Pink Subaru

Pink Subaru

di

Pink Subaru, commedia multietnica prodotta dalla sinergia fra il regista giapponese Kazuya Ogawa e gli sceneggiatori Akram Telawe (qui anche in veste di protagonista) e Giuliana Mettini, nasce dall’unione fra le suggestioni del giovane cineasta raccolte nel corso del suo viaggio in Israele e dall’esperienza di Telawe che in quei territori è nato e cresciuto. Un racconto su una regione sferzata ormai da decenni da un sanguinoso conflitto.

Ladri di automobili

Per Elzober – cuoco in un sushi bar di Tel Aviv – possedere un’auto è un sogno che si realizza con l’acquisto di una Subaru Legacy, grazie al denaro risparmiato con tanti sacrifici in vent’anni. Ma la notte stessa dell’acquisto, la Subaru nera metallizzata viene rubata ed Elzober, aiutato da tutti gli abitanti del villaggio, si mette alla sua ricerca tra sfasciacarrozze, matrimoni in bilico, maghe che leggono i fondi di caffè, banchetti sontuosi e agnelli poco collaborativi. [sinossi]

L’area israelo-palestinese per lungo tempo è stata al centro di un’interessante anomalia nel mercato automobilistico: attorno agli anni ’70 pochissime aziende erano disposte ad aprire proprie filiali e concessionarie in questa regione. La maggior parte dei brand infatti aveva stipulato contratti e convenzioni commerciali con numerose nazioni arabe e si temeva che i rapporti con Israele potessero dar vita a potenziali difficoltà nelle relazioni con gli altri Paesi. Una delle poche case automobilistiche estranea a questo fenomeno era la giapponese Subaru, che forte della scarsa concorrenza e della convenienza delle proprie vetture presto si trovò a essere leader del settore soprattutto nelle città arabo-israeliane: la scarsa disponibilità di vetture diede vita in quelle zone a una fiorente attività illecita di furto e cannibalizzazione delle auto nuove, letteralmente smontate, rimontate e rivendute in territorio palestinese a prezzi stracciati. Ora la situazione delle vendite è senza dubbio migliorata e sono presenti – soprattutto ovviamente a Tel Aviv – tutti i maggiori marchi, ma le Subaru continuano ad essere molto diffuse e ambite mentre il commercio illecito di auto riassemblate continua a sopravvivere.

È da questa realtà locale probabilmente poco nota ai più che prende vita Pink Subaru, commedia multietnica prodotta dalla sinergia fra il regista giapponese Kazuya Ogawa e gli sceneggiatori Akram Telawe (qui anche in veste di protagonista) e Giuliana Mettini: nata dall’unione fra le suggestioni del giovane cineasta raccolte nel corso del suo viaggio in Israele e dall’esperienza di Telawe che in quei territori è nato e cresciuto, il film racconta un volto diverso di una regione sferzata ormai da decenni da un sanguinoso conflitto. Avere un’auto nelle brulle colline arabo-israeliane significa potersi muovere più agevolmente per raggiungere i grandi centri urbani ma è anche – forse addirittura soprattutto – uno status symbol, oltre che il sogno di una vita. Per Elzober, il protagonista del film, il magico momento della consegna delle chiavi della sua macchina è arrivato: dopo 20 anni di risparmi e sacrifici, finalmente la Subaru Legacy nera metallizzata che ha sempre agognato è sua, peccato che proprio il giorno dopo il ritiro presso il concessionario questa venga rubata. L’intera comunità di Tayibe, il villaggio nel quale vive, si mobilita per ritrovarla ma mentre l’impresa si rivela più difficile del previsto, si scopre che l’auto non era ancora nemmeno assicurata. Per Elzober e la sua famiglia inizierà una lunga avventura collettiva.

Obiettivo primario del film è restituire allo schermo un’immagine della Palestina diversa da quella solitamente presentata all’opinione pubblica non solo da telegiornali e documentari ma anche da buona parte della cinematografia locale e straniera che si è dedicata alla descrizione di questi territori: Pink Subaru delinea un volto alternativo, lontano dai check-point, spogliato dai soldati e dalle bombe, ponendo in primo piano la quotidianità palestinese, quella che ha imparato a svilupparsi e convivere con la guerra e che nel corso di tutti questi anni ha combattuto e tuttora si batte per ritagliarsi il proprio spazio di normalità. Kazuya Ogawa per il proprio lungometraggio d’esordio sceglie di filtrare la realtà attraverso le trame della comicità, trasformando il piccolo grande dramma di un uomo in una tragicomica avventura che coinvolge uomini e donne latori peraltro anche di un background culturale profodamente diverso: coadiuvato in questo dalla trasposizione davanti alla macchina da presa del clima creatosi sul set (dove cast e crew provenienti dalle latitudini più disparate dovevano comunicare a dispetto degli idiomi inconciliabili), il regista si confronta con la multi-etnicità senza soffermarsi sulla contrapposizione fra pace e guerra, eludendo riflessioni ultra-narrative che implichino letture politiche degli eventi: Pink Subaru dà voce alla naturalezza e alla spontaneità dei personaggi che colorano la pellicola, spesso abbandonandosi addirittura a una rappresentazione della realtà che sfocia nella semplificazione e quasi nell’infantilismo. Il film si trasforma quindi in una favola dai tratti surreali (riconducibili soprattutto ai personaggi nipponici, che nelle intenzioni di Ogawa dovrebbero dare un volto al suo punto di vista di straniero ma che in realtà appaiono spesso monodimensionali macchiette) che però si dimostra funzionale nel tratteggiare le caratteristiche di un’opera multiforme anche nel suo approccio visivo: pur con tutte le incertezze e le acerbità di un esordio, la pellicola coniuga caratteri diversi, richiamando esteticamente le atmosfere del cinema dell’area di ambientazione ma ritmicamente rifacendosi chiaramente alla commedia giapponese, senza impermeabilizzarsi rispetto a ulteriori contaminazioni. Là però dove la pellicola avrebbe potuto osare, lasciandosi trascinare dalla deriva ironicamente grottesca di alcune sequenze, il giovane regista appare meno coraggioso e quindi più propenso allo stemperamento dei toni e alla “normalizzazione” della vicenda. Sulle note di Que Sera Sera nella versione giapponese – che qualcuno ricorderà nel tenero I miei vicini Yamada di Isao Takahata – Pink Subaru racconta con i suoi mezzi ridotti e con un gusto gradevolmente artigianale una piccola Babilonia dove la solidarietà è la cifra distintiva per la ricostruzione degli equilibri turbati. Pink Subaru dopo essersi guadagnato il premio per la Migliore Opera Prima allo Yubari International Fantastic Film Festival e dopo ulteriori passaggi festivalieri (fra i quali il Torino Film Festival) approda in una manciata di sale italiane in versione sottotitolata che permetterà di fruire della natura piacevolmente poliglotta di questo piccolo film indipendente – è stato finanziato con capitali esclusivamente privati, provenienti anche dal Giappone – che pur con diversi diversi di scrittura e una regia ancora timida rappresenta senza dubbio uno sguardo atipico sulla Palestina e i suoi abitanti.

Articoli correlati

Array