Quiproquo

Quiproquo

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Presentato in anteprima alla Mostra di Venezia 2011, nella sezione Controcampo Italiano Doc, Quiproquo è un ibrido senza testa che cede sotto il peso dell’inconsistenza, che mira ancora più in alto del solito per poi schiantarsi contro il muro della mediocrità. La Sgarbi si avvale della collaborazione musicale di Franco Battiato, che regala allo spettatore con le proprie sonorità gli unici momenti riusciti del documentario.

Domandare è lecito, rispondere è cortesia

“Chi può ancora usare, senza tradire un sorriso, la parola avanguardia? Avanguardia è una parola che appartiene all’archeologia della cultura, come si parlasse dei Fenici che ci hanno tramandato le lettere dell’alfabeto? Oppure è una parola che, vivendo, come vive, nell’uso comune del nostro linguaggio, designa qualcosa di ancora vivo e operante, fosse pure nel segno dell’aspirazione utopica o vagamente sognante? E le Avanguardie davvero tali, quelle che, lancia in resta, partirono all’assalto del ventesimo secolo, che cosa hanno a che fare con le ultime avanguardie, le neoavanguardie, il Gruppo ’63, la Transavanguardia? E con Giotto? E, ancor di più, che cosa hanno in comune con un cardiochirurgo che brevetta un sistema per operare la valvola mitralica o con una giovane che studia nuove forme di polimeri per costruire case nello spazio? Umberto Eco, Rossana Rossanda, Ludovico Corrao, Vittorio Sgarbi, Achille Bonito Oliva, Angelo Guglielmi, Nanni Balestrini, Enrico Ghezzi, il cardiochirurgo Ottavio Alfieri e molti altri: tutti sollecitati dalle domande del filosofo Eugenio Lio tentano di guidarci in questo felicemente esploso quiproquo dell’avanguardia… [sinossi]

La visione di Quiproquo non fa altro che confermare la sensazione più volte avvertita negli anni passati che la filmografia di Elisabetta Sgarbi non ha vie di mezzo: o la si ama incondizionatamente o la si odia fino a detestarla in tutto e per tutto. Per questo bisogna scegliere da quale parte stare, perché difficilmente la regista mette in condizioni il singolo fruitore di cambiare idea. L’ultima fatica, in tal senso, non fa eccezione e non lascia alcuna speranza allo spettatore di turno di assistere ad un cambio di rotta da parte di un’autrice che, senza ripensamenti o remore, prosegue diritta per la propria strada, incurante del pensiero e delle possibili reazioni da parte della platea. Quella della Sgarbi è una filmografia che allontana da sé il pubblico medio a favore di una fetta molto ristretta di spettatori culturalmente preparati. Una scelta ben precisa, che comporta rischi e pesanti ripercussioni in termini di riscontro popolare.

Un cinema elitario, colto, cervellotico, pieno, stratificato, autoriale, ricco di contrasti e significati, ma soprattutto costantemente proiettato verso l’alto e capace di grandi slanci (vedi Deserto rosa sull’opera del fotografo Luigi Ghirri) oppure, come nel caso di questo nuovo documentario presentato in anteprima alla 68esima Mostra di Venezia, dove a conti fatti è risultato l’anello debole della rosa dei sei titoli in concorso nella sezione Controcampo Italiano Doc, di tonfi clamorosi. La Sgarbi firma un prodotto talmente di nicchia che finisce con lo scomparire. Un ibrido senza testa che cede sotto il peso dell’inconsistenza, che mira ancora più in alto del solito per poi schiantarsi contro il muro della mediocrità. I limiti sono troppo palesi, figli legittimi della superficialità nei confronti dell’oggetto astratto messo a fuoco e della mancanza di chiarezza di un qualcosa che non sa bene quale strada intraprendere e dove andare a parare. Nel cercare di dare una risposta ad una domanda – Che cos’è l’Avanguardia? –  crea una gigantesca confusione di fondo che il più delle volte si trasforma persino in un’involontaria farsa che si prende gioco del popolo (vedi l’intervista al bagnante). Si finisce così a ridere dell’ignoranza altrui, molte volte sottolineata da scelte di montaggio che lasciano confluire nell’arco di una manciata di minuti interventi di alto profilo e spessore intellettuale con altri che non lo sono per niente: vedi ad esempio l’intervista al bagnate siculo.

La Sgarbi si avvale della collaborazione musicale di Franco Battiato, che regala allo spettatore con le proprie sonorità gli unici momenti riusciti del documentario, e quella consistente di Eugenio Lio al quale spetta l’arduo compito di girovagare per l’Italia e oltre confine in cerca di risposte che appaiono più criptiche e cervellotiche della domanda stessa. Il risultato è palesemente e oggettivamente privo di concretezza e spesso di idee, nonostante l’operazione sia mossa da un’urgenza quasi epidermica prima che intellettuale di sapere e capire quello che ci circonda nel quotidiano, oltre alla scoperta di quello che può essere o non essere definito Arte.

Info
Quiproquo, interviste a Venezia 2011.
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