Nicolas Winding Refn. Cronaca di un incontro ravennate

Nicolas Winding Refn. Cronaca di un incontro ravennate

Intervista a Nicolas Winding Refn, realizzata in occasione del Mosaico d’Europa Film Festival di Ravenna.

Sono molte quest’anno le novità del Mosaico d’Europa Film Festival, l’evento ravennate che oltre a cambiare date, traslocando dalla primavera all’inizio dell’autunno, ha anche cambiato sede: le proiezioni si svolgeranno infatti non più in periferia ma nel cuore della città, al Cinema Corso. Il sempre più agguerrito festival del Nuovo Cinema Europeo si presenta, inoltre, con un programma di qualità a dir poco elevata. Tra le svariate pellicole, ancora inedite in Italia o che pure a livello festivaliero hanno beneficiato da noi di scarsa visibilità, spiccano titoli come Film Socialisme di Jean-Luc Godard, Outrage di Kitano, The Turin Horse dell’ungherese Béla Tarr, volendo restare nell’ambito dei cosiddetti eventi speciali.
Mentre pescando dal concorso appaiono già appetibili il gran ritorno dello scozzese Peter Mullan (regista di Orphan e Magdalene), con Neds, nonché il finlandese Bad Family di Aleksi Salmenperä, prodotto da Aki Kaurismäki.

Ad ogni modo, per introdurre un’edizione del festival che almeno sulla carta appare particolarmente succulenta, si è deciso di fare un piccolo regalo al lettore: riesumare un estratto dell’intervista a Nicolas Winding Refn che ebbe luogo, con la partecipazione di alcuni rappresentanti della stampa locale, proprio a Ravenna. Si dà il caso che l’organizzazione del festival, sulla scia della retrospettiva integrale precedentemente organizzata a Torino, avesse voluto omaggiare il talento esplosivo del giovane cineasta danese, proponendo alcuni dei titoli di maggior richiamo: Pusher – L’inizio, Bronson, Valhalla Rising, Pusher 2 – With Blood on My Hands. Ma quel periodo lo si ricorda anche per uno “spettacolo a sorpresa”. Ejyafjallajökull: vi dice niente questo nome? Sì, proprio lui, l’ormai celebre vulcano islandese che nel 2010 bloccò il traffico aereo di mezza Europa con le sue temibili ceneri. Ed è così che la stessa presenza di Refn, fermo a qualche migliaio di chilometri di distanza, era stata messa in discussione, fino a quando non si è trovato il modo di farlo approdare un po’ rocambolescamente a Ravenna.
L’avventuroso viaggio per non mancare all’appuntamento col festival è la prima cosa che il danese ci ha raccontato, allorché il sottoscritto si è fatto trovare con due giornalisti del posto (ed il solerte fotografo Luca Di Giorgio a completare la squadra) nell’affollato caffè della cittadina romagnola, scelto per effettuare l’intervista. Poi un altro inconveniente, decisamente più facile da gestire rispetto al vulcano: Nicolas, prima che si entrasse nel vivo, si è ritrovato davanti una coppa di gelato irrobustita da piccole dosi di alcool, che lui proprio non tollera. Sostituita la coppa in questione con un gelato idoneo anche agli astemi, abbiamo dato il via all’incontro, rivelatosi strada facendo interessante e vivace. Ora che nelle sale italiane sta per approdare Drive, piccolo capolavoro insignito a Cannes del premio per la Miglior Regia, siamo ancora più felici di potervi mettere a conoscenza della nostra amena chiacchierata.

Pochi mesi fa c’è stata la possibilità di confrontarsi, a Torino, con tutta la tua filmografia. Ma a me piacerebbe cominciare questa conversazione, ricordando insieme il film che diversi anni fa mi fece scoprire il tuo cinema: Bleeder, selezionato all’epoca per la Mostra del Cinema di Venezia, in una delle sezioni collaterali. Mi sembra che già lì ci fosse una dichiarazione di poetica forte, riferibile in qualche modo alla meravigliosa lista di autori da amare o da rigettare proposta verso l’inizio, nel videonoleggio, da uno dei personaggi. Possiamo prenderne spunto per parlare dei tuoi gusti cinematografici?

Nicolas Winding Refn: Penso che lì si dovesse mettere in discussione l’idea di “buon gusto cinematografico”, ovvero qualcosa come la Nouvelle Vague francese o più in generale come i serissimi criteri accademici del fare cinema. Perché, lo sapete anche voi, arriva il momento di ribellarsi ai propri padri. Capitava così che se loro dicevano di amare Godard, io affermavo che Deodato era il massimo. Ed ero anche molto giovane quando ho fatto quel film, oggi potrei rivedere certi giudizi, ma all’epoca ero molto più aggressivo verso qualsiasi cosa riguardasse l’establishment culturale, verso ciò che veniva considerato ufficialmente bello, artistico. Perciò io lo dovevo distruggere. E’ molto rock’n’roll, sapete?

Parlando invece di registi che dovrebbero interessarti di più, hai mai avuto contatti con Joe Dante o Quentin Tarantino?

Nicolas Winding Refn: No, in realtà non li ho mai incontrati personalmente. Ma il mio pensiero a riguardo è che siano film-makers davvero grandi, li apprezzo molto. Ad esempio mi sono divertito parecchio con Inglorious Basterds: ottimi anche gli attori, su tutti il terribile ufficiale tedesco.

Nel tirare in ballo Tarantino, si è accennato agli interpreti. Vedendo i tuoi film si ha l’impressione che ti piaccia lavorare con gli stessi attori, un’impressione confermata anche dall’avvincente documentario di Phie Ambo  visto a Torino, Gambler, dove si torna spesso sul duraturo rapporto di collaborazione con Mads Mikkelsen. Ma la trilogia di Pusher rivela altre facce ricorrenti, ad esempio Zlatko Buric, che in certi ruoli pare stia riscuotendo consensi anche a Hollywood…

Nicolas Winding Refn: E’ vero! Lui sta facendo diversi blockbuster. Compare anche in 2012 di Roland Emmerich. Lì gli hanno fatto fare il russo… ricordi? Dunque. Quando ho fatto il mio primo film, tra il ’95 e il ’96, sono stato davvero fortunato a trovare la successiva generazione di attori danesi, quella che stava emergendo proprio in quel periodo. E sono stato in grado di coinvolgerli anche nei progetti cinematografici venuti immediatamente dopo. Del resto immagino che quando lavori con la stessa gente per un lungo periodo cominci ad amare il loro modo di esprimersi, ad avere una certa familiarità. Ma c’è un rovescio della medaglia: a volte tutto può apparire troppo facile, quindi pericoloso, perché ad usare sempre gli stessi attori c’è il rischio che diventino pigri. Fortunatamente con Mads Mikkelsen non è capitato, ho fatto ben quattro film con lui, e ha sempre dato il massimo.

Vorremmo ora sapere le tue impressioni sul Mosaico d’Europa Film Festival, e in particolare cosa pensi dell’attuale cinema europeo, quali siano i film da sostenere.

Nicolas Winding Refn: Ebbene, io penso che proprio ora il sostegno al cinema europeo debba crescere, affinché qui in Europa si continuino a produrre film validi. E perciò più si investe, meglio è. Così come è importante che i singoli paesi sostengano le produzioni documentarie più delle altre, perché questo modo di preservare la cultura è una priorità per ogni paese. A me incuriosisce ogni tipo di cinema, potremmo star qui a discutere se un film sia bello o brutto, ma intanto dobbiamo essere posti nelle condizioni di farlo, un film.

Negli ultimi anni hai avuto modo di seguire un po’ anche il cinema italiano? E in tal caso c’è qualcosa che ti abbia realmente impressionato?

Nicolas Winding Refn: Penso sia strano che un paese come l’Italia, dopo aver offerto un così grande contributo alla storia del cinema, sia ora in un periodo fondamentalmente pieno di problemi. Quando parlo coi cineasti più giovani, mi spiegano quanto sia difficile adesso fare un film in Italia. E’ una situazione davvero curiosa. Ma le stesse produzioni e distribuzioni non riescono ad operare nelle condizioni ottimali, a cominciare dai finanziamenti, perciò ritengo che se si vuole una svolta concreta per il cinema italiano sia necessario un diverso approccio economico, e che anche alla gente giovane sia offerta una possibilità di emergere. Nonostante ciò si continuano a vedere alcuni grandi film, uno degli ultimi per me è stato Gomorra, lo hanno visto un po’ tutti, e io lo trovo davvero ottimo. Sfortunatamente non molte pellicole riescono ad uscire dall’Italia, oggigiorno, anche perché ciò è reso difficile dal mercato, io credo. Così conosco molti più registi del passato che cineasti nuovi, per quanto riguarda il vostro paese.

C’entra qualcosa anche la politica?

Nicolas Winding Refn: Oh, intendi forse il “grande” Berlusconi? [ridendo di gusto, n.d.r.]

E secondo te, da noi o a livello più generale, le scuole di cinema hanno una loro validità?

Nicolas Winding Refn: Credo che una qualsiasi forma d’arte non sia questione di stare a scuola, quanto piuttosto di poter fare, di praticarla. Come dicevo, sono sempre stato un grande oppositore di tutto ciò che rappresenti in qualche modo l’establishment, perché per me il nemico principale della creatività è il cosiddetto “buon gusto”, ogni cosa che sia poi catalogabile come “politically correct”. Magari da giovane, ed anche questo l’ho già accennato, ero più arrogante nell’esprimere tale concetto, proprio per via dell’età, ma l’idea di fondo è rimasta la stessa. Si è solo evoluta. Ad ogni modo, non nutro particolare simpatia per nessun tipo di scuola, al contrario è l’arte stessa ad essere una scuola, per cui ogni giorno può essere buono per iniziare un progetto cinematografico ed imparare l’uno dall’altro, attraverso l’esperienza diretta. E comunque credo che l’arte, da cui è nato tanto grande cinema, non si possa insegnare a qualcuno, al limite si può insegnare la tecnica, ma così è come imparare ad usare una macchina in un complesso industriale. Allo stesso tempo quando fai cinema finisci sempre per rubare qualcosa dai registi che ti hanno preceduto, è normale, così come gli scrittori rubano ad altri scrittori. Fa parte della propria evoluzione, il trucco è prendere da qualcun altro ciò che realmente ti piace e poi renderlo tuo, personale.

Tornando alla tua filmografia, in Valhalla Rising la figura dell’eroe viene presentata secondo un’ottica particolarmente cruda, funerea, brutale. E’ una caratterizzazione più estrema o tutto sommato un tratto ricorrente, nei film da te diretti?

Nicolas Winding Refn: Immagino di essere stato sempre attratto dal “lato oscuro”. Sapete, il lato oscuro drammaturgicamente ha un valore più alto, cosa che mi spinge a citare spesso Star Wars come termine di paragone, chiedendo questo: durante il film vi siete affezionati di più ad Han Solo o a Luke Skywalker? Tutti rispondono Han Solo.

Sempre su Valhalla Rising, l’originalità dello sguardo è notevole, ma per quanto riguarda la dimensione epica varrebbe da chiedersi se, tra le possibili suggestioni cinematografiche, ci siano anche i film di John Milius o magari Ofelas (noto in Italia come L’arciere di ghiaccio) di Nils Gaup, che negli anni ’80 era stato un piccolo successo in Scandinavia e non solo.

Nicolas Winding Refn: Il film di cui parli non l’ho mai visto. Penso che nel concepire Valhalla Rising io volessi fare un’opera di fantascienza, però non è la scienza che mi interessa, ad interessarmi è la vera faccia di un genere, ciò che si pone al di là. Con la faccia, il volto, intendo semplicemente che se ti metti ad osservare le stelle è un fatto scientifico, se invece guardi oltre l’oscurità infinita puoi cogliere il volto autentico delle stelle, dello Spazio. Ed ero molto interessato a questo aspetto, a cosa c’è oltre le stelle. Forse, in quanto all’utilizzo del registro epico, il mio è anche un film sulla caduta.

Si nota poi in te un interesse molto forte per la fotografia. Ricordo anche che in passato hai paragonato la componente fotografica dei film alla pittura. Secondo me nel tuo cinema quest’attenzione è molto ben caratterizzata, con Fear X che a molti ha ricordato Lynch, per non parlare poi della smagliante resa visiva di Valhalla Rising. Cosa puoi dirci a riguardo?

Nicolas Winding Refn: Quanto hai ricordato sull’elemento pittorico è vero. Rispetto alla fotografia e ad altri aspetti, non credo un granché alle soluzioni scontate, pianificate prima, mi affido molto alle intuizioni che subentrano proprio mentre stai lavorando. Molto raramente per le riprese c’è un piano da rispettare in maniera così stretta, vincolante, il che apre spazi di creatività anche per l’utilizzo del colore, un aspetto cui tengo molto.

Che effetto ti fanno i festival più grossi come Venezia, dove sei già stato ospitato alcune volte?

Nicolas Winding Refn: Ho apprezzato la Mostra del Cinema, anche per i posti in cui si svolge. Ad ogni modo, c’è del buon cibo italiano a Venezia, c’è del buon cibo italiano a Torino e c’è del buon cibo italiano a Ravenna. Credetemi.

Info
Si ringrazia il fotografo Luca Di Giorgio, per le immagini dell’incontro con Refn da lui gentilmente concesse.
Il sito del Mosaico d’Europa Film Festival.
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