Il ragazzo con la bicicletta

Il ragazzo con la bicicletta

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Una bicicletta come simbolo di libertà e di un amore paterno negato. Presentato a Cannes 2011, Il ragazzo con la bicicletta incanala nuovamente il cinema dei Dardenne nel solco tracciato film dopo film, a partire quantomeno da La promesse – i due lungometraggi d’esordio andrebbero inseriti in un contesto a parte, per motivi estetici e contenutistici fin troppo evidenti –, rappresentando a suo modo una sorta di retromarcia rispetto ai panorami che sembravano delinearsi appena tre anni fa.

I Want to Ride My Bicycle

Il dodicenne Cyril ha una sola idea fissa: ritrovare il padre che l’ha momentaneamente affidato a un istituto per minori. Il ragazzino stringe amicizia con Samantha, una parrucchiera che decide di portarlo a casa con sé nei fine settimana, ma Cyril non vuole l’amore di Samantha perché continua a sognare il ritorno del padre… [sinossi]

Tutto il mondo di Cyril ruota attorno alla bicicletta che suo padre gli ha comprato e che ha poi venduto per accumulare un po’ di denaro liquido: un mezzo di locomozione che durante l’ora e mezza in cui si sviluppa Il ragazzo con la bicicletta, ottavo lungometraggio di finzione di Jean-Pierre e Luc Dardenne presentato come di consueto in concorso alla sessantaquattresima edizione del Festival di Cannes [1] ricomprato, rubato altre due volte e sempre ritrovato. Perché per il dodicenne Cyril rappresenta qualcosa di molto più di una “semplice” bicicletta: è infatti contemporaneamente il simbolo della propria libertà e dell’amore che il padre dovrebbe nutrire nei suoi confronti. Un padre che però ha deciso scientemente di abbandonarlo e di non avere più nulla a che fare con lui, preferendo concentrarsi sul suo lavoro di cuoco in un locale. Nasce dall’esigenza di raccontare l’esperienza umana di questo ragazzino il nuovo film dei fratelli Dardenne, aspettato al varco dagli addetti ai lavori dopo l’inaspettata architettura narrativa de Il matrimonio di Lorna. Che si fosse apprezzata o meno la storia dell’emigrata albanese decisa a tutti i costi ad aprire un proprio locale in Belgio, infatti, è impossibile non concordare sul fatto che esso rappresenti a tutt’oggi una deviazione piuttosto sensibile dal percorso poetico portato avanti con coerenza dai due cineasti nel corso della loro ventennale carriera.

In questo senso non v’è dubbio che Il ragazzo con la bicicletta incanali nuovamente il cinema dei Dardenne nel solco tracciato film dopo film, a partire quantomeno da La promesse – i due lungometraggi d’esordio andrebbero inseriti in un contesto a parte, per motivi estetici e contenutistici fin troppo evidenti – rappresentando a suo modo una sorta di retromarcia rispetto ai panorami che sembravano delinearsi appena tre anni fa. La regia si fa nuovamente asciutta, incollata ai personaggi nel tentativo di privare lo spettatore di qualsiasi filtro attraverso il quale cercare di interpretare la realtà che viene posta davanti ai suoi occhi; la narrazione, che nel penultimo Il matrimonio di Lorna acquisiva tonalità vagamente noir, adagiata su un intreccio complesso e profondamente costruito, torna ne Il ragazzo con la bicicletta a palesarsi come puro e semplice studio al microscopio delle varie umanità che prendono corpo sullo schermo. La macchina a mano che perseguita quasi i protagonisti della vicenda, cercando di intrappolare nell’inquadratura la disperata vivacità di Cyril (straordinaria l’interpretazione del giovane Thomas Doret, quindicenne al proprio esordio davanti alla macchina da presa, in grado di rubare completamente la scena a un cast pure in ottimo stato di forma, da Cécile de France al sempre eccelso Jérémie Renier, alla quarta collaborazione con i Dardenne), fascio di nervi impossibilitato a trovare pace, è l’efficace arma utilizzata dai registi per dare voce alla galleria di reietti che da sempre agitano le acque torbide delle loro opere. Cyril è come Rosetta, o come la stessa Lorna, figura dimessa di una società che non ha alcuna intenzione di riconoscerne l’esistenza: ma, come le sue due predecessore, anche Cyril rifiuta di accettare in maniera prona l’universo che gli si oppone. In un non-luogo che si articola in appena tre location chiave (la città, la foresta e la stazione di servizio) Cyril corre, urla, scalcia, protesta, morde, non si lascia schiacciare o sopraffare da chicchessia, tanto da essere soprannominato “pitbull” dal piccolo delinquente che vorrebbe sfruttare l’innata rabbia del bambino per il proprio tornaconto personale. Ma un’oncia di speranza traspira dalla pellicola, particolare non irrilevante se si considera l’ineluttabile pessimismo di molte delle opere passate dei fratelli Dardenne: impossibile dire quanto questo sia un caso, ma certamente Il ragazzo con la bicicletta smentisce tutti i dubbi lasciati da Il matrimonio di Lorna sul progressivo annebbiamento dello sguardo di uno dei consorzi artistici più rilevanti del cinema mondiale.

Note
1. Sulla Croisette i fratelli belgi hanno raccolto una serie pressoché infinita di riconoscimenti: la Palma d’Oro per Rosetta (1999) e L’enfant (2005), una menzione speciale per Il figlio (2002), il premio per la miglior sceneggiatura per Il matrimonio di Lorna (2008).
Info
Il sito della distribuzione francese de Il ragazzo con la bicicletta.
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