Paradiso amaro

Paradiso amaro

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In bilico tra dramma e commedia, Paradiso amaro ragiona sulle cose che restano, nonostante i traumatici cambiamenti e gli addii improvvisi: un film sui rapporti familiari, sulla routine di tutti i giorni che allontana le persone, anche quelle più care e vicine.

Kamakawiwo’ole

Matt King, discendente dei reali hawaiani e indeciso sulla vendita di una spiaggia tropicale di inestimabile valore, è sempre attorniato da parenti e amici interessati alle sorti del suo patrimonio. Quando la moglie entra in coma a causa di un incidente in barca, si trova solo con le due figlie adolescenti, Alexandra e Scottie, a confrontarsi col suo passato di padre assente. A questa situazione difficile si aggiunge anche la scoperta del tradimento della moglie, che lo porterà a compiere un viaggio insieme alle figlie alla ricerca dell’amante della donna… [sinossi]
The colors of the rainbow so pretty in the sky
Are also on the faces of people passing by
I see friends shaking hands
Saying, “How do you do?”
They’re really saying, I… I love you
Somewhere Over The Rainbow – Israel Kamakawiwo’ole

Le suadenti note della colonna sonora di Paradiso amaro – The Descendants, curata da Dondi Bastone, accompagnano le tragiche disavventure familiari di Matt King, cullando personaggi e spettatori: una scelta stilistica, ribadita da una serie di riuscite gag e dalla sottile ironia che pervade la pellicola, che esclude qualsiasi eccesso melodrammatico. L’incidente in motoscafo della moglie e il coma, le difficoltà con le figlie Alexandra e Scottie e le spinose questioni economiche ed ereditarie sono vissute e raccontate in una dimensione sospesa, ovattata, riflessiva. Brani tradizionali come Wai O Ke Aniani e Hi’ilawe, nelle varie versioni di Sonny Chillingworth, Gabby Pahinui e Ernest Tavares, alternate a Hapuna Sunset, Nani Wai’Ale’Ale o Deep in an Ancient Hawaiian Forest, permettono inoltre a Payne di non distogliere mai l’attenzione dalla particolare location e dalla forza magnetica delle isole hawaiane.

Le intenzioni del cineasta statunitense appaiono chiare – “Il romanzo mi ha colpito perché racconta una storia ricca di emozioni ambientata in un luogo esotico; una vicenda che forse poteva essere raccontata ovunque, ma che diventa unica proprio perché ambientata alle Hawaii. È fortemente radicata nel luogo in cui si svolge, ma allo stesso tempo i suoi temi sono universali” – ed è più che apprezzabile la capacità di saper raccontare un luogo altro attraverso paesaggi e canzoni, nonostante la sceneggiatura sia inevitabilmente focalizzata sulle vicende umane. Uno dei punti di forza del nuovo lungometraggio di Alexander Payne, tornato alla regia sette anni dopo il successo di pubblico e di critica di Sideways – In viaggio con Jack [1], è proprio il cinquantesimo stato degli Stati Uniti, filtrato attraverso lo sguardo di King/George Clooney. Senza adagiarsi su scontati tramonti o abbacinanti paesaggi, Payne cerca di raccontare le Hawaii componendo sullo sfondo un puzzle di personaggi, luoghi, abitudini, storie: il caos cittadino e le spiagge, il mare e le autostrade, i piccoli locali e gli immensi possedimenti di King e dei suoi pareti, gli indigeni di antico ceppo polinesiano e i bianchi caucasici. Il rischio di rappresentare le Hawaii come un paradiso, concetto peraltro sottolineato nell’incipit dalla voce narrante del protagonista, è fortunatamente scampato.

Paradiso amaro, in bilico tra dramma e commedia, ragiona sulle cose che restano, nonostante i traumatici cambiamenti e gli addii improvvisi: un film sui rapporti familiari, sulla routine di tutti i giorni che allontana le persone, anche quelle più care e vicine. Tratto dal romanzo Eredi di un mondo sbagliato di Kaui Hart Hemmings, il lungometraggio di Payne è indubbiamente impreziosito dalla performance di Clooney, visibilmente a proprio agio nei panni di un personaggio che riprende via via coscienza di sé, delle proprie radici, dei doveri e dei legami affettivi. Arriverà un premio?

Payne mette in scena un’umanità ferita e un po’ smarrita, dei personaggi veri nonostante qualche inevitabile cliché indie, e può ancora una volta contare su un cast talentuoso: oltre al suddetto Clooney, vale la pena sottolineare la buona prova della giovane e assai graziosa Shailene Woodley (Alexandra King), oltre ai piccoli ma decisivi ruoli di Matthew Lillard (Brian Speer) e Judy Greer (Julie Speer). Fugace l’apparizione, nel ruolo del cugino Hugh, di Beau Bridges, attore che vorremmo ammirare più spesso.

Note
1. Il film, assai gradevole ma sopravvalutato, fece incetta di nomination e di premi. Citiamo quantomeno l’Oscar per la migliore sceneggiatura non originale (Payne) e le nomination per Thomas Haden Church (attore non protagonista), Virginia Madsen (attrice non protagonista), regia e miglior film.
Info
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