Toomelah

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Tra nostalgia e realismo, Toomelah sembra voler indicare l’unica strada possibile per la sopravvivere: il futuro è nel passato, nelle foto degli antenati, nella parole di cui non conosciamo più il significato e il suono, nella memoria degli anziani. La cultura come salvagente, la scuola come unico momento di pacifico e sincero incontro tra bianchi e aborigeni.

Fucking Plastic Gangsters

Daniel, un bambino di dieci anni, vive a Toomelah, una sperduta comunità aborigena dell’Australia sudorientale. Il piccolo Daniel, privo di una figura paterna di riferimento, passa le sue giornate con una banda di spacciatori di droga locali. L’arrivo di un altro spacciatore cambierà radicalmente la situazione… [sinossi]

Torna al Festival di Cannes, nella sezione Un Certain Regard, l’interessante regista australiano Ivan Sen, che nel 2005 era stato selezionato col documentario breve Yellow Fella [1]. Regista profondamente legato alle proprie radici, Sen mette in scena con stile quasi documentaristico il disfacimento e le estreme difficoltà della piccola comunità di Toomelah, una Aboriginal Mission che testimonia lo stato di abbandono degli aborigeni, la popolazione indigena australiana. Tra orgoglio e consapevolezza, sguardo lucido eppure commosso, Sen traccia un ritratto disincantato di una comunità che lotta disperatamente per non sparire: una lotta spesso inconsapevole, disordinata, persino autolesionista.

Toomelah è un canto doloroso che non nasconde la rabbia, le indiscutibili colpe del governo, dei colonizzatori, ma che allo stesso tempo non assolve gli abitanti di Toomelah. Autore anche della sceneggiatura, Ivan Sen osserva con affetto i vari personaggi, senza esprimere rigidi giudizi: come una sorta di Shane Meadows australiano (anche se per mise-en-scène sarebbe piuttosto da accostare al franco-tunisino Abdellatif Kechiche), Sen si immerge in un ambiente che conosce bene e pedina i propri personaggi/attori senza etichettarli, senza suddivisioni manichee. Sen osserva e (ci) racconta la piccola gang locale – dei balordi fucking plastic gangsters – con sguardo lucido, consapevole del contesto, della disperazione e del vuoto che sospingono verso l’abisso. Toomelah mette in scena la disgregazione dei valori, il difficile processo di recupero del passato, delle tradizioni, o quantomeno la salvaguardia di quel poco che è rimasto.

Incollato al piccolo Daniel (Daniel Connors, dieci anni appena), innocente antieroe dallo sguardo perennemente in bilico tra pianto e rabbia, che gira attorno al violento Linden (Christopher Edwards, davvero convincente: le dinamiche tra Daniel e Linden e il loro stesso percorso emotivo ci hanno ricordato il travagliato legame tra Shaun e Combo nell’ottimo This is England), Sen sceglie la macchina a mano, sporca, ricorrendo spesso al fuori fuoco, per un film che ondeggia tra documentario e finzione. Tra totali dall’alto della comunità, brevi ritratti di anziani personaggi (come zia Cindy, incapace di riconoscersi in una Toomelah che cancella anno dopo anno i legami col passato), foto d’epoca e un utilizzo della colonna sonora che sottolinea con forza l’intrusione della cultura bianca, Toomelah è una testimonianza onesta, a tratti persino toccante.
Tra nostalgia e realismo, il film di Ivan Sen sembra voler indicare l’unica strada possibile per la sopravvivere: il futuro è nel passato, nelle foto degli antenati, nella parole di cui non conosciamo più il significato e il suono, nella memoria degli anziani. La cultura come salvagente, la scuola come unico momento di pacifico e sincero incontro tra bianchi e aborigeni. Forse.

Note
1. Diplomato all’Australian Film Television and Radio School, Sen ha realizzato alcuni cortometraggi (Tears, Vanish, Wind…) e documentari (Yellow Fella, A Sister’s Love) e ha esordito al lungometraggio nel 2002 con Beneath Clouds, premiato sia alla Berlinale che al Sundance. Prima di Toomelah, aveva diretto nel 2009 Dreamland.
Info
Il sito ufficiale di Toomelah.
La pagina facebook di Toomelah.
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