Venezia 2011 – Orizzonti

Venezia 2011 – Orizzonti

A un anno di distanza dal primo esperimento in tal senso, la sezione Orizzonti della mostra mülleriana rincara la dose, sfidando una volta di più la cieca freddezza di buona parte degli addetti ai lavori con una selezione varia, ricca, che spazia dal cortometraggio alle quasi sei ore di Century of Birthing, nuova creatura partorita dal genio del filippino Lav Diaz.

Tra i molti meriti attribuibili alla gestione di Marco Müller della Mostra del Cinema di Venezia vi è senza dubbio quello di aver saputo costruire attorno al palcoscenico lidense una serie di proposte alternative, in grado di arricchire e completare il programma “tradizionale” della kermesse lagunare. In tal senso appare obbligatorio far risaltare agli occhi degli appassionati cinefili una sezione come Orizzonti, in grado di operare un vero e proprio scardinamento dell’apparato festivaliero classico: se anche nelle precedenti direzioni della Mostra era stato possibile imbattersi in (contro)concorsi, spazi nei quali far confluire quel cinema troppo distante dallo standard per potersi guadagnare un posto nella selezione delle opere in corsa per la conquista del Leone d’Oro – si pensi, in tempi più o meno recenti, a Nuovi Territori o Controcorrente –, la scelta di dare vita a un progetto come quello di Orizzonti rimescola le carte in maniera totale, prendendo le distanze dal passato e proponendo nuove vie percorribili per il futuro prossimo, nel quale la Mostra forse dovrà fare a meno dell’apporto di Müller. Dopo l’esperimento della scorsa edizione, salutato con cieca freddezza da buona parte degli addetti ai lavori eppure in grado di stimolare la visione con coraggio e sfrontato animo pioneristico, la sessantottesima edizione della Mostra rincara la dose, riproponendo la formula già testata e innervandola con nuove sfide alla paludata (è proprio il caso di dirlo) critica nostrana.

Durante le due settimane o poco meno nelle quali si articolerà il percorso del festival, Orizzonti darà fuoco alle polveri proponendo un vero e proprio attacco all’arma bianca contro il prevedibile, il già visto, il metabolizzato: senza porsi limiti di formato, durata, approccio visivo, istinto alla sperimentazione, la seconda sezione competitiva della Mostra offrirà a chi avrà la voglia di scegliere tracciati meno battuti un condensato piuttosto credibile e imponente del “nuovo cinema”, libero per indole e natura, alieno a ogni compromesso con l’industria eppure in grado di raccontare storie emozionanti e sorprendenti. Dai sei minuti di Black Mirror at the National Gallery, bizzarro esperimento visivo a pochi passi dalla videoarte diretto da Mark Lewis, fino alle quasi sei ore di Century of Birthing di Lav Diaz, habitué della sezione, Orizzonti darà spazio agli approcci cinematografici più disparati: i corti di animazione di Isamu Hirabayashi (663114), Mirai Mizue (Modern No. 2) e Yves Netzhammer (Dialogical Abrasion), i film di ricerca, i documentari, il cinema autoriale e quello più prettamente popolare, la videoarte, il balletto e chi più ne ha più ne metta. Senza proporre paletti o siepi tese a dividere un’attitudine artistica dall’altra, la sezione non si limiterà però a operare esclusivamente come un enorme calderone di pellicole e digitale: una precisa scelta politica che sconvolge la prassi e costringe lo spettatore – anche il più dormiente – a porsi degli interrogativi sulle derive verso le quali si sta muovendo l’immagine in movimento. Un microcosmo che non si ferma davanti a misere barriere culturali o geografiche, dome dimostra in pieno l’assoluto cosmopolitismo delle opere selezionate, provenienti tanto da paesi dalla tradizione cinematografica risaputa (l’attore/regista statunitense James Franco che in Sal racconta la biografia di Sal Mineo) quanto da universi appena a ridosso del big bang, come l’attesissimo The Orator di Tusi Tamasese, primo film samoano della storia della Settima Arte, per il quale si era perfino ipotizzata una collocazione nel concorso ufficiale. Tutto questo senza dimenticare né il cinema popolare – destano una certa curiosità il wuxia The Sword Identity di Xu Haofeng e P-047 del bravo cineasta thailandese Kongdej Jaturanrasmee – né tantomeno gli autori riconosciuti come tali. In tal senso scorrere l’elenco di nomi già affermati, e spesso legati alla manifestazione veneta, provoca un inevitabile sobbalzo al cuore: Jonathan Demme (che in I’m Carolyn Parker: the Good, the Mad and the Beautiful torna a ragionare da vicino sullo scenario post-Katrina), Shinya Tsukamoto (che torna al Lido con la sua nuova creatura Kotoko), il già citato Lav Diaz, Amir Naderi (Cut, il suo nuovo lungometraggio di produzione giapponese, inaugurerà la sezione) Romuald Karmakar (Die Herde des Herrn è un documentario girato tra Roma e la Germania a ridosso dell’elezione pontificia di Benedetto XVI), Aleksej German jr. (il cortometraggio From Tokyo), Pietro Marcello (che dedica il mediometraggio documentario Il silenzio di Pelešjan al grande cineasta armeno), Pippo Delbono (lo sperimentale pseudo-documentario Amore carne).

Un parterre de roi che farebbe impallidire le selezioni di buona parte dei festival mondiali, e che conferma la volontà della Venezia mülleriana di percorrere strade nuove, coraggiosamente e senza lasciarsi corrompere dal demone del divismo, dei tappeti rossi e dello star-system più catechizzato. Per agevolare il lavoro della stampa presente al Lido, la sezione quest’anno si svilupperà quasi completamente nella Sala Perla: con la speranza che lo sprezzante snobismo con cui in parte è stata vista la principale rivoluzione di questi otto anni di direzione artistica lasci ben presto il posto alla meraviglia, allo stupore e al puro piacere della visione.

Info
Il sito della Mostra del Cinema di Venezia.

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