Himizu

Himizu

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Himizu di Sion Sono, epopea malsana in due atti che rappresenta uno degli apici del cinema giapponese (e non solo) contemporaneo, presentato in concorso a Venezia nel 2011 e criminosamente mai uscito in Italia.

Conosci te stesso

Riconosco le mosche nel latte […] In pratica conosco tutto, a parte me stesso
Poesia citata nel film
Per il giovane studente Yuichi Sumida l’unico desiderio nella vita è diventare un uomo ordinario e normale. Non rincorre grandi sogni, spera solo di vivere senza creare disturbo ad alcuno, perciò trascorre un’esistenza tranquilla nel centro di noleggio barche della sua famiglia, insieme a una madre che lo trascura. La sua compagna di classe Keiko Chazawa ha una cotta per lui; ciò che la rende felice è far di tutto per lasciarglielo capire, nonostante sia per lui una fonte di disturbo. [sinossi]

Una ragazza e un ragazzo vagano tra le macerie lasciate nella prefettura di Ibaraki dal passaggio dello tsunami che lo scorso 11 marzo ha devastato le coste orientali del Giappone: lei declama versi di una poesia mentre lui, trovata una pistola, se la punta alla tempia. Con questo incipit folgorante Sion Sono, probabilmente il più eretico tra i registi attualmente in attività, inaugura ufficialmente il cinema post-Fukushima: la scelta di lavorare sull’attualità nipponica si dimostra ancora più forte se si considera che Himizu è tratto da un manga dato alle stampe la bellezza di dieci anni fa, quando uno scenario come quello del Giappone odierno era considerato realistico più o meno quanto la Neo-Tokyo descritta da Katsuhiro Otomo in Akira.
Non esistono molti paragoni possibili per cercare di comprendere e catalogare il cinema di Sono (è tornata di moda la traslitterazione Sion, alla quale per un paio di anni era stata preferita la forma Shion): dodici mesi fa Marco Müller, durante l’intervista concessa alla stampa online, lo identificò come “il nuovo Shohei Imamura”. Un’indicazione interessante, ma che vale soprattutto per quel che concerne l’approccio alla macchina/cinema e alla lettura della società giapponese, visto e considerato che da un punto di vista prettamente stilistico le poetiche dei due registi non sembrano avere troppi punti in comune. La realtà parla di Sono come di un cineasta impossibile da riprodurre, esempio unico di anarchismo concettuale prima ancora che formale. Per rendersi conto di ciò basterà assistere alla prima ora di Himizu: con ciclica ed estenuante ritualità Sono trascina sullo schermo le esistenze dei quindicenni Sumida e Chazawa, entrambi alle prese con un nucleo familiare dissoluto e impossibilitato a una ricomposizione. Sumida ha a che fare con una madre assente e ben poco attenta ai bisogni del figlio e con un padre ubriacone che torna a casa solo per derubarlo e pestarlo a sangue; dal canto la madre di Chazawa e il suo compagno sono impegnati nella costruzione di una forca con la quale spingere al suicidio la ragazza. In un universo malato, terremotato fin nelle radici dell’animo, i protagonisti di Himizu si aggrappano a una vita che semplicemente sta sfuggendo loro dalle dita: i senzatetto ospitati nello spazio antistante la casa di Sumida, con la loro debordante collettività che ricorda le visioni (sotto)proletarie di Akira Kurosawa, sono un elemento quasi fuori contesto, isola a suo modo felice circondata da un magma indistinto di corruzione, rancore, furia incontrollata, istinto all’autodistruzione. Proprio nel tentativo di opporsi a questo declino Sumida sogna per se stesso un futuro grigio e ordinario, da persona insignificante, priva di qualsiasi originalità e intuizione: una forma di protezione che cozza con la deflagrante spinta alla competitività di cui si è pasciuto il sistema giapponese dallo scoppio delle bombe su Hiroshima e Nagasaki alla fusione del nocciolo nei reattori 1, 2 e 3 della centrale di Fukushima Daiichi. Un’epoca storica che nasce dalle macerie della guerra nucleare e finisce nella furia senza freni dello tsunami: ed è della ricostruzione del paese che parla Sion Sono, della disillusione che anima i pensieri della popolazione, della tensione verso il sogno di una felicità fallata, ricomposta, a sua volta quasi marcescente.
Strutturato come un’epopea malsana in due atti – pratica non dissimile alla ripartizione in capitoli di Love Exposure e alla dicotomia timbrica di Cold Fish e Guilty of Romance, per rimanere negli ultimi titoli partoriti da Sono (1) – Himizu contrappone a una prima parte volutamente statica, con i personaggi che non riescono a trovare una via di fuga dai propri cliché, ripetendoli fino allo stremo delle forze, una seconda che, a partire dall’evento traumatico che scardina qualsiasi certezza di Sumida, accelera trascinando con sé tutte le scorie rimaste a sedimentare fino a quel momento. Visionario e imbarbarito come sempre, lo sguardo di Sono sembra qui sposare le frammentazioni tra l’erudito e il profano di Shuji Terayama – le poesie declamate, la citazione di François Villon – alla frenesia flagellante dello Shinya Tsukamoto di Bullet Ballet, senza lasciarsi però ammaliare troppo da nessuna delle due derive. Sumida lercio e sfatto che si aggira per le strade della città alla disperata ricerca di qualcuno da accoltellare è un’immagine di tale potenza metaforica sullo stato del Giappone di questi ultimi mesi da lasciare senza fiato. È lui l’himizu del titolo, la talpa che non ha ricevuto in sorte il calore del sole (letteralmente la parola si può tradurre come “non vista dal sole”) e che vive sottoterra, oramai accecato; come si trattasse del negativo fotografico di Love Exposure è stavolta il ragazzo a dover essere salvato dalla ragazza, in un percorso di accettazione di sé che è anche l’unico modo per superare la tragedia e provare a ricostruire un nuovo Giappone. Il grido “non mollare!” con cui Chazawa esorta Sumida non può non essere letto come l’incitazione di Sono a un’intera nazione, ancora una volta dopo più di sessant’anni sull’orlo del baratro, a un passo dal collasso definitivo. Ma, anche traballando, ancora in piedi.

NOTE
(1) Si esclude da questa breve lista Be Sure to Share (Chanto tsutaeru, 2009, qui il trailer), dramma piuttosto convenzionale lontano dalle rivoluzionarie eversioni cui Sono ha abituato il pubblico dei suoi sostenitori. 
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