Passannante

Passannante

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Nonostante gli evidenti limiti, viene naturale cercare di perdonare il più possibile le mancanze di un film piccolo come Passannante, esordio di Sergio Colabona costruito con sincera passione politica, animato da una ricerca della giustizia che va salutata con un applauso. 

Con le migliori intenzioni

Le vicende del cuoco anarchico che attentò alla vita di Umberto I con un coltellino. Un attentato dimostrativo che ebbe come risultato una pena ancor più dimostrativa. Condannato a morte, distrutta la casa, rinchiuse in manicomio la madre e la sorella, Passannante si vide poi commutare suo malgrado la pena in carcere a vita da scontare in una minuscola e buia cella sotto il livello del mare… [sinossi]
Morte al Re,
viva la Repubblica Universale,
viva Orsini.
Scritta sul fazzoletto rosso nel quale Passannante nascose il pugnale per l’attentato.

Passannante, prima regia cinematografica di Sergio Colabona, è un film che va affrontato con estrema delicatezza da un punto di vista critico: chi si fermasse alla disamina nuda e cruda dell’opera sotto il profilo squisitamente tecnico ed estetico non potrebbe che riscontrarne le notevoli falle disseminate nel percorso narrativo, la confusione dei diversi registri utilizzati – la presa per i fondelli della classe dirigente attuale, la ricostruzione storica, la parentesi teatrale –, la semplificazione cui vanno incontro determinati passaggi chiave, che avrebbero senza dubbio meritato un approfondimento a parte. Per quel che concerne solo ed esclusivamente la sua natura cinematografica, Passannante è un film incompiuto, pronto di quando in quando a scendere a patti con il populismo più retrivo: forse in tal senso ha pesato l’inesperienza con il cinema di Colabona, finora a lavoro in televisione, dove è stato impegnato sui set di programmi di successo come Affari tuoi, Il grande fratello e La fattoria. Eppure sarebbe riduttivo e in fin dei conti ingiusto non allargare  il discorso, per una volta, a tutto ciò che gravita intorno a questo piccolo film, a cui è stata concessa un’uscita in sala infame, in un periodo dell’anno in cui nessuno va più al cinema, destinandolo di fatto con ogni probabilità all’invisibilità. 

La vita cinematografica di Passannante nasce molti anni fa, per un evento che poco o nulla ha a che fare con la macchina produttiva della Settima Arte: sul finire degli anni Novanta Colabona si appassiona alla misconosciuta vicenda umana di Giovanni Passannante, anarchico mazziniano che nel 1878 mise in atto un attentato dimostrativo al re Umberto I con lo scopo di aprire un vero e proprio processo alla monarchia. Il tutto si risolse in una barbarica vendetta perpetrata dalla casa reale nei confronti del giovane lucano, che fu prima imprigionato in una cella sull’Isola d’Elba, sotto il livello del mare, per poi (una volta impazzito) essere rinchiuso in manicomio fino alla fine dei suoi giorni. Non contenti di questa tortura medioevale, i reali acconsentirono alla decapitazione post-mortem di Passannante, il cui cranio – con cervello annesso – venne esposto nel Museo Criminologico di Roma da seguaci delle teorie lombrosiane, accompagnato dalla dicitura “Giovanni Passannante – Criminale abituale”. Quando Colabona scoprì la figura di questo libertario il cranio era ancora lì, prigioniero del museo: la lotta per liberarlo la stava portando avanti Ulderico Pesce, regista e attore teatrale autore della drammaturgia L’innaffiatore del cervello di Passannante, con le musiche dei capitolini Têtes de Bois. Colabona, dopo aver assistito allo spettacolo, convinse Pesce e Andrea Satta, voce della band, a lavorare a una sceneggiatura sulla vita di Passannante: un progetto cinematografico che seguiva da vicino la battaglia istituzionale per ottenere la sepoltura del cranio in Basilicata, la terra natia dell’anarchico. Ed è proprio questo contesto, del tutto inusuale per il cinema italiano contemporaneo – anestetizzato e spesso e volentieri poco propenso a sporcarsi così profondamente le mani con la realtà – a creare un vero e proprio corto circuito critico: perché se è vero, come è stato già scritto, che il film non riesce a cedere alla via più facile (si prenda a esempio la descrizione dei tre ministri consultati per ottenere la “liberazione” di Passannante, Diliberto, Castelli e Mastella: un abuso dei luoghi comuni francamente poco perdonabile), è altrettanto vero che la storia che viene raccontata è importante, e dovrebbe essere divulgata al popolo italiano, presa a simbolo dei festeggiamenti per il centocinquantesimo compleanno dell’unità d’Italia. E allora viene naturale cercare di perdonare il più possibile le mancanze di un film piccolo, costruito con sincera passione politica, animato da una ricerca della giustizia che va salutata con un applauso. 

Info
Il trailer di Passannante.

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