Elena

Andrey Zvyagintsev torna alla regia con Elena, ricostruzione dolorosa e pessimista della Russia putiniana, in crisi di valori e mancante in maniera clamorosa sotto il punto di vista del pensiero umanista. Titolo di chiusura in Un certain regard a Cannes 2011.

Eredità

Elena e Vladimir sono una coppia anziana, e provengono da contesti sociali differenti. Vladimir è un uomo ricco e freddo, Elena una donna modesta e docile. Si sono incontrati tardi nelle loro vite e ognuno ha un figlio da un precedente matrimonio. Il figlio di Elena non riesce a sostenere i bisogni della propria famiglia e richiede incessantemente denaro alla madre; la figlia di Vladimir è una giovane donna negligente, abituata a una vita bohémien, che tiene il padre a distanza. In seguito a un problema cardiaco Vladimir viene ricoverato in ospedale, dove realizza che la sua morte potrebbe essere vicina. Prende dunque una decisione sull’eredità, che comunica alla moglie: sarà sua figlia a ricevere tutto, e a Elena non resterà che un vitalizio mensile. Il sogno della donna di poter aiutare la famiglia di suo figlio vacilla… [sinossi]

Non si può certo dire che Andrey Zvyagintsev sia un cineasta prolifico: in otto anni di carriera dietro la macchina da presa, a partire dall’esordio Il ritorno con cui a sorpresa trionfò a Venezia raggelando le speranze (certezze?) di Marco Bellocchio e del suo Buongiorno, notte, il regista russo ha posto la firma in calce ad appena tre lungometraggi. Dopo Il ritorno fu la volta del solitamente sottostimato The Banishment, rilettura di William Saroyan sicuramente compiaciuta ma non priva di uno sguardo personale e non prevedibile sulla famiglia e sulla stessa natura umana; ora, a distanza di quattro anni da quel secondo lungometraggio, ecco l’opera terza presentata a Cannes come film di chiusura della ricca sezione Un certain regard.

Dopo aver descritto la campagna russa, prima attraverso il road-movie, quindi nella fissità della location di The Banishment, una fattoria lontana dai fragori urbani, Zvyagintsev si confronta per la prima volta direttamente con un contesto prettamente metropolitano. È in città che vivono Vladimir ed Elena, coppia mal assortita che ha deciso di sposarsi in tarda età, senza tenere in conto la diversa estrazione sociale di provenienza: se Vladimir è infatti ricco e dispotico, sua moglie ha un figlio (sposato con due figli) che vive nella più completa povertà, in un quartiere degradato e abbandonato a se stesso. L’unica risorsa per cercare di dare una mano alla propria famiglia, Elena può trovarla nella generosità del marito, che però non ha alcuna intenzione di utilizzare il proprio denaro per venire incontro alle esigenze di persone con le quali non ha alcun legame diretto. Al termine della proiezione stampa di Elena a Cannes, nonostante il buon numero di applausi ricevuti, non è stato arduo rintracciare accuse neanche troppo velate a una messa in scena considerata “classista”: un’interpretazione interessante, ma che probabilmente non coglie a pieno la problematica scelta politica e sociale operata dal cineasta nativo di Novosibirsk (capoluogo del Distretto Federale Siberiano, nonché terza città più grande della Russia dopo Mosca e San Pietroburgo). Se la rappresentazione della famiglia di Elena non evita alcun cliché negativo solitamente riservato al proletariato, non è certo per suggerire una sorta di mostruosa “naturale giustificazione” alla differente estrazione sociale dei vari personaggi in gioco in questo cupo dramma morale. Questa messa in scena semmai risulta essere il grimaldello (magari facile, questo sì) utilizzato da Zvyagintsev per donare ulteriori sfaccettature alla propria visione della natura umana. Perché i soldi del ricchissimo Vladimir – cristallizzato in una visione sempre frontale, con la macchina da presa che si tiene a distanza esattamente come la riottosa figlia Katya – sono solo il McGuffin ideale in grado di scatenare l’improvvisa e irreversibile reazione della pacata Elena. E sulla donna, centro etico e problematico dell’intera pellicola, grava il peso di uno sguardo duro ma comprensivo, incapace di condannarla e assolverla allo stesso tempo. Perché a conti fatti Elena è la ricostruzione dolorosa e pessimista della Russia putiniana, in crisi di valori e mancante in maniera clamorosa sotto il punto di vista del pensiero umanista: l’atto gratuito è diventato parte integrante dell’ordine sociale, come sottolinea la notevole sequenza in cui la macchina da presa evade finalmente dagli angosciosi interni (la casa di Vladimir, quella di Sergey, l’ospedale, lo studio dell’avvocato) per perdersi dietro la violenta bravata teppista di un gruppo di ragazzi.

Opera stratificata e in grado di dubitare (e far dubitare), Elena non ha forse la potenza espressiva de Il ritorno, ma mette comunque in mostra uno sguardo maturo e consapevole. E regala soprattutto una straordinaria Nadezhda Markina nel ruolo della protagonista.

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