Zardoz

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Nel cinema di Boorman il confronto serrato tra Eros e Tanathos e il problematico dialogo tra Uomo e Natura sono destinati quasi sempre a risolversi con la sconfitta della superbia umana e il ripristino dell’ordine naturale. Ed è così che nell’universo distopico di Zardoz, apparentemente immortale, invincibile, ma votato in cuor suo ad implodere, il “bruto” Zed porterà l’unica rivoluzione possibile: la Morte.

Arthur Frayn: I am Arthur Frayn, and I am Zardoz. I have lived three hundred years, and I long to die. But death is no longer possible. I am immortal. I present now my story, full of mystery and intrigue – rich in irony, and most satirical. It is set deep in a possible future, so none of these events have yet occurred, but they may. Be warned, lest you end as I. In this tale, I am a fake god by occupation – and a magician, by inclination. Merlin is my hero! I am the puppet master. I manipulate many of the characters and events you will see. But I am invented, too, for your entertainment – and amusement. And you, poor creatures, who conjured you out of the clay? Is God in show business too?

Con l’antefatto costituito dal monologo di Arthur Frayn, andato incontro a una drastica sforbiciatura nell’edizione italiana dell’epoca ma qui saggiamente recuperato, si apre il sipario su uno dei capitoli più magnetici, visionari, filosoficamente complessi della science fiction cinematografica di tutti i tempi. Anche uno dei più discussi, volendo: in generale Zardoz si ama o si odia, ci si inchina al coloratissimo ma fondamentalmente funereo appeal del suo mondo oppure lo si trova ridicolo. Chi ne sta ora scrivendo ha da sempre una venerazione pressoché totale per questa eccentrica pellicola di John Boorman, per il percorso labirintico e indubbiamente molto cerebrale che essa propone. Sì, cerebrale. Non poteva essere diversamente, considerando poi che il film mostra nelle battute iniziali due teste parlanti (con un legame ancora misterioso tra loro) in rapida successione, due teste staccate dal corpo che rivolgendosi a differenti soggetti (direttamente al pubblico, in un caso, e agli “sterminatori” che scorrazzano impunemente per la Terra, nell’altro) offrono i primi elementi per decifrare l’avvincente racconto, che avrà poi tra i suoi protagonisti uno Sean Connery dall’inedito e seducente aspetto tribale, così distante dai panni bondiani con cui gli spettatori dell’epoca (in pole position, ovviamente, le spettatrici) avevano imparato ad amarlo.

Due teste, dicevamo. Quella di Arthur Frayn, vista galleggiare in aria su un metafisico fondale nero nel suddetto prologo, ammoniva l’uditorio a seguire con attenzione (come in un teatralissimo “a parte”)  i molteplici inganni dell’intreccio, dovuti almeno apparentemente alla sua vena di istrione, di goliardico “muster puppet”: suo il gioco di parole a sfondo letterario, “the wiZARD of OZ”, che svolge il ruolo di propulsore per siffatto congegno narrativo. E come in una moderna rivisitazione del platonico “mito della caverna”, la successiva apparizione dell’enorme testa volante nota col nome di Zardoz, grottesco simulacro divino, costituirà per il protagonista il primo passo del lento e tortuoso percorso di avvicinamento a una possibile verità. Proprio nascondendosi nella bocca di pietra del presunto dio Zardoz il nostro  Sean Connery, alias Zed, riuscirà a mettere piede nel cosiddetto Vortex: una comunità di eletti che nel 2293 ha raggiunto già da qualche secolo l’immortalità, separandosi dal resto del genere umano (abbrutito peraltro da distruzioni di massa e guerre fratricide), ma consumandosi al contempo nella noia e nella presunzione di aver costruito una società perfetta, incrinata invece dallo stesso terribile colpo inferto all’ordine naturale. Apatici o rinnegati, questo sembra essere il destino di chi nel Vortex non vuole conformarsi ai principi della comunità, ormai in balia della noia e dell’ipocrisia, sotto la guida dell’orwelliano e all’apparenza onnisciente Tabernacolo. Il cristallo, che lo rappresenta, si propone quale eccellente metafora delle rifrazioni di luce, delle prismatiche riflessioni sul senso più profondo della vita e della morte, di cui la pellicola abbonda. Ma nel cinema di Boorman (Un tranquillo weekend di paura, Excalibur, La foresta di smeraldo) il confronto serrato tra Eros e Tanathos, e il sempre problematico dialogo tra Uomo e Natura, sono destinati quasi sempre a risolversi con la sconfitta della superbia umana, ed il ripristino dell’ordine naturale. Ed è così che nell’universo distopico di Zardoz, apparentemente immortale, invincibile, ma votato in cuor suo ad implodere, il “bruto” Zed porterà l’unica rivoluzione possibile: la Morte.

Quest’edizione del film ottimamente curata dalla Koch Media (in collaborazione con Filmaker’s Magazine, come oramai d’abitudine per la casa di distribuzione) è non solo una valida occasione di rivedere la suggestiva opera di Boorman, in originale o doppiata, con la possibilità di opzionare un esteso commento del regista alle singole scene, ma propone anche altri sfiziosi contenuti speciali: il trailer cinematografico, alcuni spot radiofonici dell’epoca, e una interessante gallery fotografica in cui campeggiano inquadrature particolarmente significative, locandine del film e persino elementi dello storyboard, con qualche bozzetto assai gustoso. Una occasione da non perdere, quindi, per rientrare nel Vortex a distanza di qualche decennio e ricordare insieme a Sean Connery e Charlotte Rampling quanto possa essere noiosa, disumana e avvilente l’immortalità.

Info
Il trailer di Zardoz.
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