Melancholia

Melancholia

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Melancholia ha i contorni del grande film mancato, dell’ottima intuizione narrativa e metaforica sviluppata in modo meccanico, dilatata all’eccesso. Del film di von Trier ci resterà impresso il retrogusto un po’ amaro di una monumentale opera incompiuta.

È sempre misero chi a lei s’affida…

In occasione del loro matrimonio, Justine e Michael offrono un sontuoso ricevimento nella tenuta della sorella di Justine e del marito. Nel frattempo, il pianeta Melancholia si dirige verso la Terra… [sinossi – catalogo Festival di Cannes 2011]

Una messa in scena a tratti étonnant, due attrici sublimi di aspetto e di talento [1], l’immancabile spirito provocatorio di Lars von Trier e le sue elevate ambizioni: sulla carta, Melancholia doveva/poteva essere un capolavoro o, quantomeno, uno dei titoli più convincenti del geniale (e tanto amato quanto odiato e disprezzato) cineasta danese. Basterebbe il lungo incipit/overture [2], che si abbandona senza remore alla videoarte, per giustificare un giudizio ampiamente positivo: i quadri fissi che dilatano temporalmente i brevi gesti della sposa Justine (Kirsten Dunst), fino a raggiungere la statica corposità dei tableaux vivants, la ricchezza estetica della computer grafica che disegna un abbacinante pianeta Melancholia, gli alberi che in un esasperato ralenti si aggrovigliano attorno a Justine sono un film nel film, un film del film, un susseguirsi ipnotico e seducente di intuizioni pittoriche. Eppure non basta, il gioiello brilla meno del previsto, la luce è a tratti offuscata da una scrittura non all’altezza della mise-en-scène.

Lars von Trier sembra ripercorrere, tematicamente ed esteticamente, la strada già battuta con l’interlocutorio Antichrist (2009), tratteggiando un ritratto femminile estremo, totalizzante: l’essenza della donna, assai prossima alla natura, alle forme animali, e lontanissima dalla logica maschile è un tema affascinante (e assai discutibile, ma questo poco ci interessa) che finisce per fagocitare lo sguardo solitamente più lucido del regista danese. La lunga e insistita parte dedicata al matrimonio, che allenta la magniloquenza visiva dell’overture e del finale, non ha lo spessore necessario per sostenere e giustificare pienamente un tale impianto iconografico: Melancholia, scandito dalle suite “Justine” e “Claire”, soffre del contrasto tra la distruzione del mondo, di rara potenza immaginifica, e la dimensione minimalista della forza distruttrice di Justine, splendida e ricca e professionalmente realizzata fanciulla che travolge tutto e tutti con la propria melanconia, con la propria instabilità emotiva.

Nell’accumulare scene da un matrimonio assai prossime a Festen – Festa in famiglia (1998) [3] di Thomas Vinterberg, Melancholia comincia a girare a vuoto, contorcendosi in una sterile sequenza di ripetizioni, di situazioni e personaggi superflui. Si veda, ad esempio, il personaggio di Jack (Stellan Skarsgård), datore di lavoro di Justine, e il confronto/scontro autodistruttivo uomo-donna, tra ragione e sentimento. La sovrabbondanza narrativa della parte centrale è paradossalmente più ingombrante della sovrabbondanza visiva: la reiterata messa in scena dei turbolenti vis-à-vis tra Justine e i personaggi maschili (il marito Michael/Alexander Skarsgård, il padre Dexter/John Hurt, il capo Jack/Stellan Skarsgård, il cognato John/Kiefer Sutherland, il wedding planner/Udo Kier) finisce per sembrare più artificiosa della reprise dell’impatto Terra-Melancholia.

Melancholia ha i contorni del grande film mancato, dell’ottima intuizione narrativa e metaforica sviluppata in modo meccanico, dilatata all’eccesso. Più della fragilità emotiva di Justine, ribaltata nel momento del disastro (non avendo razionalità è impossibile perderla), e degli alambicchi psicanalitici, del film di Lars von Trier ci resteranno impresse alcune immagini potenti e strabilianti e il retrogusto un po’ amaro di una monumentale opera incompiuta.

Note
1. Persino sorprendente per intensità l’interpretazione di Kirsten Dunst, capace di immergersi totalmente in un ruolo che ne eclissa la naturale solarità. Charlotte Gainsbourg, bellezza atipica e magnetica, si conferma l’erede artistica di Charlotte Rampling. Due icone controcorrente.
2. La lunga macrosequenza iniziale, di circa nove minuti, è a tutti gli effetti un’overture (brano musicale che introduce un’opera lirica), che racchiude e riassume la storia di Justine e soprattutto la traiettoria finale, nel senso catastrofico e roboante del termine, del pianeta Melancholia.
3. Le polemiche puntualmente scatenate dall’astuto Lars von Trier durante la conferenza stampa di Cannes 2011 sono l’ennesima boutade che ricolleghiamo senza fatica alla sua risibile firma in calce al tanto chiacchierato e sovrastimato manifesto programmatico Dogma 95.
Info
Il sito ufficiale di Melancholia.
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