Elegia della fuga – Dedicato a…

Elegia della fuga – Dedicato a…

Il cinema di Aki Kaurismäki, pur così riconoscibile e dotato di un immaginario difficile da confondere con altro, non nasce certo dal nulla. Quali sono i riferimenti culturali – cinematografici, certo, ma non solo – del regista finlandese? E in che modo questa comunione d’amorosi sensi prende corpo sullo schermo?

“Agli spettri di Baudelaire, Michaux e Prévert che si aggirano ancora su questa terra.
Didascalia all’inizio di Calamari Union.

Tra gli innumerevoli “comandamenti per cinefili” elaborati nel corso della sua carriera da Jean-Luc Godard ce n’è uno che, in questo momento, sembra particolarmente adatto da rispolverare: è il Che fare? del 1966.

Che fare allora visto che non so fare film semplici e logici come Roberto, umili e cinici come Bresson, austeri e comici come Jerry Lewis, lucidi e calmi come Hawks, rigorosi e teneri come François, duri e lamentosi come i due Jacques, coraggiosi e sinceri come Resnais, pessimisti e americani come Fuller, romanzeschi e italiani come Bertolucci, polacchi e disperati come Skolimowski, comunisti e folli come M.me Dovzenko? Sì, che fare?

Che fare, dunque: ignoriamo quando Aki Kaurismäki si pose a sua volta la fatidica domanda (quesito che solitamente coglie esclusivamente coloro che hanno già deciso di fare qualcosa di diverso da ciò che hanno davanti agli occhi), ma è legittimo immaginare quali siano stati i suoi (cattivi) maestri. In un’intervista di Peter Von Bagh, Kaurismäki risponde così alla domanda su cosa vedesse al cinema durante la sua infanzia a Orimattila: “C’era una vecchia sala nel centro della città ed erano ovviamente i nostri genitori ad accompagnarci. La programmazione era tipica per l’epoca: i film di Pekka & Pätkä, ma anche quelli di Laurel & Hardy e a volte i cortometraggi di Charlot. A Lahti, avevo già cominciato ad andare al cinema tutto solo, Fantasia di Disney, su grande schermo, è tuttora un ricordo memorabile.”
Al di là della memoria indelebile del film musicale di Walt Disney, è interessante notare come fin dalla più tenera età ci sia stato un contatto tra Kaurismäki e le vecchie comiche di una volta. Il cinema di Stanlio e Ollio, ma come già accennato in precedenza soprattutto quello di Chaplin (e si può aggiungere volentieri a questa lista anche il nome di Buster Keaton) è senz’ombra di dubbio uno dei punti di forza su cui fa leva l’idea di grottesco all’interno della poetica dell’autore. Il cinema dei silenzi, dei vuoti e dei derelitti di Kaurismäki è forse quello che più di tutti, nel panorama internazionale contemporaneo, si avvicina al dono della sintesi e della concretezza proprio dell’epoca del muto, e questo era palese ben prima che fosse messa in cantiera l’avventura di Juha. E proprio Juha, amorevole dedica alla storia del cinema finlandese, permette di comprendere il senso che Kaurismäki dà al termine omaggio: così come dedica Calamari Union, opera utopistica, libera, estremamente lirica a Baudelaire, Michaux e Prévert, conscacra Ho affittato un killer all’altare di Michael Powell (c’è molto del suo cinema anche dietro la sinossi de L’uomo senza passato, probabilmente), compie sulla stessa opera un lavoro di fotografia che non può non far pensare alla Londa di Alexander Mackendrick e Henry Cass e costruisce in modo tale la messa in scena della Parigi di Vita da Bohème da rendere fin troppo palese il gioco di rimandi con Jacques Becker e Marcel Carné (così come la sua Le Havre sembra immortalata da Marcel Pagnol).

In parole povere, un autore estremamente cinefilo che non fa nulla per nascondersi, ma al tempo stesso non si abbandona ad alcun divertissement puramente citazionista: in Kaurismäki, se esiste una citazione, è sempre riferita all’interno stesso del suo cinema. Nei suoi diciassette lungometraggi è facile ritrovare la stessa inquadratura, la medesima situazione, lo stesso scambio di sguardi, lo stesso uso della macchina da presa; ma è sempre un’autoproclamazione atta a ribadire un concetto, poetico o estetico che sia. Non soffre di cinefagia Kaurismäki, per quanto sia uno scrupoloso osservatore del panorama internazionale (anche lui, come molti colleghi della sua generazione e di quella appena precedente, mosse i primi passi nella critica cinematografica, collaborando con la rivista Filmihullu), nonché un appassionato storico.
Il suo amore per la settima arte poté godere di ampia libertà espressiva proprio al già citato Festival di Locarno 2006, dove gli organizzatori della retrospettiva gli permisero di scegliere ben ventidue film adatti, a suo modo di vedere, per comprendere con una precisione ancora maggiore il suo cinema. La “Carte blanche” rese così possibile, accanto a opere che era fin troppo facile prevedere (lo straordinario A Matter of Life and Death dell’immancabile Michael Powell e di Emeric Pressburger), la scoperta di celebri gemme che nascondono veri e propri concentrati di poetica kaurismäkiana: l’elogio dei derelitti (Broken Blossoms or the Yellow Man and the Girl di David W. Griffith, Au hasard Balthazar di Robert Bresson), l’apologia del grottesco (lo spassoso The Fatal Glass of Beer, cortometraggio diretto da Clyde Bruckman e interpretato da W. C. Fields), lo studio scarno ed essenziale della società (Umberto D. di Vittorio De Sica, Rosetta dei fratelli Dardenne) e delle difficoltà a relazionarsi tra gli esseri umani (Viaggio a Tokyo di Yasujirō Ozu), l’inno al ribellismo anarcoide (Zero in condotta di Jean Vigo), il melodramma pulsante e “totale” (Written on the Wind di Douglas Sirk), la messa in scena di un microcosmo poetico ancor prima che sociale (Angèle di Marcel Pagnol).

Ma a dire il vero sono state due, in particolare, le opere che hanno sorpreso, non per la loro qualità, riconosciuta da tempo, ma più che altro per la loro stretta aderenza con il cinema di Kaurismäki. Non avevamo mai avuto l’occasione di rendercene conto, non potendoli mettere in relazione diretta con il cinema del regista finnico, ma Bab El-Hadid di Youssef Chahine e sopratutto Angst Essen Seele Auf / La paura mangia l’anima di Rainer Werner Fassbinder sono due film che avrebbe potuto e voluto firmare senza alcun problema Kaurismäki. Mentre nel resto delle opere citate (ma anche in altre, si veda Las Hurdes – Tierra sin pan di Luis Buñuel o La corazzata Potemkin di Sergej Ejzenštein) ciò che si palesa davanti agli occhi è uno spirito comune che le lega al corpus cinematografico dell’autore, magari anche solo per determinati dettagli apparentemente insignificanti – come non si può vedere nel cagnolino Flick che accompagna Umberto Domenico Ferrari nel suo viaggio nell’inferno della realtà il riflesso della famigliola di cani utilizzata da Kaurismäki in Vita da Bohème, Juha&lt, Le luci della sera e Miracolo a Le Havre? -, in Bab El-Hadid e La paura mangia l’anima si vede in filigrana il tocco dell’uomo di Orimattila. Da una parte la rappresentazione dell’amore come follia, unico retaggio umano ancora concesso a chi vive ai margini della società (non casuale la scelta della stazione centrale, microcosmo a sua volta, dove coloro che sono costretti a viverci ne gestiscono le regole e la morale), dall’altro un inno antirazzista che diventa paradossale scavo dei sentimenti umani, in una serie di interni vuoti, scarni, essenziali, dove la musica e l’amore vanno di pari passo. Non stupisce che Kaurismäki li abbia inseriti nel lotto delle opere da selezionare, vista anche la leggerezza del tocco che Chahine e Fassbinder esibiscono.

Speciale Kaurismäki

Elegia della fuga – Il cinema di Aki Kaurismäki
Un viaggio nel cinema di Aki Kaurismäki, tra alienati e band stralunate, luci della sera e nuvole in movimento, miracoli e sogni di fughe impossibili nell’est sovietico. Nel tentativo di penetrare la corazza di un autore fondamentale per il cinema europeo dell’ultimo trentennio.

 

Gli alien(at)i sono tra noi
I protagonisti dei film di Aki Kaurismäki, alla ricerca di un posto in cui (soprav)vivere, sono perdenti e proletari, eroi del nuovo mondo, chiusi come tutti nella prigione della società. Ma loro, per lo meno, consapevolmente.

 

Elegia della fuga
Il tema della fuga acquista fin dagli esordi una centralità assoluta all’interno della poetica di Aki Kaurismäki. Dai Franck alla ricerca dell’eldorado in Calamari Union fino ai Leningrad Cowboys che vanno e tornano dalla terra dei sogni.

 

Tra New York e Mosca
Aki Kaurismäki, nel corso della sua filmografia, ha spesso messa in scena, contrapponendoli, il mito americano e quello sovietico, tra ipotesi di fughe verso est e il fascino degli oggetti prodotti nella patria del Capitale.

 

Leningrad Cowboys Meet Kaurismäki
Il momento cruciale dell’intera carriera di Aki Kaurismäki con ogni probabilità è rappresentato dall’incontro con i Leningrad Cowboys, autoproclamatisi come la peggiore band del pianeta, persa tra standard statunitensi e cori russi.

 

Rock the Tundra
Il rock, nel cinema di Aki Kaurismäki, si muove sottopelle, attraversando l’intera filmografia del regista finlandese e penetrando in profondità, là dove è difficile fermarsi davvero ad ascoltare. Un percorso amoroso e vitale, cultrale, politico.

 

Matti e i suoi fratelli
Aki Kaurismäki non è “solo” un grande autore del cinema europeo contemporaneo; nel corso della sua carriera ha avuto la capacità di costruire attorno a sé una factory o, meglio, una famiglia in grado di seguirlo di set in set, senza abbandonarlo mai.

 

Dedicato a…
Il cinema di Aki Kaurismäki, pur così riconoscibile e dotato di un immaginario difficile da confondere con altro, non nasce certo dal nulla. Quali sono i riferimenti culturali – cinematografici, certo, ma non solo – del regista finlandese? E in che modo questa comunione d’amorosi sensi prende corpo sullo schermo?

 

Kaurismäki/Jarmusch: come in uno specchio
Tra Orimattila e Akron, nell’Ohio, corre una distanza di quasi settemila chilometri. Una distanza completamente annullata dall’esperienza autoriale di Kaurismäki e di Jim Jarmusch, che sembrano protesi in un infinito dialogo a distanza tra pellicole.

 

Per un cinema europeo
Cos’è l’Europa per Aki Kaurismäki? Quale volto e ruolo assume il Vecchio Continente nelle pieghe del cinema del regista finlandese? E in prospettiva quali sono le utopie, se esistono ancora, rintracciabili nel suo sguardo prospettico?

 

La fine (?)
In quale direzione si muoverà d’ora in avanti il cinema di Aki Kaurismäki? Quale storie lo interesseranno maggiormente, e perché? Anche l’incontro con uno dei più importanti autori europei degli ultimi decenni volge al termine…

 

Info
Una sequenza de La paura mangia l’anima.
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