Tyrannosaur

Tyrannosaur

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Tyrannosaur è solo l’ultimo tassello di una poetica comune, trasversale, di una sensibilità sociale e storica, civile e artistica: la profondità di sguardo di Considine è figlia di un lungo percorso, di centinaia di titoli, dagli anni Sessanta a oggi. È l’espressione forse più alta del cinema inglese, è l’irrinunciabile lotta di classe, è il manifesto operaio, è il grido disperato e orgoglioso che continua a rimbombare nelle sale di mezzo mondo.

Dio non è mio padre

Joseph (Peter Mullan) è un vedovo, disoccupato e alcolista, tormentato e autodistruttivo. L’incontro inaspettato con Hannah (Olivia Colman), imprigionata in un matrimonio infelice e violento, offre a Joseph una possibilità di redenzione. Tra i due nasce un legame di amicizia e amore, un legame che aiuterà entrambi a prendere coscienza di loro stessi e delle loro vite… [sinossi]

Ci sono film che non tradiscono le attese. E non erano i pur incoraggianti premi ricevuti al Sundance a farci ben sperare [1]. Il nostro ottimismo era legato a due nomi, due talenti abnormi, due volti che da soli valgono un film: Paddy Considine e Peter Mullan. Attori legati al cinema di Ken Loach e di Shane Meadows, attori che sono anche autori: Considine ha infatti scritto e diretto Tyrannosaur, il suo esordio dietro la macchina da presa [2], mentre Mullan ha sbancato nel 2002 la Mostra del Cinema di Venezia con Magdalene e ha recentemente diretto l’ottimo Neds [3].

C’è una fotografia di scena – Considine e Mullan seduti su un gradino in una pausa tra una ripresa e l’altra – che probabilmente cattura meglio di qualsiasi fotogramma l’essenza di questo film: regista e protagonista hanno entrambi delle facce vere, intense, vive, lontanissime dalle logiche glamour hollywoodiane. Considine, che non si concede nemmeno un cameo, confeziona un esordio magistrale; Mullan riempie ogni inquadratura col suo viso segnato, con l’incredibile espressività degli occhi, azzurri e glaciali, azzurri e commoventi, col suo fisico massiccio, quasi minaccioso. Abbiamo visto sul grande schermo le tragedie della working class inglese svariate volte, tra capolavori e progetti completamente sbagliati, ma raramente abbiamo incrociato un film così lucido, essenziale, dannatamente e dolorosamente reale. La continuità e la coerenza sono uno dei segreti di questa pellicola.

Tyrannosaur è solo l’ultimo tassello di una poetica comune, trasversale, di una sensibilità sociale e storica, civile e artistica: la profondità di sguardo di Considine è figlia di un lungo percorso, di centinaia di titoli, dagli anni Sessanta a oggi. È l’espressione forse più alta del cinema inglese, è l’irrinunciabile lotta di classe, è il manifesto operaio, è il grido disperato e orgoglioso che continua a rimbombare nelle sale di mezzo mondo. Perché la rabbia di Joseph è la rabbia di molti e il terreno che gli frana sotto i piedi è il regalo di tante scelte politiche (volutamente) sbagliate. Le strade, le case, i pub, i cani che abbaiano, le violenze domestiche, l’odio razziale, la guerra tra poveri: le spalle larghe di Joseph reggono colpe e ingiustizie, le sue gambe lo fanno avanzare nonostante tutto, i suoi pugni e i suoi calci colpiscono ciecamente. È la rabbia, è la consapevolezza dell’eterna sconfitta, della prigione che lo ingabbia quotidianamente. Joseph è l’orco cattivo, Joseph è l’orco buono: ama, odia, distrugge, aggiusta. Joseph può uccidere il suo adorato cane a calci, può intenerirsi per il disegno di un bambino. Joseph non poteva che essere Peter Mullan: la macchina da presa di Considine gli si incolla addosso, lo insegue, lo scruta, ne cattura ogni minima espressione, ogni segno di dolore.

Considine costruisce il suo film sulle rughe e sugli occhi di Mullan, sulle ferite della working class. Prova attoriale e messa in scena di assecondano e si sostengono, senza eccessi, senza scorciatoie espressive, senza trucchi narrativi. La regia di Considine è fatta di primi piani, di dettagli, di calibrati movimenti di macchina, con una composizione dell’inquadratura accurata ma mai compiaciuta. Il realismo della messa in scena è una ferita aperta, sanguinante, come le performance attoriali di Olivia Colman (Hannah) e di Eddie Marsan (James). Come la testa di cane, come l’ultimo primo piano di Samuel. Tyrannosaur sembra non avere un fotogramma in più del necessario.

Note
1. Miglior regia, miglior attore e miglior attrice.
2. Prima di Tyrannosaur, Considine ha firmato la sceneggiatura di Dead Man’s Shoes – Cinque giorni di vendetta (2004) di Shane Meadows e ha scritto e diretto il cortometraggio Dog Altogether (2007). Della sua lunga filmografia come attore, ricordiamo almeno Submarine di Richard Ayoade, Le Donk & Scor-zay-zee di Meadows, Red Riding: In the Year of Our Lord 1980 di James Marsh, My Summer of Love di Pawel Pawlikowski e il suddetto Dead Man’s Shoes.
3. Mullan ha scritto e diretto tre lungometraggi. Prima dell’opera di esordio, Orphans (1998), aveva diretto alcuni episodi della serie televisiva Cardiac Arrest e tre cortometraggi. Ha vinto a Cannes nel 1998 il premio come miglior attore per My Name is Joe di Ken Loach.
Info
La pagina facebook di Tyrannosaur.
La pagina di Tyrannosaur sul sito del Festival di Roma.
Tyrannosaur sul sito della CGHV.
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