoli ambizioni, soprattutto per una regista esordiente, ma si scioglie come neve al sole sequenza dopo sequenza: dietro ai quadri fissi e alle dissolvenze in nero, agli stacchi repentini e alla ricorrente composizione delle inquadrature (delle stesse inquadrature), non si cela alcun sottotesto ma una superficiale lettura dell’odierna e presunta (a)moralità. La Leigh, anche sceneggiatrice, confeziona un esercizio di stile sorprendentemente privo di contenuto, nonostante la rappresentazione pruriginosa di un piccolo universo fatto di perversioni: ma tra cene eleganti impreziosite da soavi fanciulle discinte, vecchi satiri, piacenti tenutarie di lussuose ville-bordello e soldi bruciati come carta straccia, emerge solo la gratuita scelta stilistica della neo-regista australiana [1].

Sleeping Beauty affastella situazioni scabrose rarefatte, private della potenziale forza provocatoria, ridotte a compiaciuti tableaux vivants: dalle ricorrenti inquadrature frontali, rimarcate dalla ridotta mobilità dei personaggi, alla messa in scena del corpo candido eppure peccaminoso di Lucy (Emily Browning), la Leigh sembra preoccuparsi esclusivamente della resa estetica, della mise-en-scène. Ma le immagini, nonostante l’ottimo lavoro del direttore della fotografia Geoffrey Simpson, sembrano cartoline o, ancor peggio, fotografie per un patinato catalogo: paradossalmente, la bella bambolina di porcellana Emily Browning si trova nuovamente prigioniera di un incubo che non si dimostra concettualmente così distante dal fallimentare blockbuster Sucker Punch di Zach Snyder. L’immagine per l’immagine, dall’incipit nel bianco laboratorio fino al cliché estetico-narrativo dell’inquadratura finale, della superflua ripresa con la telecamera nascosta. Nei suoi centoquattro minuti, Sleeping Beauty sembra rimandare continuamente un’esplosione, una deflagrazione narrativa, ma non avanza di un fotogramma, tornando al punto di partenza. La cocaina e l’immaginario erotico da società decadente, il disfacimento dei corpi dei clienti rispetto alla candida bellezza di Lucy e la malattia terminale dell’amico, la monotonia dei lavori di tutti i giorni e… dissolvenza in nero.
Note positive per l’utilizzo del digitale, con una resa ottimale a livello cromatico, e per la bella addormentata Emily Browning, baby-attrice ai tempi del pessimo Ghost Ship (2002) di Steve Beck e del non memorabile Lemony Snicket – Una serie di sfortunati eventi (2004) di Brad Silberling e rilanciata dalle perversioni per educande di Zach Snyder e Julia Leigh.

Note
1. «Cene eleganti impreziosite da soavi fanciulle discinte, vecchi satiri, piacenti tenutarie di lussuose ville-bordello e soldi bruciati come carta straccia»… qualsiasi riferimento al penoso teatrino simil-pornografico che ha (momentaneamente?) inguaiato Berlusconi è puramente casuale.
Info
Il trailer originale di Sleeping Beauty.
La scheda di Sleeping Beauty sul sito di Cannes.
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