Amore carne

Amore carne

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Dopo La paura (2009), Delbono torna con Amore carne  a riflettere sullo sguardo e ad utilizzare come mezzo di ripresa il cellulare a cui associa una piccola camera full-HD.

Il battello ebbro di Delbono

Nel corso dei viaggi, la piccola camera o il telefonino di Pippo Delbono catturano momenti unici, incontri ordinari o straordinari. Da una camera d’albergo a Parigi a un’altra a Budapest, i percorsi intrecciano un tessuto del mondo contemporaneo. Insieme a tutti questi testimoni, alcuni famosi, altri no, che dicono o danzano la loro visione dell’universo. A volte la camera agisce di nascosto. A volte riprende gli attimi che precedono una catastrofe – come il terremoto de L’Aquila. Oppure il dopo, come a Birkenau. Gli incontri (con sua madre, gli amici, gli estranei) sono altrettante immagini del mondo di ieri, di oggi, di domani. Un mondo che qualcuno racconta attraverso la musica (come il compositore e violonista Alexander Balanescu) o il gesto (come Marie-Agnès Gillot, danzatrice étoile de l’Opera di Parigi), oppure attraverso le parole (come l’attrice Irène Jacob) o il silenzio (come Bobò, lo storico attore sordomuto di Delbono, o come l’artista Sophie Calle e l’attrice Marisa Berenson). Da un’immagine all’altra, da un testo all’altro, da uno spazio all’altro, la camera ci parla dell’amore, della poesia e della carne. Con ciò che comporta passione, ombra, dolore, tragedia e umorismo… [sinossi]
«Quando si è distesi sulla valle si sente
che la terra è traboccante di sangue,
e che il suo immenso seno in cui un anima pulsa
è amore e carne, amore e carne…»
Sole e carne di Arthur Rimbaud

Dopo La paura (2009), Delbono torna con Amore carne ad utilizzare come mezzo di ripresa il cellulare a cui associa una piccola camera full-HD. Capita che ci si improvvisi registi con i propri telefoni, bisogna però riconoscere che se questa non fosse stata un’operazione portata avanti da Delbono, col suo sguardo “cicatrizzato” capace di essere carnale e poetico, non avrebbe potuto avere lo stesso risultato né la medesima risonanza. Chi conosce il cinema, il teatro, l’umanità di Delbono riconoscerà sin dalla prima inquadratura la sua mano e già scegliendo di andare a vedere questo film, accetta di consegnarsi nelle mani di un regista che smuove quello che solitamente non si vuol vedere e ancor più sentire. Amore carne è un viaggio della mente e del cuore fatto di pancia, si parte da quella che forse è l’origine di parte del percorso interiore di Delbono, la scoperta di essere sieropositivo. Si domanderà più avanti «se mi chiedessero cosa vorresti cambiare nel copione di quel momento» e la sua risposta non può che essere coerente con quello che è.

L’occhio di Delbono è un occhio sui suoi occhi che vedono tutto come nell’acqua, sugli occhi incontrati e di certo in Amore carne non c’è un copione da rispettare, se non un viaggio da compiere…è il suo viaggio nel fare i conti con la malattia, con la morte, con la perdita dei suoi maestri (vedi Pina Bausch) facendoci compiere parallelamente un viaggio interiore. Scorrono luoghi, strade, persone della sua compagnia (Bobò, Irene Jacob) e della sua famiglia (la madre e il padre perso) intervallati dai passi della danza della morte vitale eseguiti da Marie-Agnes Gillot (étoile dell’Opéra di Parigi). Delbono parla attraverso le immagini di una vita vissuta, segue se stesso e gli altri con delicatezza incisiva, servendosi per raccontarsi e raccontare dei versi dei poeti simbolo di amore-carne. Non si può dimenticare la verità più scottante della “Ballata delle madri” di Pasolini, ormai la guarda solo parlare quella madre, non l’ascolta più, la osserva con lo sguardo del figlio che cerca di «rispondere del selvaggio dolore di essere al mondo». E’ difficile definire in un genere il cinema di Delbono, tanto più Amore carne, pur facendo parte di una compagnia, quei personaggi non interpretano un ruolo, son persone che si lasciano guidare, è la carne che si fa immagine, si lascia suonare dai versi poetici, muovere dalle note di Alexander Balanescu (ma anche Michael Galasso, Laurie Anderson, Les Anarchistes). Delbono ruba attimi, frammenti di vita quotidiana grazie a quel cellulare che rivela una potenza scopica impensabile. Eliot, Pasolini, Rimbaud (rimaneggiati) scalfiscono nel silenzio e con le urla, descrivono il tentativo di far i conti con una ferita non risanabile e che paradossalmente si rivela un aiuto nella crescita dell’uomo. «Anche la vita ha dei finali» dichiara Delbono in conferenza stampa, Amore carne mette in gioco proprio questo spirito, si reiterano alcune inquadrature, disturba talvolta il movimento derivante dalla ripresa col cellulare, ma è proprio questo che rende speciale il lavoro di Delbono – ancora troppo spesso bistrattato o sottovalutato. Seguendolo si impara che non tutto è da capire razionalmente, le emozioni si percepiscono a pelle senza cadere nel melenso e forse, l’unica cosa che capiamo è che le parche del nostro destino possiamo/dobbiamo essere noi stessi al di là dell’imponderabile.

Potrebbe apparire il suo canto del cigno, ma si incorrerebbe in un errore di valutazione vivendolo così, Amore carne è l’ennesima lotta verso «quel male oscuro, invisibile per colpa di amore, di carne». «E così tu danzerai qui per la tua morte, sulla cima di questa collina, alla fine del giorno» (Carlos Castaneda), ma non è questa l’ultima battaglia di Delbono…la sua arte continua ancora a parlare, a ritagliarsi un piccolo spazio dove crescere umanamente affrontando la paura della morte vivendo.

Info
Il sito della Tucker Film, casa di distribuzione di Amore carne.
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