Hanna

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Favola moderna dai tratti forti e dal carattere deciso, Hanna è un action atipico (ma non troppo), che strizza l’occhio ai supereroi senza dimenticare il riferimento alla ricerca scientifica contemporanea e a un classico come le dinamiche militari del fanta-spionaggio: un calderone infernale che ben presto prende le forme di una “discoteca labirinto” nella quale perdersi e ritrovarsi, sulle orme di una bionda ragazzina decisamente fuori dal comune.

Hanna letale

Una quattordicenne originaria dell’Europa dell’Est, cresciuta dal padre per diventare una spietata killer, entra in contatto con una famiglia francese, stringe amicizia con la figlia, sua coetanea, e sperimenta per la prima volta un’adolescenza spensierata. Ma quando la ragazza viene nuovamente risucchiata nel mondo del padre e scopre di essere stata addestrata per diventare una macchina di morte in una prigione della CIA, deciderà di combattere per ottenere finalmente la libertà… [sinossi]

Le favole al cinema rappresentano uno di quei filoni sempreverdi che si ripresentano nel corso degli anni, spesso portando sugli schermi nuove interpretazioni e rielaborazioni visive: nel momento che segna il ritorno nelle sale di alcuni fra i racconti per l’infanzia in assoluto più noti (Cappuccetto Rosso nel Red Riding Hood firmato da Catherine Hardwicke e Biancaneve in Snow White and the Huntsman per la regia di Rupert Sanders, atteso per il prossimo anno), Joe Wright – cineasta britannico già vincitore di un BAFTA come miglior esordiente per Orgoglio e pregiudizio – abbandona l’ispirazione letteraria che aveva caratterizzato i suoi ultimi lavori (Jane Austen per il già citato esordio e Ian McEwan per Espiazione) e si dedica a Hanna, una vera e propria favola moderna che fa convivere negli stessi fotogrammi caratteri profondamente diversi.
Hanna è un’adolescente particolare: vive isolata in un rifugio sperso in un bosco del nord della Finlandia insieme al padre Erick – ex agente della CIA – che le ha fornito nel corso degli anni una cultura nozionistica grazie a un’enciclopedia, un ferrato poliglottismo e una preparazione fisica paramilitare. La ragazzina però è ormai insofferente nei confronti della sua vita di semieremitaggio: quando deciderà di abbandonare il rifugio alla ricerca del contatto con la vita reale diventerà protagonista di un’adrenalinica fuga dagli agenti speciali inviati dalla spietata Marissa Wieger, che conserva gelosamente segreti del passato di Hanna ed Erick.
Ispirato con prepotenza dall’immaginario di Hans Christian Andersen, Wright riproduce alcuni dei classici elementi della fiaba: il padre taglialegna e il piccolo rifugio nel bosco, la “principessa” isolata e pronta per l’avventura, pericolosi antagonisti che mettono a repentaglio la sorte della giovane protagonista e delle persone che la circondano. Non a caso nel suo segmento iniziale ambientato fra i ghiacci finlandesi Hanna punta verso l’astrazione temporale – la neve, la natura selvaggia, le belve annichiliscono i riferimenti alla contemporaneità.

Senz’altro suggestionato dalle fiabe dei fratelli Grimm (tanto che Hanna e suo padre si danno appuntamento a Berlino in una riproduzione della celebre casetta di Hänsel e Gretel), il film procede sul binario dell’ambizione, cercando di condurre la narrazione attraverso una labirintica discesa nell’universo onirico: la giovane Hanna – nel cui sguardo paiono talora balenare citazioni e riferimenti diretti soprattutto alla Mathilda di Leòn – è protagonista di un avventuroso coming of age che gioca con le forme del thriller coniugandolo alle forme della fiaba.
Fra i pregi della pellicola è certamente da annoverare la portentosa colonna sonora firmata da The Chemical Brothers, arricchita da una selezione musicale altrettanto azzeccata (fra i brani scelti anche Kooks di David Bowie). È però il sound elettronico ricco di contaminazioni etnico-culturali a rappresentare la vera cifra distintiva del film che fa dei salti geografici e dell’esaltazione delle peculiarità dei luoghi un proprio preciso obiettivo estetico prima ancora che narrativo. In effetti Wright sembra sempre più attratto dalla sovraesposizione dello stile e della “maniera” e pare spesso accantonare la coerenza dello script in funzione di sequenze dal più potente impatto visivo. Se questa caratterizzazione rende Hanna una pellicola senz’altro accattivante sotto il profilo estetico, dall’altro questa palesa con crescente pressione la forse non del tutto giustificata carenza di contenuto: il film non è un giocattolone da blockbuster e si rifà a un cinema d’autore dalla strabiliante potenza evocativa (non a caso il riferimento del regista è un Maestro come David Lynch), senza però poter vantare lo stesso straordinario ascendente – il “superamento del lato oscuro” insito alla struttura delle fiabe ha ben poco delle “favole distorte” del regista di Velluto Blu – come le ha definite Wright – che però non si sottrae alla sperimentazione.

Saoirse Ronan – nome in ascesa nel panorama delle teen-actresses hollywoodiane alla sua seconda esperienza con Joe Wright (era lei l’inquieta Briony di Espiazione) – spogliatasi dei panni della fragile Susie Salmon dello jacksoniano Amabili resti, si cala con convinzione nel ruolo combattivo e determinato dell’ardimentosa protagonista, dando ulteriore prova della sua acclarata versatilità; ben meno convincente la prova di Eric Bana, che pare ricalcare volti ed esperienze accumulate nel corso della sua carriera senza riuscire ad aggiungere molto al personaggio.
Scenografie e costumi si ritagliano uno spazio importante nello sviluppo e nella costruzione della storia: l’attenzione capillare per i dettagli nella realizzazione degli ambienti (soprattutto in virtù della forte connotazione geografica delle locations, Finlandia, Marocco e Berlino) e il richiamo al simbolismo cromatico negli abiti dei personaggi ne sottolinea le peculiarità caratteriali.
Hanna non è un film sbagliato né tantomeno un prodotto superficiale nella sua realizzazione: Wright ha un invidiabile talento estetico, un interessante sguardo sull’onirico e vanta un ferma consapevolezza dei propri mezzi e delle sue capacità. È forse proprio la solida base registica che fa da pilastro al film a rendere il risultato finale non del tutto persuasivo o quantomeno non rispondente alle aspettative, tanto da far palesare la riflessione sulla trasformazione di un potenziale prodotto accattivante in un – sia pure pregevolissimo – esercizio di stile (basti pensare alla suggestiva sequenza dell’inseguimento fra i container e del successivo interrogatorio).
Favola moderna dai tratti forti e dal carattere deciso, Hanna è un action atipico (ma non troppo), che strizza l’occhio ai supereroi senza dimenticare il riferimento alla ricerca scientifica contemporanea e a un classico come le dinamiche militari del fanta-spionaggio: un calderone infernale che ben presto prende le forme di una “discoteca labirinto” nella quale perdersi e ritrovarsi, sulle orme di una bionda ragazzina decisamente fuori dal comune.

Info
Il trailer di Hanna.
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