Bad Family

Bad Family

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Giocato intorno a colori accesi ed efficaci inquadrature degli interni che amplificano, per contrasto o per similitudine, la portata claustrofobica del racconto, Bad Family sembra rincorrere molteplici e mai banali suggestioni, incastonandole in un percorso narrativo tutto sommato lineare ma sempre ammiccante, allusivo, rivelatore di un disagio sociale ed esistenziale non più sostenibile.

In the Mood for Incest

Dopo un difficile divorzio, un padre si ritrova ad allevare un figlio da solo mentre la madre ha la custodia della figlia. 16 anni dopo, la madre muore e i due ragazzi si incontrano di nuovo. Il fratello ha una cotta per la sorella e si ribella contro il padre, che reagisce male alla situazione. L’uomo si ritroverà solo con il proprio genitore demente… [sinossi]

La prima sequenza di Bad Family (Paha Perhe), oltre a possedere un certo impatto visivo, ha un valore simbolico la cui reale portata è destinata a chiarirsi strada facendo. Ma vi si può già intuire l’importanza data ai conflitti generazionali: nella palestra in cui si svolge un piccolo torneo di scherma tre età diverse si fronteggiano, occupando tre piani diversi dell’inquadratura. Sulla pedana il figlio adolescente, alle prese con un combattimento affrontato in maniera, a dire il vero, un po’ svogliata. Subito a ridosso della pedana il padre del ragazzo, in piedi come il capitano di una nave, che urla consigli con aria severa. Più defilato il nonno demente, abbandonato su una sedia a rotelle, praticamente catatonico. Sembra quasi di assistere alla versione finlandese malata dei Simpson. E non è ancora successo niente, perché poco più avanti si scoprirà che l’autoritario pater familias, oltre a quel ragazzo e al bambino avuto da una successiva relazione, ha un’altra figlia esiliata da tempo in Danimarca insieme alla madre ribelle. Ma il ritorno della giovane, dovuto proprio all’improvvisa morte della madre, porterà ulteriore scombussolamento in una famiglia già minata da altre tensioni, neanche troppo sotterranee: il ritorno della bella e libera Tilda genererà infatti nel fratello, di pochi anni più giovane, un crescente affetto cosparso di ammirazione, attrazione fisica e istinto protettivo.
Presto scoperte, anzi, più che altro sospettate, le delicate attenzioni in odore di incesto che i due amano scambiarsi, il tetro genitore reagirà esercitando un controllo sempre più possessivo e morboso sul suo rampollo, ottenendo con le sue grottesche iniziative esattamente l’effetto contrario. Con quel volto severo, la barbetta appuntita e i lineamenti spigolosi che lo rendono quasi un clone moderno del protagonista di Dies Irae, o di altre figure maschili opprimenti e tetre presenti nel cinema di Dreyer, il padre dei due ragazzi, Mikael, è una machera tragicomica e in fondo assai patetica che incide un segno profondo nella storia. Si conferma poi straordinario, a interpretare tale personaggio, l’esperto attore finlandese Ville Virtanen, che avevamo già ammirato un paio di anni fa in Sauna, originale horror diretto dal connazionale Atti-Jussi Annila.

Giocato intorno a colori accesi ed efficaci inquadrature degli interni che amplificano, per contrasto o per similitudine, la portata claustrofobica del racconto, Bad Family sembra rincorrere molteplici e mai banali suggestioni, incastonandole in un percorso narrativo tutto sommato lineare ma sempre ammiccante, allusivo, rivelatore di un disagio sociale ed esistenziale non più sostenibile. Provate quindi a focalizzare un immaginifico incontro tra lo humour gelido e straniante che regna in certe pellicole di Kaurismäki, lo sguardo cinico di Todd Solondz sulla famiglia, e il ritrovarsi di personaggi amareggiati che non si vedono da anni in Festen di Thomas Vinterberg. Avrete allora un’idea di quanta carne abbia voluto mettere sul fuoco, quasi fosse per scaldarsi e mitigare così il freddo clima del nord, un cineasta in netta crescita come il finnico Aleksi Salmenperä, che già col corto Ferry Go Round (selezionato nel 2001 a Cannes) e coi pluripremiati lungometraggi Producing Adults (2004) e A Man’s Job (2007) aveva saputo mettersi in evidenza. Non sorprende, considerando lo spessore di tale poetica, che anche la Sputnik Oy di Aki Kaurismäki sia intervenuta nella produzione di Bad Family, opera di un autore ancora giovane e in grado di sorprendere, con le sue virulente stoccate al quieto vivere borghese.

Info
Il trailer di Bad Family.

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