Century of Birthing

Century of Birthing

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Anno dopo anno, film dopo film, il cinema del filippino Lav Diaz si fa sempre più fondamentale. Lo conferma questa sua ultima opera, Century of Birthing, presentata alla Mostra di Venezia del 2011.

Dialogo sulla fede

Una meditazione sui ruoli dell’artista che racconta due storie apparentemente differenti: l’una focalizzata su un regista che ha speso anni a lavorare sulla sua ultima opera, e l’altra su un leader di culto cristiano in una regione rurale. [sinossi]
Il cinema è la mia prassi, la mia ideologia.
Dal film

Da quando Marco Müller ha inserito per la prima volta il cinema di Lav Diaz nel programma della Mostra del Cinema di Venezia (nel 2007, quando fu selezionato lo sconvolgente Death in the Land of Encantos), la popolazione degli accreditati che annualmente approdano al Lido si è divisa in due fazioni ben distinte. Da un lato vi sono gli appassionati del cinema del regista filippino, molti dei quali devono la scoperta di Diaz alla bella retrospettiva organizzata nel 2005 dal Torino Film Festival, mentre dall’altra parte della barricata si posizionano i detrattori: in questo senso è interessante notare come la maggior parte di costoro spesso non abbiano conoscenza diretta neanche di un minuto del cinema di Lav Diaz, ma basino la loro critica negativa su un fattore squisitamente temporale. I film prodotti nel corso degli ultimi tredici anni da Diaz, a partire da Serafin Geronimo (1998), sono creature espanse, che non sottostanno alle regole non scritte del codice cinematografico, che vorrebbe racchiuse le storie narrate nella Settima Arte in un arco temporale che va dall’ora e mezza a le due ore o poco più. Incurante di questo diktat puramente industriale, il cineasta filippino è diventato universalmente celebre per la durata delle sue opere: si va infatti dalle cinque ore di Batang West Side (2002) alle sette ore e mezza di Melancholia (2008) fino ad arrivare alle nove ore di Death in the Land of Encantos (2007) e alle dieci di Evolution of a Filipino Family (2004). Una scelta che a prima vista potrebbe apparire pretestuosa, perfino inessenziale, quasi un capriccio autoriale, ma che al contrario palesa in maniera incontrovertibile una poetica espressiva forte, che non ha eguali attualmente nel panorama cinematografico internazionale. Lav Diaz non firma “film lunghi”, ma esperienze espressive che esulano da ogni facile catalogazione, riempiendo lo schermo in un modo che mai fino a questo momento era stato possibile sperimentare.

Ennesima dimostrazione della statura autoriale di Diaz è Century of Birthing (Siglo ng pagluluwal in tagalog), presentato come evento speciale nella sezione Orizzonti alla sessantottesima edizione della Mostra del Cinema: all’interno delle quasi sei ore di cui si compone il lungometraggio è infatti possibile rintracciare schegge dell’universo poetico del regista, dalla riflessione filosofica sullo stato dell’arte e sulla necessità della finzione allo sguardo mai addolcito eppure fortemente empatico verso la società e la cultura filippine. Non è certo un caso che i protagonisti principali di questa tragedia sulla fede e sul culto abbiano tutti, in un modo o nell’altro, a che fare con la rappresentazione della realtà: Homer è un regista impegnato nel duro lavoro di montaggio di un film su una suora che abbandona la fede per concedersi alla glorificazione della carne; Tiburcio, il fondatore di una nuova setta di integralismo cristiano, è stato in passato un attore e il suo culto viene tramandato soprattutto attraverso il canto e la musica; la giovane adepta di Tiburcio destinata al ripudio viene condotta sulla via della liberazione/perdizione da un fotografo. Solo l’arte, per Diaz, ha la capacità di astrarre il reale a tal punto da potervi intervenire sopra, in un’operazione di stravolgimento e riscrittura altrimenti impossibile da ipotizzare: ma a suo modo lo stesso cinema non è altro che un culto, con le proprie idolatrie e i propri dogmi. È dunque uno scontro di fedi il cuore pulsante di Century of Birthing, dal quale non possono uscire vincitori, come dimostra in maniera inequivocabile la splendida sequenza finale, con Homer che segue la povera ragazza impazzita – e incinta – nel suo ballo di follia e redenzione, sotto lo sguardo immobile della stessa terra filippina. Forse solo Evolution of a Filipino Family finora era riuscito a ergersi a vera e propria elegia dell’arcipelago del sud-est asiatico, dove gli stessi personaggi non svolgono altro che la funzione di testimoni di un mondo che rotolo in maniera inesorabile su se stesso, senza neanche rendersene conto. La cooperativa di contadini, la memoria del passaggio sul fiume in piena delle tribù di commercianti che scendevano dalle montagne, la festa dei Moriones a Boac, sull’isola di Marinduque (durante la quale si ricostruisce la passione di Cristo), perfino le citazioni di Lino Brocka, sono tutti istanti cristallizzati di una cultura sfaccettata, che sta ancora tentando di assimilare la modernità in ogni suo aspetto.

In questo senso anche lo sguardo dell’intellettuale, figura idealmente al di sopra delle parti, non può che perdere la bussola e smarrire la direzione: “la filosofia è fascista” è una delle sentenze pronunciate dai protagonisti di Century of Birthing, anima viva che aggiunge l’ennesimo tassello indispensabile nella filmografia di Diaz. Il rammarico è sempre lo stesso, e riguarda la percezione errata che si ha del cinema di questo autore fuori dall’ordinario: se solo si comprendesse quale emotività trasudino le immagini dei suoi film, i suoi esasperati piani sequenza, i dialoghi costruiti con sagacia e profondità a tratti quasi godardiane, gli incredibili monologhi, il pubblico farebbe la coda per poter assistere a una proiezione. Ma “questa razza umana che adora gli orologi ma non conosce il tempo”, per citare un celebre distico dei CCCP – Fedeli alla linea, preferirà continuare a disprezzare a distanza, impauriti dal confronto con un’arte che non accetta dogmi e imposizioni.

Info
Un estratto di Century of Birthing.
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