How to Die in Oregon
di Peter Richardson
Premiato al Sundance Film Festival, How to die in Oregon racconta alcune storie di malati terminali e il drammatico excursus verso la volontaria conclusione della loro esistenza e parallelamente porta sullo schermo alcune battaglie del movimento a favore della legge I1000 dello Stato di Washington.
Killing Me Softly
C’è uno stato degli USA, l’Oregon, in cui è consentito il suicidio assistito grazie a un referendum popolare del 1994. Oltre cinquecento Oregonians, vittime di malattie incurabili, hanno usufruito di questa legge nata da un principio di natura squisitamente liberale: «nessuna autorità laica o confessionale può decidere per me su una questione così importante»… [sinossi – programma Festival di Roma 2011]
Nel 1994 l’Oregon ha approvato una legge che consente ai malati terminali con un’aspettativa di vita inferiore ai sei mesi di potersi avvalere del diritto al suicidio assistito (una procedura strettamente medica che prevede la prescrizione di dosi letali di farmaci): all’epoca gli unici Stati ad aver legiferato sul tema erano Belgio, Svizzera e Olanda e attualmente il dibattito sul tema è ancora estremamente vivace e rappresenta uno dei più rilevanti nodi della discussione etica e filosofica contemporanea, soprattutto in relazione alle ingerenze della religione nella vita e nelle scelte della comunità globale.
A diciassette anni dall’emanazione del Death with Dignity Act in Oregon più di cinquecento persone hanno scelto di morire supportati dai programmi assistenziali di Compassion & Choices, un’organizzazione no-profit che si occupa di accompagnare e sostenere in questo difficile percorso i malati e le loro famiglie: ispirati dall’idea che sia fondamentale preservare il diritto di scelta per ogni individuo e che quindi questi possa essere artefice del proprio destino (libertà che in primis si esercita nella possibilità di poter modificare la propria volontà anche pochi secondi prima dell’assunzione dei farmaci), i volontari di questa associazione fanno un capillare lavoro di informazione e di aiuto nel rispetto dei valori del singolo paziente. I dettami che regolano l’applicabilità del suicidio assistito sono semplici e chiari: al momento della richiesta dell’apertura della procedura il malato deve essere lucido e nel pieno delle sue facoltà mentali e quando deciderà di mettere fine alla propria vita dovrà autonomamente provvedere all’assunzione dei medicinali (questo è importante ai fini legali affinché la definitiva scelta del paziente non coinvolga direttamente il medico, cui è affidato solo l’onere della prescrizione).
Premiato con il Gran Premio della Giuria per il miglior documentario nel corso della ventisettesima edizione del Sundance Film Festival, How to die in Oregon racconta alcune storie di malati terminali e il drammatico excursus verso la volontaria conclusione della loro esistenza e parallelamente porta sullo schermo alcune battaglie del movimento a favore della legge I1000 dello Stato di Washington, riportate soprattutto attraverso l’appassionato coinvolgimento di Nancy, vedova che ha promesso al marito – morto in seguito a un’estenuante battaglia contro un cancro al cervello – di intervenire sulla legge del proprio Stato per garantire un’alternativa alla lenta agonia. La vera protagonista del documentario è però Cody Curtis, adorabile moglie e madre cui è stato diagnosticato un grave colangiocarcinoma: pur avendo duramente combattuto contro la sua malattia, la donna non è riuscita a sconfiggere definitivamente il tumore e la sua vita è ormai diventata un conto alla rovescia verso la fine. Il film segue tutte le fasi della sua avventura, in un percorso emotivo che sottolinea la vitalità, l’attaccamento alla propria famiglia, al proprio lavoro, ai propri valori, evidenziando – nel contesto di un’inchiesta sul diritto alla morte – il forte legame con la vita: Richardson segue la donna mentre dona i suoi gioielli alla figlia, mentre si concede una passeggiata sulla spiaggia con i propri cari, scherza con le amiche, cura il giardino e nel documentare il coraggio di Cody, il film gradualmente segue l’ulteriore aggravamento della sua condizione che la farà giungere alla decisione di aderire al programma previsto dalla legislazione.
Il documentario non va alla ricerca di una verità su un tema così controverso né si presta a giudizi di parte sull’argomento: non mancano riferimenti e confronti con i numerosi movimenti contrari alle pratiche di Death with Dignity (soprattutto in relazione al dibattito generato dal referendum popolare nello Stato di Washington) né critiche a un sistema sanitario nazionale che in alcuni casi nega la copertura economica di ulteriori cure per il malato ritenute superflue e che offre come soluzione alternativa la morte medicalmente assistita. Peccato però che How to die in Oregon scelga di non perseguire la strada dell’analisi socio-politica del tema, limitandola allo sfondo della sua inchiesta: Peter Richardson infatti predilige un approccio fortemente emotivo, che scava nel privato e nel dolore delle famiglie coinvolte. Se da un lato l’operazione del documentario è apprezzabile perché evidenzia la difficoltà di una scelta così radicale (non si tratta affatto di una scorciatoia e lo stesso termine suicidio non pare così appropriato), dando voce alla disperazione e alla speranza dei malati e dei loro parenti, dall’altro finisce per entrare troppo in profondità nell’intimità dei protagonisti: commovente e straziante, il film è un viaggio umanissimo fra la vita e la morte, che non cerca la spettacolarizzazione della sofferenza ma che nella sua schiettezza finisce per diventare quasi imbarazzante, tanto è il grado di penetrazione nella sfera personale dei pazienti. La spontanea irruenza del cinema di Richardson quindi pare talvolta eccessivamente intrusiva ma è chiaro che questi non voglia dare corpo a un’operazione voyeuristica e che le caratteristiche più estreme del progetto siano solo il mezzo attraverso il quale il regista sceglie di tratteggiare il ritratto di persone reali, con le loro debolezze e i propri slanci di forza ed entusiasmo.
La morte assistita, il concetto di dignità della vita e la possibilità di scegliere il proprio destino meritano di essere al centro del dibattito culturale dei nostri tempi, e documenti e testimonianze come quelli raccolti da How to die in Oregon rappresentano un buon punto di partenza per il profondo lavoro di informazione e di educazione al rispetto che sta alla base della convivenza civile in una società moderna. Nello stesso Festival che un anno fa premiò con il Marco Aurelio d’Oro Kill Me Please (che affrontava con grottesco humor nero il suicidio assistito in una clinica belga), la ricca selezione di Extra – L’Altro Cinema propone un documentario senz’altro imperfetto, che paga con coraggio il prezzo di chi si confronta con una tematica così complessa e delicata: resta però un inno alla vita nella sua accezione più umana, quella che mette l’individuo al centro di ogni scelta e che fa del libero arbitrio la sua massima espressione.
Info
Il trailer di How to Die in Oregon.
- Genere: documentario
- Titolo originale: How to Die in Oregon
- Paese/Anno: USA | 2011
- Regia: Peter Richardson
- Sceneggiatura: Peter Richardson
- Fotografia: Peter Richardson
- Montaggio: Greg Snider, Peter Richardson
- Interpreti: Adelle Remz, Cody Curtis, Dave Sheckler, Donna Depee, Elaine Gallegos, Gene Mauldin, Ginny Foster, Glenn Elfman, Gordon Green, Harry Bruton, Jill Curtis, Linda Darley, Nancy Niedzielski, Paul Darley, Peter Scott, Randy Niedzielski, Randy Stroup, Ray Carnay, Roger Sanger, Shirley Lang, Stan Curtis, Thomas T. Curtis
- Colonna sonora: Max Richter
- Produzione: HBO Documentary Films
- Durata: 107'




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