Les bien-aimés

Les bien-aimés

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Les bien-aimés attraversa cinque decenni di storie d’amore e di luoghi e, aprendo qualche inattesa finestra sulla Storia, disegna coreografie di sentimenti e non passi di danza, come ci si aspetterebbe da un musical. Un film di canzoni sussurrate, che raccontano i giri di valzer di due donne che hanno amato, che amano e che ameranno.

Chansons d’amour

Madeleine e Véra, madre e figlia, dagli anni Sessanta al 2000, tra Parigi, Praga e Londra: i loro amori, le indecisioni, i ritorni, le lacrime. Mentre gli anni passano, le due donne non riescono a vivere l’amore con la giusta leggerezza, sempre in bilico tra passato e futuro, tra sentimento e passione… [sinossi]
Le gambe delle donne sono dei compassi
che misurano il globo terrestre in tutte le direzioni,
donandogli il suo equilibrio e la sua armonia.
Bertand Morane – L’uomo che amava le donne

È stata praticamente perfetta la scelta di chiudere la 64a edizione del Festival di Cannes con Les bien-aimés, ottavo lungometraggio per il grande schermo del talentuoso regista francese Christophe Honoré (Non ma fille, tu n’iras pas danser, Homme au bain, Les chansons d’amour). Una scelta pienamente condivisibile soprattutto per la natura della pellicola, che trasuda Nouvelle Vague, ondeggiando tra ispirazione artistica e autocompiacimento intellettuale. Infatti, ancor prima di essere un buon film, Les bien-aimés è una sorta di manifesto del cinema transalpino, un omaggio alla leggerezza di François Truffaut e di Jacques Demy – inevitabile rifarsi al classico Les parapluies de Cherbourg (1964) con una giovane Catherine Deneuve/Geneviève in versione musical: si cammina e si canta, si cammina e si ama, si cammina e si torna sempre lì, per un nuovo giro di danza e di vita.

Come nel raffinato musicarello Les chansons d’amour (2007), Christophe Honoré racconta i destini sentimentali dei propri personaggi attraverso le canzoni, più sussurrate che cantate. E tornano, ovviamente e inevitabilmente, i vari Louis Garrel, Chiara Mastroianni e Ludivine Sagnier. Con l’aggiunta, per chiudere il cerchio, della Deneuve. Les bien-aimés come Les chansons d’amour e, almeno in parte, come il più ispirato e compatto Non ma fille, tu n’iras pas danser (2009) – ancora Mastroianni e Garrel, perché il cinema di Honoré, salvo la poco convincente parentesi omo-erotica di Homme au bain (2010), sembra quasi una questione di famiglia, di tradizione: la famiglia finzionale, allargata e moderna, ma anche e soprattutto la famiglia artistica, attoriale, con Garrel, Mastroianni, Saigner e, oramai madre di tutto il cinema transalpino (e, ça va sans dire, madre di Chiara Mastroianni), la divina Deneuve. E allora tutto sembra già visto, eppure sempre fresco, naturale, anche nell’aggiunta al cast francese del simpatico attore yankee Paul Schneider (Bright Star, Come l’acqua per gli elefanti). E alla grande famiglia si unisce anche Milos Forman (Jaromil), quasi a suggellare lo spirito profondamente cinefilo e autoreferenziale della pellicola.

Tra le pieghe di Les bien-aimés riecheggia il fascino biondo e irresistibile di Delphine Seyrig, la seducente Fabienne Tabard di Baci rubati di Truffaut (il negozio di scarpe), in una sorta di duplice passaggio di consegne, dalla Seyrig alla Deneuve e dalla stessa Deneuve all’eterna ninfetta Ludivine Sagnier, perfetta nell’incarnare una donna costantemente turbata dai propri sentimenti, perennemente in bilico tra passione e amore, famiglia e trasgressione, passato e presente. Les bien-aimés attraversa cinque decenni di storie d’amore e di luoghi e, aprendo qualche inattesa finestra sulla Storia, disegna coreografie di sentimenti e non passi di danza, come ci si aspetterebbe da un musical. Ma, come detto, è un film di canzoni sussurrate, che raccontano i giri di valzer di due donne che hanno amato, che amano e che ameranno.

Info
Les bien-aimés sul sito del Festival di Cannes.
Il trailer originale di Les bien-aimés.
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