L’ultimo terrestre

L’ultimo terrestre

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Gian Alfonso Pacinotti in arte Gipi esordisce alla regia con L’ultimo terrestre, e approda addirittura in concorso alla Mostra di Venezia. Un’opera non priva di buchi narrativi e di debolezze strutturali ma con qualche spunto interessante, e non privo di brillantezza.

Creature aliene

La storia dell’ultima settimana sulla terra prima dell’annunciato arrivo di una civiltà extraterrestre, vista attraverso gli occhi di un uomo solo, che odia le donne e non desidera per sé altro che routine e solitudine. [sinossi]

Alla sessantottesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia L’ultimo terrestre è stato l’ultimo dei tre film italiani presentati nel Concorso Ufficiale: proiettato a distanza di un giorno dai fischi e le risate in sala con cui è stato accolto Quando la notte di Cristina Comencini, e che hanno provocato la spropositata reazione della regista e del suo produttore/marito Riccardo Tozzi, l’esordio alla regia di Gian Alfonso Pacinotti in arte Gipi ha ricevuto qualche sparuto ma convinto applauso circondato da un silenzio tombale. Molti dei commenti a caldo, comunque, si sono mossi in direzione di una bocciatura senza appello del film, rincarando dunque la dose rispetto a quanto fatto nei confronti di Quando la notte e Terraferma di Emanuele Crialese. A convincere poco non è solo la stroncatura netta di un’opera sicuramente imperfetta ma quantomeno coraggiosa nel cercare di proporre un universo cinematografico meno standardizzato del panorama circostante: il problema risiede nel pensiero comune a molte penne nostrane che tutti i film italiani presentati al Lido si ritrovino a sguazzare nella medesima mediocrità. Una conclusione priva di sfumature, che somiglia a un’asserzione preventiva più che a una riflessione accurata, e che non aiuta un certo cinema italiano a uscire dalle secche nelle quali si è trovato a boccheggiare da un paio di decenni a questa parte.

Gipi è uno dei nomi di punta del fumetto italiano contemporaneo (insieme a Igort e Davide Deviati) e ha firmato pagine di assoluto valore quali Appunti per una storia di guerra, Hanno ritrovato la macchina e LMVDM – La mia vita disegnata male: non è dunque casuale da parte sua la scelta di esordire dietro la macchina da presa traducendo in immagini il romanzo a fumetti Nessuno mi farà del male di Giacomo Monti, tra i fondatori di Canicola, una delle più apprezzate case editoriali interessate all’arte grafica e al disegno. Per quanto il titolo possa indurre a credere alla messa in scena di un perfetto prodotto sci-fi, L’ultimo terrestre è più che altro lo scandaglio di un’identità di provincia che cerca di sopravvivere alla soffocante mediocrità della cultura contemporanea: Pacinotti apre il suo film su una happy family sorridente e falsa come solo un cartellone pubblicitario può essere e poi fa muovere il suo derelitto protagonista Luca – un cameriere al bingo locale timido, impacciato e con una radicata misoginia – tra viali di prostitute e trans, laidi malati di sesso, truffatori che sfruttano l’annunciato arrivo degli alieni per fare soldi facili e in fretta. Ritratti di un’Italia che vede nella discesa degli extraterrestri la risoluzione a tutti i propri problemi ma non ha il coraggio di affrontare la realtà guardandola in volto. E anche chi riesce ad avere un contatto diretto con queste creature venute dallo spazio profondo, come il padre contadino di Luca, non sarà in grado di comprendere la reale essenza di questo incontro fuori dall’ordinario. La regia di Gipi si muove fluida, costruendo alcune sequenze di assoluto spessore, come il pranzo nella casa di campagna cucinato dall’aliena o quella in cui Luca porta il gattino a casa della donna di cui è segretamente innamorato, ma non riesce a impedire che il suo film proceda a sbalzi, probabilmente anche a causa di un materiale narrativo non troppo coinvolgente. Una volta istradato il film sui binari di una commedia irrancidita e pessimista, dai toni sfumati in direzione del grottesco, Gipi non riesce a mantenerne costante il ritmo, accostando soluzioni senz’altro affascinanti a pedissequi momenti di stanca in cui l’azione si congela, senza possedere lo slancio immaginifico in grado di sopperire a questa mancanza. E anche nel climax emotivo, quando tutto sembra aver superato il punto di non ritorno, pronto a deflagrare definitivamente, L’ultimo terrestre torna inspiegabilmente a rallentare.
Ciononostante viene naturale difendere un’opera a suo modo altra rispetto alla prassi del cinema italiano contemporaneo, figlia di un regista dalle potenzialità indubbie e impreziosita da un cast scelto con cura e lungimiranza: perché se chiamare sul set professionisti di alto spessore come Roberto Herlitzka (monumentale nella parte del padre di Luca), Teco Celio o Stefano Scherini non è poi così difficile, avere il coraggio di affidare il ruolo del protagonista a un esordiente assoluto come Gabriele Spinelli, autore di una performance notevole, dimostra la volontà di non lasciarsi assoggettare alle regole ferree della produzione nostrana. C’è ancora tanta strada da fare, ma il primo passo è stato compiuto nella direzione giusta, pur con qualche traballamento.

Info
Il trailer de L’ultimo terrestre.
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