Polisse

Polisse

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Polisse di Maïwenn Le Besco, in concorso al 64º Festival di Cannes: un anno passato insieme alla divisione della polizia parigina che si occupa degli abusi sui minori. Dolente, crudo, furbo, retorico.

Il braccio dolente della legge

Un anno passato insieme alla CPU (Child Protection Unit), la divisione della polizia parigina che si occupa degli abusi sui minori. Ai vari casi, dolorosi e tragici, che l’unità deve affrontare nel corso dei mesi, si mescola la vita privata dei singoli agenti, spesso a loro volta coinvolti in situazioni familiari problematiche. Ad esempio Fred, il ribelle del gruppo, s’invaghisce di Mélissa, fotografa incaricata dal ministero dell’Interno di dedicare un reportage al CPU… [sinossi]

Con l’approdo sugli schermi della Croisette dell’ultima fatica artistica di Maïwenn Le Besco arriva a conclusione il tris di registe con cui si è aperto il concorso della sessantaquattresima edizione del Festival di Cannes: dopo il farraginoso e presuntuoso Sleeping Beauty di Julie Leigh e l’interessante dramma umano al centro di We Need to Talk About Kevin di Lynne Ramsay, è stata dunque la volta dell’opera terza di Maïwenn, attrice/regista sorella dell’altrettanto nota Isild. Polisse è un film che ha il coraggio e la forza di entrare immediatamente in media res: attraverso uno stile scarno ed essenziale, in cui la macchina a mano gioca un ruolo di primaria importanza, la trentacinquenne cineasta francese costringe fin dalle prime inquadrature lo spettatore a confrontarsi con una realtà mostruosa, all’apparenza lontana anni luce dalla nostra quotidianità.

Il CPU (acronimo che sta per Child Protection Unit) è una divisione della polizia parigina che monitora e interviene nei casi di abusi su minori: poco considerato dai colleghi degli altri reparti – anche per la poca dimestichezza degli agenti con ciò che a prima vista apparterrebbe alla prassi del mestiere, utilizzo delle armi in primis – il CPU descritto dalla Le Besco è un organismo che assomiglia molto da vicino a una vera e propria famiglia. Gli interrogatori diventano spesso e volentieri un teatrino in cui si esplicita la complicità tra colleghi, che per il resto cenano insieme, ridono, scherzano, discutono, vanno in discoteca, condividono persino gli stessi appartamenti, si amano e si odiano. È questa senza dubbio una delle intuizioni migliori sfoderate dalla giovane regista nel corso del film: contrapponendo alla gretta brutalità cronachistica dei casi riportati – gran parte dei quali tra l’altro modificati in maniera solo lieve rispetto alla verità – una struttura corale tipica del film familiare, che in Francia ha sempre trovato eccellenti cantori (per restare dalle parti dei contemporanei, si veda alla voce Arnaud Desplechin), Maïwenn riesce a non cadere nella trappola del film vérité sensazionalistico e alla disperata ricerca di uno scandalo da sollevare. I personaggi che prendono corpo sulla scena sono esseri umani a tutto tondo, schiacciati spesso da peso di un lavoro che li costringe loro malgrado a confrontarsi con lo specchio deformato della società civile: padri che abusano delle figlie, madri che cercano di non far piangere i loro neonati masturbandoli, insegnanti di ginnastica che non sanno resistere ai propri allievi. Sono solo alcuni dei casi che di volta in volta affollano il distretto di polizia di Belleville nel quale è ambientato il film, trattati quasi sempre con un distacco naturalistico che va rimarcato. Laddove il film si inceppa, purtroppo, è proprio nel delicato equilibrio che intercorre tra la componente realistica della vicenda e quella più prettamente fictionale: come si trattasse di due fiumi destinati a non confluire mai l’uno nell’altro, la narrazione di Polisse procede per blocchi contrapposti, animati tra l’altro da un’estetica che non è in grado di amalgamarli al meglio. Così al già descritto naturalismo a pochi passi documentario dei vari interrogatori fa da contrappunto l’esasperato melodramma umano delle vite private degli agenti, ma senza che i due elementi abbiano la possibilità di compenetrarsi fino in fondo, lasciando dunque in superficie molte delle problematiche portate a galla.

Probabilmente indecisa sul registro da utilizzare, Maïwenn Le Besco finisce per trasformare Polisse in un caotico e paradossale incrocio tra Hill Street Blues, Entre les murs di Laurent Cantet e il cinema di Abdellatif Kechiche, senza però possedere la potenza immaginifica degli ultimi due: differenza che si materializza una volta per tutte nel finale, quando lo sguardo ondeggia dalle parti di La Graine et le mulet, con un montaggio alternato che non possiede però che un’oncia del deflagrante coinvolgimento emotivo del film di Kechiche. Davvero eccellente comunque l’assortito cast, che va dalla stessa Maïwenn Le Besco a Karin Viard, da Joey Starr a Marina Foïs, da Emmanuelle Bercot a Karole Rocher: riconoscimento collettivo in vista?

Info
Polisse, il trailer.
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