Quando la notte

Quando la notte

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Con Quando la notte Cristina Comencini adatta il suo romanzo omonimo, ma nel passaggio dalla pagina allo schermo perde per strada l’emotività dei personaggi.

Notti senza cuore

Tra le montagne un uomo e una donna s’incontrano. Manfred è una guida, chiusa e sprezzante, abbandonato da moglie e figli; Marina una giovane madre in vacanza col bambino. Una notte qualcosa succede nell’appartamento di lei e Manfred interviene, portando il bambino ferito in ospedale… [sinossi]
Stella stellina, la notte si avvicina, la fiamma traballa…

A malincuore, ci rammarica dirlo – ma onestamente è inevitabile – per Quando la notte di Cristina Comencini non si accende alcuna fiamma, risultando un film che sopravvive di luce riflessa dell’omonimo romanzo (edito nel 2008 da Feltrinelli). Inutile negare che essendo il secondo film italiano in concorso a Venezia, l’attesa fosse molto alta, ma il passaggio dalla carta allo schermo ha deluso. Un uomo (Manfred – Filippo Timi) e una donna (Marina – Claudia Pandolfi) sono l’obiettivo della macchina da presa, che tenta di radiografare dei loro sentimenti. Quando la notte affronta uno dei non detti più sottaciuti, in primis a noi stessi, l’amore-odio verso quella creatura concepita da un amore, che cresce dentro di noi… un piccolo altro in noi con cui convivere per nove mesi e imparare a crescere con lui dal momento della nascita. Ci diciamo: una mamma (e in generale, un genitore) dovrebbe amare il proprio figlio. Sì, dovrebbe, ma l’inconscio può giocare brutti scherzi ed essere devastante (1).

Una galleria nel traforo della montagna, l’eco di un pianto e salto nel tempo. «Montagne nere, cielo senza stelle, silenzio, foglie si strusciano, gridi lontani di uccelli». È così che Cristina Comencini descrive il paesaggio che fa da sfondo concreto e simbolico alla storia che sceglie di raccontare. Come non ricordare i consigli dei pediatri che, a seconda dei casi, prescrivono ai genitori di portare il proprio piccolo al mare o in montagna, come avviene in questa circostanza. Marina si ritrova nell’ultima casa del paese, ancora più isolata nella sua solitudine di quanto non lo sia già; a condividere la casa, il misantropo Manfred, guida alpina.
Due mondi in superficie distanti, Manfred manifesta subito un’ombrosità di difesa da tutto e tutti; Marina, invece, appare come l’allumeuse, amante della danza, solare, ma svuotata negli occhi. La donna non sopporta il pianto del suo bambino, è qui che la sua insofferenza interiore si manifesta fino ad esplodere… Una notte si addormenta, stanca nel contenere suo figlio, bloccati in casa dal maltempo. «Solo un sonno antico che mi porto dentro da quando me lo hanno messo tra le braccia in ospedale, grinzoso come un vecchio sporco del mio sangue». Sembra una notte come tante, eppure quel sonno sarà “fatale”; ciò che Marina non ha mai ammesso fino in fondo a se stessa erutterà, ma Manfred, insospettito dal silenzio tombale seguito alle urla, li salverà. Gli scheletri irrisolti nelle loro vite pian piano affiorano, è uno scontro d’amore e di accoglienza che purtroppo non decolla emotivamente ed empaticamente a causa di una sceneggiatura mancante.

La regista e autrice sceglie di adattare il suo romanzo asciugando le parole, puntando sulla bravura degli attori che, per quanto possano salvare per la loro professionalità (a parte alcune esasperazioni di Timi, non nel suo stato di grazia), non possono sopperire alle mancanze insite nel processo di messa in scena. Stupisce come un romanzo così ben scritto, capace di prenderti di pancia e colpirti al cuore, nel passaggio alla sceneggiatura si svuoti. Partito con buoni presupposti, Quando la notte assume presto una piega calante, a parte il bel momento liberatorio tra le due donne – Marina e Bianca (Michela Cescon), la moglie del fratello di Manfred. Sicuramente non è un’operazione semplice mettere in immagini in movimento una storia costruita su monologhi interiori, su uno scambio di sguardi (aspetto che funziona complessivamente grazie al connubio Timi-Pandolfi).

Guardando Quando la notte affiora alla mente Lo spazio bianco di Francesca Comencini, poesia filmica del sentimento di attesa e scissione provato dalla madre in quel silenzio-spazio limbico. Nel film di Cristina Comencini, invece, il silenzio non parla, se non in rarissimi momenti felici (per lo più nella prima parte), comunicano i volti, i corpi dei protagonisti, ma si potrebbe dire che l’aridità del paesaggio montuoso colpisca il film senza colpire lo spettatore. Un vero peccato quest’incompiutezza nel risultato finale visto il punto di partenza di una storia in potenza emotivamente coinvolgente e straziante. Quando la notte mette a tema le pulsioni inconfessabili, il sentimento di assenza e di abbandono; il punto è che, come già argomentato, riusciamo a sentire di più questa profondità umana solo grazie alla lettura del testo e non per merito del film. Dopo La bestia nel cuore (senza dubbio più riuscito), una cineasta sensibile come la Comencini ritorna ad affrontare le conseguenze di quella che è considerata l’origine di tanti nostri limiti, il rapporto madre/padre-figlio. Un’assenza non metabolizzata, un sentimento non dichiarato possono far male più di tante presenze con cui si cercano di colmare i vuoti. Peccato che Quando la notte non riesca a realizzare un effetto catartico né di coinvolgimento totale con le storie dei protagonisti, perdendosi nei sentieri tortuosi di una parola che non sa scavare.

Note
1. Da segnalare, secondo un’ottica opposta, le azioni e i pensieri del figlio verso la madre in J’ai tué ma mère di Xavier Dolan.
Info
Il trailer di Quando la notte.
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