People Mountain People Sea

People Mountain People Sea

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Presentato in concorso a Venezia 2011 come film sorpresa, People Mountain People Sea non è un film facile, anche perché sfrutta l’escamotage narrativo – la ricerca da parte del protagonista Lao Tie dell’uomo che ha assassinato suo fratello, un moto-tassista, accoltellandolo senza alcun motivo – come palese mcguffin per gettarsi in un resoconto dettagliato delle storture della Cina contemporanea.

L’ultima sorpresa

Lao Tie sente in cuor suo di dover trovare chi gli ha ucciso il fratello minore, nonostante i problemi che lo assillano. Dopo anni di lavoro in città è tornato senza un soldo alla sua sperduta comunità di montagna. Sebbene la polizia abbia accertato che l’assassino è l’ex carcerato Xiao Qiang del villaggio vicino, non è riuscita a evitarne la fuga. Lao Tie decide allora di dargli la caccia, intraprendendo un viaggio che darà sfogo alla sua rabbia e sofferenza interiori, a lungo represse… [sinossi – catalogo Venezia 2011]

Tra i tratti distintivi delle otto edizioni della Mostra Interanzionale d’Arte Cinematografica di Venezia dirette da Marco Müller, un ruolo di spicco lo ricopre senza dubbio l’invenzione del film sorpresa, titoli lasciati in incognito fino a pochi giorni – o a poche ore – dalla proiezione ufficiale: una pratica che a volte è servita per solleticare la curiosità morbosa del pubblico cinefilo (come nel caso di Ferro 3 di Kim Ki-duk, o di My Son, My Son, What Have Ye Done di Werner Herzog), e in altre occasioni si è dimostrata indispensabile per permettere alle opere in questione di evitare problemi con la censura interna dei paesi di provenienza. È stato questo il caso l’anno scorso dell’ottimo The Ditch di Wang Bing, viaggio agli inferi disperso nel deserto di Gobi all’epoca della rieducazione maoista, e con ogni probabilità anche di Ren Shan Ren Hai (tradotto per il mercato internazionale con il letterale People Mountain People Sea, mentre si tratta di una locuzione cinese che sta a identificare un mare di gente), opera seconda di Cai Shangjun presentata in corsa per la vittoria del Leone d’Oro in questa sessantottesima edizione della kermesse lagunare.

Un film sul quale è sembrata gravare una vera e propria maledizione: prima le indiscrezioni folli che dopo aver tirato in ballo pressapoco tutti i film in fase di post-produzione si erano concentrate sull’obiettivo unico Brillante Mendoza – e c’è chi, anche dopo l’annuncio ufficiale da parte della Mostra, si ostinava cocciutamente ad affermare che sarebbe stato il cineasta filippino ad approdare al Lido -, quindi la mancata proiezione stampa della mattina, per un problema con il dcp a causa di un file corrotto che non riusciva a sincronizzare le tracce video e audio. Infine, colmo della sfortuna, una proiezione – con tanto di delegazione in sala – funestata da un principio di incendio che ha portato a una vera e propria transumanza umana verso le uscite della Sala Darsena e a un’interruzione di tre quarti d’ora. Tutti elementi che hanno concorso a far sì che, sulle colonne della stampa ufficiale, in ben pochi si interrogassero sul reale valore del film di Cai, un nome sul quale non si sarebbe dovuto sorvolare con tanta facilità (dopo la proiezione veneziana era fin troppo facile imbattersi in accreditati stampa che identificavano il film come “il cinese”, senza far troppo caso al fatto che in Concorso fossero già passati un film di Taiwan e uno di Hong Kong: ennesima triste dimostrazione della faciloneria con cui parte della critica e del giornalismo cinematografico si approcciano a tutto ciò che esula dal pasciuto occidente): giunto al suo secondo lungometraggio dopo l’apprezzato The Red Awn (2007) Cai Shangjun è stato per anni sceneggiatore per Zhang Yang, per il quale ha scritto Spicy Love Soup, Shower e Sunflower.

People Mountain People Sea non è un film facile, anche perché sfrutta l’escamotage narrativo – la ricerca da parte del protagonista Lao Tie dell’uomo che ha assassinato suo fratello, un moto-tassista, accoltellandolo senza alcun motivo – come palese mcguffin per gettarsi in un resoconto dettagliato delle storture della Cina contemporanea. Non è certo un caso che, pur ambientato nella Mainland China, il film sia stato prodotto con finanziamenti hongkonghesi: nell’ora e mezza lungo la quale si dipana questa storia di vendetta, Cai mette in scena poliziotti corrotti, violenze sessuali, pratiche illegali, vendita di bambini, famiglie disgregate, pratiche disumane nello sfruttamento sul luogo di lavoro, il tutto calato in una dimensione rurale, lontana dal luccichio ingannevole dei grandi conglomerati urbani, che non può non disturbare ulteriormente la visione. Il regista dimostra una notevole consapevolezza della costruzione dell’inquadratura, gestendo lunghi piani sequenza (a volte con movimenti lenti e precisi della macchina da presa, altrove facendo ricorso a un quadro fisso) con maturità e, di quando in quando, un certo estetismo compiaciuto, in particolar modo nella prima parte del film. Da quando il protagonista si ritrova in miniera, invece, People Mountain People Sea decolla definitivamente, sia per la trattenuta asciuttezza della messa in scena sia per l’improvviso furore che deflagra nei momenti meno sospettabili. E il finale, a suo modo catartico, svela una volta per tutte la carica di tragico umanesimo che pervade l’intera opera. Un film che svela un’anima della Cina contemporanea sulla quale in pochi sembrano voler aprire gli occhi – impossibile, durante la visione, non correre con la mente alle opere di Jia Zhang-ke, pur con le dovute differenze di sensibilità artistica e di peculiarità espressiva – e che avrebbe meritato una miglior sorte qui al Lido. Difficile prevedere premi, e ancor più improbabile ipotizzare una visibilità italiana al di là della problematica proiezione lidense. Peccato, perché sono titoli come questo a testimoniare l’importanza del lavoro svolto da Müller in questi otto lunghi (o troppo brevi?) anni.

Info
Il trailer originale di People Mountain People Sea.
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