Le avventure di Tintin: il segreto dell’unicorno

Le avventure di Tintin: il segreto dell’unicorno

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Le avventure di Tintin: Il segreto dell’unicorno è un circo, è un costante sberleffo alle leggi di gravità, è un susseguirsi di evoluzioni registiche, di sequenze da guardare tutte d’un fiato: superato ampiamente e senza remore il confine della verosimiglianza, Spielberg utilizza buona parte della pellicola per costruire una macrosequenza action senza soluzione di continuità (o quasi). Perfettamente in linea con lo spirito ingenuo e avventuroso delle pellicole d’antan, Spielberg trascina personaggi e pubblico da un capo all’altro del mondo, per terra, per mare e per aria.

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Il giovane e curioso reporter Tintin e il suo fedele cane Milou scoprono il modellino di una nave che nasconde un segreto esplosivo. Coinvolto in un mistero vecchio di secoli, Tintin si ritrova al centro dell’interesse di Ivan Ivanovitch Sakharine, un diabolico cattivo convinto che abbia rubato un tesoro inestimabile legato a un perfido pirata, Red Rackham. Ma con l’aiuto del suo cane Milou, dell’arguto e irascibile Capitan Haddock e dei detectives pasticcioni Thompson & Thomson, Tintin si ritroverà a viaggiare in mezzo mondo, a dover superare in astuzia e in velocità i suoi nemici in un inseguimento mozzafiato alla ricerca dell’Unicorno, una nave naufragata che forse nasconde la chiave di una immensa fortuna e un’antica maledizione… [sinossi]

Scoppiettante blockbuster in motion capture, ricco di sequenze travolgenti, nonostante qualche snodo narrativo non perfettamente oliato, Le avventure di Tintin: il segreto dell’unicorno non poteva che essere diretto e prodotto da Steven Spielberg e Peter Jackson, i due sognatori della Settima Arte, inarrivabili creatori di mondi avventurosi, capaci di modellare universi narrativi e di piegare la macchina da presa al loro volere. Assai suggestiva, tra l’altro, la prospettiva di poter confrontare il lavoro di Spielberg con l’annunciato The Adventures of Tintin: Prisoners of the Sun, che dovrebbe essere diretto da Jackson [1].

Il reporter dal ciuffo ribelle è un giovane Indiana Jones, perché Indiana Jones era una evoluzione/rielaborazione di TinTin. Non è un caso, infatti, che l’eroe creato dal fumettista belga Hergé, alias Georges Prosper Remi, risponda perfettamente alle esigenze di Spielberg, riprendendo e ampliando le suggestioni videoludiche di Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo, quarto capitolo della saga che non aveva sancito il passaggio di consegne tra il vecchio eroe Indy/Harrison Ford e il giovane Mutt/Shia LaBeouf. E l’eredità di Ford, in fin dei conti, non poteva che essere raccolta da un attore virtuale o quasi: Jamie Bell in versione animata/computerizzata era l’unica alternativa possibile al fascino magnetico di Indy/Ford. (Ri)trovato il suo protagonista, Spielberg ha trovato anche la dimensione ideale per dar sfogo alla sua funambolica mise-en-scène: favorito anche dalle sperimentazioni di Zemeckis (A Christmas Carol, La leggenda di Beowulf e Polar Express), il regista americano irrompe a Cartoonia con l’energia inarrestabile di Roger Rabbit.

Le avventure di Tintin: Il segreto dell’unicorno è un circo, è un costante sberleffo alle leggi di gravità, è un susseguirsi di evoluzioni registiche, di sequenze da guardare tutte d’un fiato: superato ampiamente e senza remore il confine della verosimiglianza, Spielberg utilizza buona parte della pellicola per costruire una macrosequenza action senza soluzione di continuità (o quasi). Perfettamente in linea con lo spirito ingenuo e avventuroso delle pellicole d’antan, Spielberg trascina personaggi e pubblico da un capo all’altro del mondo, per terra, per mare e per aria: una scelta estetica e narrativa che è già annunciata dai titoli di testa, in cui anche i nomi del cast diventano oggetti di scena, buoni per qualche equilibrismo. Ed è nella seconda parte del film, quando l’azione prende definitivamente il sopravvento, che ci si diverte maggiormente, quasi dimenticando le ragioni della sceneggiatura. Esemplare, in questo senso, il passaggio dalla sequenza della fuga dalla nave alla sequenza in aeroplano, tra mare e deserto, con l’intermezzo praticamente superfluo del borsaiolo cleptomane.

L’aspetto più interessante di questo Tintin spielberghiano è la capacità del cineasta americano di adattarsi perfettamente alla dimensione animata. Ben più di Zemeckis, Spielberg sfrutta l’assoluta libertà creativa e registica della motion capture: si veda, ad esempio, l’impossibile inseguimento nella città araba, tra moto, valanghe d’acqua, falchi, l’eroico Milou e un biglietto che non vuole farsi prendere. Spielberg piega lo spazio e gli oggetti (ma non i corpi, altrimenti sconfinerebbe in un’altra dimensione animata, à la Chuck Jones) e li modella a proprio piacimento. Funzionale, ma non irrinunciabile, il 3D.

Le avventure di Tintin: Il segreto dell’unicorno è un giocattolone ricco di inventiva, un deciso passo in avanti – sia nel consapevole utilizzo che nella pura resa tecnica ed estetica – della motion capture. Pur non cancellando i dubbi sulla reale utilità di una tecnica d’animazione che abbia come fine ultimo il fotorealismo, il magnifico duo Spielberg-Jackson sembra promettere future mirabilie.

Note
1. Il progetto prevede un terzo capitolo, ancora non annunciato. Potrebbe essere una coregia.
Info
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