Niente da dichiarare?

Niente da dichiarare?

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Con Niente da dichiarare?, Dany Boon firma una commedia sull’Europa unita e le sue irriducibili differenze culturali e linguistiche, da vedere rigorosamente in versione originale.

I due doganieri

1 gennaio 1993: nasce l’Europa unita. Due doganieri, uno belga, l’altro francese, scoprono che i loro impieghi alle dogane di Courquain, Francia, e Koorkin, Belgio, stanno per scomparire. Il francofono Ruben Vandervoorde, doganiere zelante, si mette in testa di fondare la prima volante franco-belga. Il suo partner francese sarà Mathias Ducatel, vicino di dogana e nemico di sempre che stupisce tutti accettando la proposta e pattugliando con lui le campagne a bordo di una 4L… [sinossi]

Mancava forse nelle dinamiche produttive del cinema europeo una commedia in grado di basare l’intero impianto proprio sull’Europa unita e su tutte le piccole e grandi modifiche che ha comportato nella vita delle singole nazioni. Lo spunto di maggiore interesse di Niente da dichiarare?, terzo film da cineasta del quarantacinquenne Dany Boon dopo La maison du bonheur e il clamoroso successo di cassetta Bienvenue chez les Ch’tis, intitolato dalle nostre parti con il bisticcio logico Giù al nord e ispiratore dell’ancor più ammazza-classifica remake Benvenuti al sud. A giudicare da questi tre titoli la vena autoriale di Boon sembra già sul punto di dissanguarsi una volta per tutte: se nel suo esordio La maison de bonheur (2006) l’attore e cineasta francese prendeva in giro le misere disavventure della borghesia francese, incentrando l’azione sul radicato mito della casa in campagna, Giù al nord rideva dei piccoli e grandi pregiudizi che buona parte dei transalpini nutrono nei confronti del dipartimento del Nord. Un film che basava la stragrande maggioranza della propria verve comica nelle differenze dialettali, esattamente il punto fermo da cui parte anche Niente da dichiarare?, dove a essere messe in contrapposizione sono le distanze culturali che dividono Francia e Belgio ben più delle due (in)efficienti dogane che ne regolano il traffico in entrata e uscita. Perché il film si sviluppa interamente a ridosso del 1 gennaio 1993, data fatidica in cui nacque ufficialmente l’Europa unita e furono abbattute le barriere che separavano gli stati membri della Comunità.

Senza un particolare sforzo d’inventiva Boon sfrutta questo momento di passaggio così significativo per gli stravolgimenti che avrebbe portato nel Vecchio Continente solo per mettere l’uno contro l’altro i due “tipi” che ha deciso di rendere protagonisti del suo film: il primo, Ruben Vandervoorde, è un belga orgoglioso, profondamente razzista verso i francesi e che vede nella dogana l’unica reale forma di progresso umano, mentre il suo collega francese Mathias Ducatel è un uomo gentile, amante della convivialità e sincero assertore delle sinergie tra le nazioni. Tutto andrebbe liscio come l’olio se i due non fossero costretti a collaborare nel primo, scalcinato e  all’apparenza fallimentare tentativo di “dogana internazionale mobile”, studiato dai due governi per sopperire in maniera graduale alla chiusura dei controlli obbligati: e tutto sarebbe ancor meno complicato se Ducatel non avesse intrapreso una relazione assolutamente clandestina con la bella sorella dello schizoide Vandervoorde…

Come si potrà intuire i cliché della commedia ci sono pressoché tutti, compresa una sottotrama poliziesca che vede protagonista un improbabile spacciatore di cocaina che cerca in tutti i modi di trovare soluzioni adeguate per riuscire a trasportare la droga da una nazione all’altra: a volte l’ingranaggio si inceppa e il film procede a fatica – soprattutto per una inveterata tendenza di Boon al continuo riciclo delle medesime situazioni – ma nel complesso il film svolge la sua funzione primaria, intrattenendo lo spettatore e producendosi in alcuni istanti davvero spassosi. Il problema come al solito è che se la comicità di grana grossa non ha alcun bisogno di traduzione (la sequenza della perquisizione con il metal detector dell’uomo in mutande non brilla né per finezza né per reale senso del comico) i battibecchi linguistici non possono sperare nello stesso trattamento: purtroppo il doppiaggio di Niente da dichiarare? dimostra una volta di più la necessità di abituare il pubblico italiano ad affrontare i film in lingua originale. In tal senso è significativa la lunga sequenza in cui Ducatel è invitato a passare la notte di Capodanno a casa del padre del collega, come il figlio a sua volta impegnato a passare la propria esistenza a maledire i francesi: Ducatel si finge belga, e per rendere credibile il suo travestimento passa l’intera cena a esprimersi in un linguaggio ridicolo. In italiano si perde parte del reale divertimento dell’intera situazione, come è purtroppo inevitabile che sia. Un peccato, anche perché attori come Benoît Poelvoorde (esordì quasi venti anni fa nel gioiellino Il cameraman e l’assassino, da lui anche diretto insieme a Rémy Belvaux e André Bonzel), Karin Viard e Bouli Lanners brillano, come sempre, sullo schermo.

Info
Il trailer italiano di Niente da dichiarare?.
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