La femme du cinquième

La femme du cinquième

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Con La femme du cinquième Pawel Pawlikowski porta al Festival di Roma 2011 un thriller psicologico ambizioso e affascinante, ma con qualche soluzione un po’ troppo artificiosa.

Parigi inferno della mente

Lo scrittore americano Tom Ricks si reca a Parigi nel disperato tentativo di rimettere in sesto la sua vita e riconquistare l’amore dell’ex moglie e di sua figlia, trasferite nella capitale francese. Le cose non vanno secondo i suoi piani e l’uomo, per sbarcare il lunario, si ritrova a lavorare come guardiano notturno in un losco albergo di periferia. Quando incontra Margit, una bella e misteriosa sconosciuta, inizia con lei una strana relazione: si vedranno solo due volte a settimana a casa della donna, e senza sapere nulla dei rispettivi passati. La loro intensa e profonda relazione, però, innesca una serie di inspiegabili eventi tragici, come se una forza oscura stesse prendendo il controllo della vita di Tom e chiunque gli abbia fatto del male nel passato viene colpito dal destino. Perciò la polizia comincia a insospettirsi, e Harry si ritrova in un incubo dal quale non sa come uscire… [sinossi]

Ethan Hawke è uno strano caso di attore. Ben inserito nello star system, ha talvolta interpretato personaggi di un certo spessore romanzesco, identificabili più con archetipi letterari che cinematografici; personaggi che magari varcano l’oceano entrando circospetti al’interno del mondo culturale europeo. Dopo Prima del tramonto di Richard Linklater, l’ex adolescente turbato de L’attimo fuggente torna a Parigi, stavolta però senza alcun acume romantico. L’età passa e Hawke si trasforma in uno scrittore quarantenne dal volto segnato e abbattuto. I suoi occhi spaesati sono non solo il punto d’inizio, ma l’anello di congiunzione di ogni momento narrativo di La femme du cinquième, quarto lungometraggio di Pawel Pawlikowski, polacco cresciuto artisticamente in Inghilterra a cui sembra caro il tema delle fusioni culturali, spesso di natura conflittuale.

È ben evidenziato da subito anche in questo film lo stridere di culture diverse: del protagonista misterioso se non inquietante si sa appunto solo che è statunitense (una fonte per qualche pregiudizio ironico nel racconto: “sei americano? allora vaffanculo!” gli apostroferà un vicino di ostello piuttosto rozzo), che è un professore di letteratura e un romanziere, ma con un solo libro (di successo) all’attivo, che ha una ex moglie francese che ha paura di lui e non gli permette di vedere l’amata figlia, l’unica cosa a cui egli sembra tenere veramente. Da queste basi Pawlikowski si adopera per creare uno strano ibrido in cui doppiezze e  derive non sembrano così indefinite bensì convergenti in una sorta di thriller esistenziale. Come in un romanzo alla Thomas Pynchon, l’uomo di alta cultura si ritrova in un quartiere povero della capitale francese, invischiato con ambigua gente di strada e con un lavoro alienante che pare aumentare le sue paranoie. A paesaggi industriali e desolanti stazioni ferroviarie si alternano però i circoli letterari parigini, i pedinamenti alla figlia che spia mentre gioca in asilo, finché l’errante protagonista non finisce tra le braccia di un’altolocata donna ungherese, anch’essa piuttosto misteriosa, che appunto dà il titolo al film.

Una straniante evoluzione di situazioni che riesce ad attrarre in quanto persone e cose sembrano tangibilmente cozzare con l’esperienza psichica del protagonista, un mondo interiore ch’egli rincorre e smarrisce percettivamente nei rumori improvvisi della città, nei sogni brevissimi di luoghi lontani dall’urbe, nelle pagine che scrive senza mai portare a definitivo compimento. Il comune denominatore in tutto il suo frastornamento pare essere inequivocabilmente la disperazione che egli porta con sé. Sembra di muoversi in territori oscuri vicini a Polanski, cui il titolo pare una evidente citazione, pensando alla città come luogo delirante in cui la mente di un uomo perde progressivamente il senso delle cose (Frantic e appunto L’inquilino del terzo piano in primis, essendo di ambientazione parigina). La poesia, la forza emotiva che il film riesce a sprigionare è però un’arma a doppio taglio. Pawlikowski infatti sceglie di lasciare le cose nebulose: si innescano cioè dei nodi narrativi che rimangono fino alla fine irrisolti, il tutto sembrando giustificarsi con uno stato allucinatorio (che non sembra tale all’inizio), se non schizofrenico di Hawke. L’amante diventa un fantasma, avvengono degli omicidi inspiegati, ogni cosa viene messa in dubbio tranne la presenza di una bellissima cameriera polacca che cerca disperatamente di tenere il romanziere ancorato al presente, un presente che però è irrimediabilmente deteriorato da un’ancestrale senso di perdita. Non che il film diventi incoerente o inorganico nel complesso, ma l’impressione è proprio che nell’ultima parte qualcosa stoni e rimanga troppo artificiosa in questo ruvido e dolente componimento di versi.

Probabilmente il rimprovero maggiore che si può fare a La femme du cinquième è di aver trovato una chiave affascinante in molti aspetti: le derive subculturali e metropolitane soprattutto, ma di aver perso qualcosa nello sguardo d’insieme e nell’esser caduto talvolta su terreni già battuti, con Polanski e Resnais ad esempio come confronti “a perdere”. Tuttavia per grandi ambizioni si possono riconoscere anche traguardi non pienamente portati a termine, e il film di Pawlikowski  riesce ad arrivare piuttosto lontano, anche per merito dell’incredibile intensità dell’attore che anima lo schermo.

Info
Il sito ufficiale di La femme du cinquième.
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