Testimony

Testimony

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Rispetto a lavori precedenti, l’idea alla base di Testimony ha il coraggio di spingersi ancora un passo oltre, sfondando le porte della finzione e avvicinandosi a una documentazione del reale estrema e disturbante. Presentato alle Giornate degli Autori di Venezia 2011.

La terra promessa

Le testimonianze palestinesi raccolte dopo la seconda Intifada rivelano una dura realtà quotidiana, confermata anche dalle parole dei soldati israeliani inviati nei territori occupati. Shlomi Elkabetz ha raccolto le parole di entrambe le parti e le ha poi fatte recitare da attori israeliani. “Testimony” è il resoconto di questo lavoro… [sinossi]

Sull’annoso e tragico conflitto fra Israele e Palestina, che infiamma il Medio Oriente da decenni e affonda le proprie radici in millenni di conquiste, sconfitte e vittorie effimere, sono state scritte intere pagine della storia del cinema. In tal senso l’intellettualismo ebraico ha spesso dimostrato di possedere una visione lucida e lungimirante delle problematiche storiche e sociali, aprendosi al dialogo con la controparte araba: anche in tempi recenti, tralasciando esempi di autori non israeliani quali Steven Spielberg (Munich), cineasti di fede ebraica come Eytan Fox hanno posto le basi per una poetica dell’integrazione tesa a superare una situazione incancrenitasi nel corso degli anni e probabilmente destinata a degenerare ulteriormente in futuro.
Rientra in questa categoria di artisti anche l’intera famiglia Elkabetz, vero e proprio patrimonio attoriale e registico di Israele: Shlomi, il fratello maggiore, ha diretto alcune delle più belle pagine di cinema della nazione nel corso degli ultimi anni (To Take a Wife, Les sept jours), entrambi in co-regia con la sorella Ronit, una delle attrici più dotate della contemporaneità, con all’attivo interpretazioni memorabili come quelle in Or e Matrimonio tardivo. Rispetto a lavori precedenti dei due fratelli – è comunque da citare anche un terzo fratello Elkabetz, Yechiel, anch’esso attore –, incentrati sulla caustica lettura della società israeliana, con uno scandaglio emozionante e crudele delle ipocrisie della media e alta borghesia, stavolta l’idea alla base di Testimony ha il coraggio di spingersi ancora un passo oltre, sfondando le porte della finzione e avvicinandosi a una documentazione del reale estrema e disturbante.

Superando il limite – solo virtuale, ma decisamente da non sottovalutare – che divide la cultura ebraica da quella araba e musulmana, Shlomi (qui responsabile unico dietro la macchina da presa) porta in scena la tragedia delle famiglie palestinesi costrette a subire le angherie dei militari israeliani facendo interpretare tutti i ruoli a disposizione da attori israeliani, che recitano in ebraico. Una scelta coraggiosa, che pone le basi per uno scarto ulteriore nell’integrazione tra due popoli che si stanno progressivamente annientando in attesa di trovare un punto di incontro che favorisca la convivenza nel rispetto delle due nazioni. Per il resto il film procede per schemi reiterati e di lettura piuttosto facile: dopo aver sbobinato centinaia di testimonianze di palestinesi e di militari israeliani di stanza nei territori occupati, Elkabetz ha selezionato gli aneddoti più rilevanti dello stato di tensione che si respira in quell’area geografica e ha fornito i testi agli attori affinché li recitassero con lo sguardo fisso in camera. Si viene così a formare una mappatura umana e sociale pronta a collassate da un momento all’altro, implodendo su se stessa: famiglie svegliate nel cuore della notte e costrette a lasciare le proprie case affinché i militari possano perquisirle – senza trovare quasi mai nulla di anche solamente rilevante –, uomini e donne umiliati pubblicamente solo per aver osato porre interrogativi, o per non essere stati in grado di rispondere adeguatamente a una domanda, ufficiali pazzoidi pronti a sparare in testa a un asino zoppo solo per il gusto di dimostrare il proprio potere ai sottoposti, soldati che perdono giorno per giorno la propria moralità, e si adattano a uno stile di vita che non concede loro alcuno slancio umanitario, si trattasse anche solo di distribuire caramelle e cioccolata ai bambini.

Un progetto senza dubbio affascinante e di grande potenza politica, che ha il solo difetto di non essere gestito con il necessario rigore registico: Shlomi Elkabetz non rinuncia infatti, pur in maniera discontinua, a un certo compiacimento espressivo, quando la messa in scena sarebbe risultata assai più funzionale se ci si fosse affidati a uno stile ancor più sobrio, trattenuto e geometrico. Un peccato veniale, forse, ma che impedisce a Testimony di ergersi al ruolo di capofila del nuovo cinema israeliano d’autore. Rimangono, questo sì, le testimonianze di chi ha sofferto sulla propria pelle l’insensata barbarie del potere e dell’arroganza politica, di fronte alle quali non potrà mai esistere un controcampo davvero credibile.

Info
Il trailer di Testimony (Edut).

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