Warrior

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In Warrior di Gavin O’Connor si assiste a uno spettacolo sicuramente godibile ma frastornato, piuttosto indeciso sulla direzione da imboccare, con qualche scivolone di troppo nel cattivo gusto.

Fratelli in gabbia

Il figlio più giovane di un ex pugile alcolizzato torna inaspettatamente a casa, per farsi allenare dal padre e partecipare a un torneo di MMA (Mixed Martial Arts): in palio un grosso premio in denaro. Senza saperlo si troverà a sfidare il fratello maggiore, anche lui disperatamente bisognoso di soldi per la sua famiglia… [sinossi]

Nella storia del cinema statunitense la storia su cui poggia tutto il proprio peso Warrior è stata già raccontata centinaia di volte: il riscatto morale, sociale, persino politico passa attraverso l’agone sportivo, la sfida contro un nemico magari più forte, meglio equipaggiato, dato inevitabilmente per favorito. Il cinema sportivo a stelle e strisce ha mostrato le gesta del pugile italo-americano Rocky Balboa, i disperati tentativi di comprendere il senso del termine “gioco di squadra” degli Orsi capitanati da Walter Matthau (e da Billy Bob Thornton nel remake del 2005), il miracolo sotto canestro della piccola compagine liceale di basket condotta per mano dal saggio – e ça va sans dire in cerca di riscatto – coach Gene Hackman, solo per citare alcuni degli esempi più celebri e conosciuti. C’è sempre un demone interiore a guidare la furia che spinge i protagonisti di queste vicende oltre l’ostacolo, mettendosi in gioco senza risparmiarsi, in una poetica che ha trovato forme e riletture anche al di fuori dei cinquantadue stati, come dimostrano casi quali Momenti di gloria di Hugh Hudson o l’emozionante Gachi Boy – Wrestling with a Memory di Nohiro Koizumi.

Tutti elementi che fanno la loro comparsa immancabilmente anche in Warrior, quinto lungometraggio per il cinema diretto da Gavin O’Connor, a tre anni di distanza dall’ultimo e apprezzato Pride and Glory, del quale riprende alcune delle tematiche, come quella del rapporto conflittuale e irrisolto con la figura paterna. Il padre dei fratelli Brendan e Tommy Conlon (interpretati rispettivamente dai volitivi e convincenti Joel Edgerton e Tom Hardy) è oramai alcolizzato, e i tempi in cui allenava il piccolo Tommy si perdono nelle brume della memoria: il suo riscatto riguarda non solo il raggiungimento del successo sul ring, ma anche e soprattutto la possibilità di sconfiggere una volta per tutte il vizio di bere fino a stordirsi. Tommy, che fu un campione assoluto a livello giovanile, non ha più combattuto dopo il divorzio dei genitori, odia il padre e il fratello maggiore e nasconde un segreto relativo alla sua permanenza tra i marines in Iraq; Brendan, infine, mediocre lottatore durante l’adolescenza, ha abbandonato la lotta per guadagnarsi da vivere come insegnante di fisica, ma il tracollo finanziario che ha colpito la sua famiglia, composta da moglie e figli. L’occasione per prendere in mano le rispettive vite i tre uomini l’avranno durante il torneo di lotta di Arti Marziali Miste “Sparta”, con in palio la bellezza di cinque milioni di dollari… come già accennato in precedenza, non c’è nulla di particolarmente originale nello script di Warrior, se non l’esigenza di moltiplicare in modo esponenziale il numero di personaggi desiderosi di riabilitare il proprio nome. Ed è proprio qui che sorge il problema più grande dell’intero impianto narrativo architettato dallo stesso O’Connor insieme a Anthony Tambakis e Cliff Dorfman: se l’anziano Paddy, grazie anche alla straordinaria interpretazione di Nick Nolte, sprigiona una non indifferente carica di umanità e il forastico Tommy deve chiudere un a volta per tutte i conti col passato, non si riesce francamente a mettere a fuoco il senso di un personaggio come quello di Brendan, tra l’altro vero e proprio protagonista della pellicola. Quest’uomo mite e colto, infatti, decide di tornare a confrontarsi nella gabbia di fronte a migliaia di spettatori con l’unico scopo non tanto di evitare la bancarotta, ma di non perdere la villa in cui vive con la famiglia: quando la consorte gli prospetta l’ipotesi di trasferirsi in un appartamento, vi si oppone con forza. Il suo è solo, a ben vedere, un capriccio borghese, la rincorsa di un benessere economico che rappresenta l’unico modo per Brendan Conlon di trovare una propria posizione nello scacchiere sociale: una motivazione non solo assai meno forte di quella del fratello, ma anche discutibile da un punto di vista strettamente morale. L’american dream condotto sull’orlo della bancarotta dalla crisi economica deve essere protetto e salvaguardato a ogni costo, anche rischiando di venire schiantati sul ring, perché è un valore irrinunciabile dell’ideologia wasp.

Una caduta di stile davvero fragorosa, che viene solo parzialmente compensata da una messa in scena accurata dei combattimenti, sequenze nelle quali Gavin O’Connor dà il meglio di sé. Per il resto si assiste a uno spettacolo sicuramente godibile ma frastornato, piuttosto indeciso sulla direzione da imboccare: e se l’incipit sembra preludere a una narrazione ariosa, in realtà molti degli snodi principali vengono parzialmente sprecati, come dimostra la ricomposizione del rapporto tra i due fratelli l’uno contro l’altro armato. Segni inequivocabili di un cinema industriale, che non rinuncia al bello stile ma dimentica di quando in quando il contenuto altrove. Peccato.

Info
Il trailer italiano di Warrior.
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