Venezia 2011 – Presentazione

Venezia 2011 – Presentazione

Quella che potrebbe essere l’ultima edizione della Mostra di Venezia sotto la guida di Marco Müller rischia di perdersi sul blocco dei lavori per il nuovo Palazzo del Cinema e su quante star faranno capolino al Lido. Peccato, perché come oramai è abitudine la Mostra si dimostra luogo di sperimentazione, tentativo di esaltazione del già conosciuto ma anche di scoperta.

È triste dover constatare come, di fronte all’ottavo (e forse ultimo) anno di mandato a Marco Müller nelle vesti di direttore, buona parte dell’attenzione degli addetti ai lavori per quel che concerne la sessantottesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia sia concentrata sul blocco dei lavori per il nuovo Palazzo del Cinema e su quante star conclamate abbiano intenzione di far capolino al Lido durante le giornate della kermesse veneta. Nulla di nuovo, verrà detto, e in effetti la strana sensazione che ha accompagnato la conferenza ufficiale di presentazione del programma nella cornice abituale del Westin Excelsior è stata quella di un disco già sentito, dalla prima all’ultima battuta. Si potrebbe dire che il tempo intorno alla Mostra del Cinema abbia finito per cristallizzarsi, con l’oggetto misterioso Müller guardato con diffidenza da chi da un evento di grande portata come la Mostra sembra desiderare solo granitiche certezze a quanto già visto, già metabolizzato, già archiviato. Archivi che semmai nel corso di questi otto anni si sono arricchiti, aprendo varchi ai fianchi per tutte quelle cinematografie che, per una critica nostrana mediamente assai pigra, erano rimaste a giacere nell’ombra, giocattoli dei quali non si riusciva a comprendere senso e utilizzo.

Eppure, sempre la stessa strana sensazione cui si accennava in precedenza dà l’impressione di un festival a sua volta straripante di comode certezze: probabilmente in tal senso ha influito la scelta (in controtendenza rispetto al solito) di annunciare la stragrande maggioranza delle opere selezionate nei giorni precedenti alla conferenza ufficiale, operazione che giocoforza ha finito per appianare il fremito di meraviglia che negli anni scorsi ha accompagnato la scoperta in programmazione di film sconosciuti, sognati, bramati. Invece quest’anno, con Controcampo Italiano messo in archivio già da qualche giorno e Orizzonti annunciato nel pomeriggio di mercoledì, erano rimasti solo il concorso ufficiale e il fuori concorso a nascondere qualche sorpresa. A conti fatti poche, almeno a giudicare dalle notizie che erano serpeggiate nell’ultimo mese: titoli come A Dangerous Method di David Cronenberg, Un été brûlant di Philippe Garrel, Carnage di Roman Polanski, Poulet aux prunes della coppia Satrapi/Paronnaud, Faust di Aleksandr Sokurov, pur senza i crismi dell’ufficialità, circolavano negli ambienti cinefili già da mesi, certi di un posto nella corsa che porterà al Leone d’Oro. Allo stesso modo c’è da scommettere che nessuno avrà sgranato gli occhi nel leggere la presenza al Lido – pur al di fuori della competizione ufficiale – di Madonna (W.E., sua opera seconda), Ermanno Olmi (Il villaggio di cartone) e Steven Soderbergh (Contagion). Un’edizione “prevedibile”? Anche se così fosse non sminuirebbe comunque il lavoro svolto da Müller e dal suo staff: abituarsi a selezioni di questa portata è l’elemento fondamentale per permettere a Venezia di competere con il gotha del mondo festivaliero legato alla Settima Arte. Tanto più che il mistero che aleggia attorno a Texas Killing Fields di Ami Canaan Mann (figlia di Michael Mann) e il piacere di ritrovare autori amati come Sion Sono (Himizu), William Friedkin (Killer Joe), Steve McQueen (Shame), Todd Solondz (Dark Horse), Ann Hui (A Simple Life) e Tomas Alfredson (Tinker, Taylor, Soldier, Spy), contribuiscono a impreziosire ulteriormente quello che appare già, preventivamente, uno dei migliori concorsi della storia recente della kermesse lidense.

Un festival che trova la definitiva consacrazione di Orizzonti, vero e proprio concorso parallelo, in cui trovano spazio e glorificazione finzione, documentario, sperimentazione visiva, lunghi e cortometraggi, in un vero e proprio atto di amore estremo verso il cinema: un parterre de roi che va da Shinya Tsukamoto (Kotoko, che voci ben informate danno già come opera sorprendente per gli amanti del geniale cineasta nipponico) ad Amir Naderi (Cut, sempre di produzione giapponese), da Jonathan Demme (I’m Carolyn Parker: the Good, the Mad and the Beautiful) a James Franco (Sal, biopic dedicato a Sal Mineo), da Michael Glawogger (Whores’ Glory) all’attesissimo The Orator di Tusi Tamasese, primo film prodotto, scritto e diretto nelle isole Samoa. Per chi avesse ancora dubbi sull’annichilente ricchezza della Venezia vestita a nuovo del 2011 (molti i lavori, le ristrutturazioni e le migliorie apportate, anche per cercare di lenire le proteste e sedare le polemiche sorte attorno all’enorme buca in cui è stato rinvenuto l’amianto) basterà poi elencare alcuni degli autori invitati a presentare le proprie opere al di fuori della competizione: Al Pacino con il suo Wilde Salome, il redivivo Whit Stillman e Damsels in Distress (scelto per chiudere ufficialmente la Mostra), la regina della sperimentazione Chantal Akerman con La Folie Almayer, e infine Ching Siu-tung, che a Venezia porterà The Sorcerer and the White Snake e che meriterebbe di essere idolatrato per la trilogia di Storia di fantasmi cinesi e quella di Swordsman, tra i più mirabili esempi di cinema popolare hongkonghese pre-hangover. Insomma, una selezione ricca e in grado di leggere la contemporaneità cinematografica come poche volte era stato possibile intuire: anche per questo, in conclusione, è doveroso apprezzare la scelta di inserire in concorso come film italiano, tra gli inevitabili Cristina Comencini ed Emanuele Crialese, l’esordio a pochi passi dalla sci-fi del grande fumettista Gipi. Dimostrazione ulteriore della volontà di muoversi in posizione laterale, aprendosi al mainstream ma non dimenticando la ricerca, puntando al popolare senza per questo snobbare le componenti autoriali. Il dilemma, purtroppo, è sempre lo stesso: come sarà possibile trovare spazio per dare il giusto tributo ai registi che resero espanso il nostro cinema? Maestri quali Alberto Grifi, Carmelo Bene e Mario Schifano, le cui opere sono sconosciute ai più, trovano spazio al Lido nella splendida retrospettiva curata in sinergia con la Cineteca Nazionale. Un inno alla libertà che, a conti fatti, è l’unico vero trait d’union dell’intero programma. Per letture critiche, esegesi e studi approfonditi ci sarà tempo a settembre. Ora lo spazio è tutto per l’ammirazione verso l’ennesima imperdibile edizione della Mostra griffata Marco Müller.

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