Matrimonio a Parigi

Matrimonio a Parigi

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Pur constatando il rispetto di tutte le regole e dei cliché del genere, in Matrimonio a Parigi avviene uno smarcamento su più fronti (distributivo, coprolalico e drammaturgico) che è la testimonianza di una presa di distanza dalla deprimente deriva cinepanettonica degli ultimi anni e, forse, di un ritorno agli schemi della commedia all’italiana classica.

Non è mica sempre Natale

Durante una vacanza a Parigi, la figlia di un industriale abituato ad evadere le tasse con ogni mezzo, si innamora ricambiata del figlio di un onesto finanziere. Le due famiglie si ritroveranno a condividere la stessa camera d’albergo e gli scontri (ma anche i cambiamenti) diventeranno inevitabili… [sinossi]

Quando ci si trova davanti a un film che, fin dal titolo, si dà immediatamente come ennesimo prodotto di una antica nonché consolidata tradizione seriale, il rischio in cui si può facilmente incorrere è quello di adeguarvisi, esprimendo un giudizio ugualmente seriale. Giudicarlo insomma più attraverso le (inevitabili) linee di continuità che lo caratterizzano, piuttosto che attraverso gli (apprezzabili) tentativi di smarcamento dalle derive di tali linee. Chi avrà voglia di avvicinarsi a Matrimonio a Parigi, secondo titolo matrimoniale del collaudatissimo filone vacanziero firmato da Claudio Risi e interpretato da Massimo Boldi (il primo era stato Matrimonio alla Bahamas, 2007), dovrà tener presente che, oltre a trovare tutti gli ingredienti che hanno contribuito a rendere celebre questo sottofilone della commedia all’italiana, troverà anche (almeno) tre elementi di novità.
Il primo, peraltro visibile a tutti, riguarda proprio la data di uscita, volutamente retrodatata da Medusa (che produce il film) rispetto alla precedente collocazione. Dal momento della separazione della coppia Boldi-De Sica, dopo cioè il tentativo iniziale di clonazione del cinepanettone con uscita natalizia (Olé, 2006), la Medusa ha preferito sottrarsi allo scontro con l’immancabile blockbuster targato Filmauro provando ad anticiparlo con uscite novembrine. Con Matrimonio a Parigi viene compiuto un ulteriore passo in tale direzione e al comico di Luino viene riservato uno spazio diverso, autunnale invece che (pre)natalizio. Cosa che potrebbe passare quasi come un mera scelta di opportunità se il cambiamento di rotta nella scelta distributiva non coincidesse però anche con altre evidenti mutazioni del prodotto.

Il secondo elemento di novità infatti riguarda l’attenuazione della volgarità nella risoluzione delle gag e delle battute, caratteristica che nei cinepanettoni degli ultimi anni ha segnato una crescita esponenziale. Mentre il terzo riguarda lo script (firmato da Gianluca Bomprezzi e Edoardo Falcone), sicuramente più articolato e meglio distribuito rispetto al modello trionfante delle ultime stagioni. Tanto che uno degli aspetti positivi che vanno ascritti a Matrimonio a Parigi è quello di rifarsi alla pochade ma tentandone una dimensione corale, in cui quasi tutti i personaggi coinvolti nella vicenda riescono a trovare una propria dimensione drammaturgica. Una sceneggiatura peraltro anche abbastanza elastica, dal momento che le improvvisazioni degli attori vi si inseriscono agevolmente. Tra chi ripete più (Boldi, Enzo Salvi) o meno (Massimo Ceccherini, Biagio Izzo) stancamente il medesimo personaggio, chi non ha alcuna dimestichezza con l’improvvisazione (Raffaella Fico) e chi ne ha talmente tanta da risultare spesso overacting (Diana Del Bufalo, ma anche Rocco Siffredi), nel film emergono almeno un paio di personaggi che hanno una propria consistenza. Due personaggi in cui la sapidità dello script si integra bene con la vivacità delle interpreti (Paola Minaccioni e Annamaria Barbera).

In Matrimonio a Parigi insomma, pur constatando il rispetto di tutte le regole e dei cliché del genere, avviene uno smarcamento su più fronti (distributivo, coprolalico e drammaturgico) che è la testimonianza di una presa di distanza dalla deprimente deriva cinepanettonica degli ultimi anni e, forse, di un ritorno agli schemi della commedia all’italiana classica. Sia ben chiaro, siamo ancora lontani da risultati ottimali, e troppe cose sembrano ancora mancare perché ci si avvicini a ottenerli, ma in tempi di terraferma tutto quello che sembra muoversi (in una direzione diversa) dovrebbe essere accolto come una notizia positiva. Se, oltre agli schemi, si riuscirà a recuperare anche la capacità di penetrare la realtà in maniera più profonda e meno artificialmente moralistica (qui rappresentata dall’improbabile catarsi finale di Lorenzo/Boldi, che capisce il motivo per il quale le tasse vanno pagate) e se, soprattutto, si riuscirà a recuperare il graffio che contraddistinse quella fortunata stagione, la commedia potrà vivere una nuova, importante stagione. Magari riappropriandosi anche di quegli spazi che, come peraltro ha dolorosamente lamentato lo stesso Boldi in conferenza stampa, attualmente la televisione le ha espropriato.

Info
Il trailer di Matrimonio a Parigi.

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