Elegia della fuga – Kaurismäki/Jarmusch: come in uno specchio

Elegia della fuga – Kaurismäki/Jarmusch: come in uno specchio

Tra Orimattila e Akron, nell’Ohio, corre una distanza di quasi settemila chilometri. Una distanza completamente annullata dall’esperienza autoriale di Kaurismäki e di Jim Jarmusch, che sembrano protesi in un infinito dialogo a distanza tra pellicole.

All’interno della lunga intervista di Peter von Bagh che attraversa l’intero volume dedicato al cineasta finlandese, si incappa in questo passaggio: “Aveva inserito in programma (il cineclub Edvin di Kouvola, N.d.A.) Nanouk l’eschimese (1922) di Robert J. Flaherty e L’Âge d’or (1930) di Luis Buñuel, in un doppio spettacolo dal quale non mi sono mai rimesso. La settimana successiva, quando passarono La Maman et la Putain (1973) di Jean Eustache, uscii all’intervallo perché credevo in un mio delirio personale che questo eccezionale film fosse già finito”.
Poco più che adolescente Kaurismäki fa dunque l’incontro con il capolavoro di Jean Eustache, opera criminosamente misconosciuta in Italia ma che segnò in maniera indelebile un intero approccio cinematografico, anche e soprattutto dall’altra parte dell’oceano (si veda la citazione che gli dedica Noah Baumbach nel suo ottimo Il calamaro e la balena). Ed è a New York che, più o meno negli stessi anni in cui Kaurismäki svolgeva il ruolo sedentario ma gratificante di topo da cineclub, un giovane proveniente da Akron nell’Ohio si innamora a prima vista – è proprio il caso di dirlo – de La Maman et la Putain. Se non fossimo impegnati in una dissertazione critica ma stessimo semplicemente organizzando la redazione di un saggio sulla filosofia New Age probabilmente etichetteremmo Kaurismäki e Jim Jarmusch come “fratelli d’anima”.

Quali che siano le motivazioni che possono spingere due persone sconosciute, con un background culturale del tutto diverso, una lingua madre diversa, una vita diversa, a elaborare un’etica e un’estetica così simile è un mistero che non preoccupa far rimanere tale. Quel che è certo è che il rapporto di relazione tra il cinema di Kaurismäki e quello del regista di Dead Man è un esempio a suo modo unico nella contermpoaneità. L’esordio di Kaurismäki, come si è visto, risale al 1981, Permanent Vacation è di un anno precedente; gli elogi alla fuga Stranger Than Paradise e Down By Law sono pressoché coevi a Calamari Union e Ombre in paradiso. E così discorrendo. In pratica, i due registi hanno portato avanti un percorso cinematografico basato sulle stesse istanze etiche e narratologiche. Entrambi hanno vissuto il mito americano come qualcosa di diverso e distante dalle luci a intermittenza di Hollywood, ed entrambi hanno preferito ragionare da vicino, quasi con la lente d’ingrandimento, sull’esistenza ai margini di una società fagocitatrice. Certo, il loro stile non collima in tutto e per tutto (Jarmusch non ha mai usato alcune delle lenti preferite di Kaurismäki, e il regista finlandese non si è mai interessato all’uso del cambio di fuoco e delle carrellate che rende il collega statunitense celebre in mezzo mondo), ma sarebbe anche folle pretendere il contrario.

Anche senza soffermarsi sugli esordi è altresì estremamente interessante cercare di comprendere come si sono evolute le rispettive carriere dopo che i due registi hanno fatto conoscenza l’uno dell’altro. Le prime foto che Jarmusch ha scattato a Kaurismäki, immortalandone per sempre lo sguardo sornione e severo, risalgono al 1987. Kaurismäki ha appena finito di lavorare a Amleto si mette in affari e ha da poco battezzato i Leningrad Cowboys, Jarmusch sta elaborando il secondo capitolo di quei cortometraggi che andranno, nel 2003, a comporre Coffee and Cigarettes (nello specifico, l’episodio che vede protagonisti Joie e Cinqué Lee e Steve Buscemi) e contemporaneamente sta lavorando alla sceneggiatura di Mystery Train. Sono entrambi, per motivi diversi, giunti a un punto di svolta: da un lato si sta iniziando a ragionare sul senso della messa in scena frammentata che esploderà – come si vedrà a breve – con Night on Earth, dall’altro si sta preparando l’assalto alla Mecca/USA che vedrà scorrazzare in giro per gli Stati Uniti la folle e grottesca band dei Leningrad Cowboys. E proprio nel primo capitolo della saga che ha per protagonista la sdrucita band proto-rock è possible assistere a un cameo di Jim Jarmusch: è lui a vendere a Matti Pellonpää/Vladimir e ai suoi assistiti l’automobile destinata a trasformarsi ben presto nella loro seconda casa. Non è in realtà questo l’esordio di Jarmusch attore diretto da un Kaurismäki: nel 1987 il regista principe della New Wave newyorkese aveva prestato il suo volto al fratello Mika per le riprese di Helsinki Napoli All Night Long, altro picaresco viaggio che aveva per protagonisti interpreti classici delle produzioni Sputnik (Kari Väänänen, Sakari Kuosmanen), glorie nostrane (Nino Manfredi, ma anche Remo Remotti in una comparsata), attrici che verranno riprese da Aki (Margi Clarke), amici americani (Samuel Fuller) e chi più ne ha più ne metta.

Tornando a dove si era interrotto il discorso: Jarmusch si mette dunque davanti alla macchina da presa in Leningrad Cowboys Go America e per ricambiare il favore inserisce Helsinki tra le città visitate dal suo Night on Earth. Sarà un caso, ma è proprio l’episodio ambientato in Finlandia che ha per protagonista Matti Pellonpää, Kari Väänänen e Sakari Kuosmanen (ma anche e soprattutto quel Klaus Heydemann che sarà produttore di Vita da Bohème e Nuvole in viaggio) a risultare il migliore del lotto. La Helsinki attraversata in taxi è una città abitata da disperati, persone ai margini che non possono inserirsi in una società che non li considera, evitandoli, mettendoli praticamente al bando. In poco più di venti minuti Jarmusch fa al suo collega il più grande degli omaggi, mettendo in scena una città a lui sconosciuta solo attraverso la memoria cinefila delle opere di Kaurismäki. Il suo cinema si può respirare qui a pieni polmoni, molto meglio che negli innumerevoli casi di esordienti che hanno deciso di ripercorrerne le tracce (si veda il belga Aaltra di Gustav de Kervern e Benoît Delépine), estrema proclamazione di quella unità di vedute che lega in maniera indissolubile due dei registi più fieramente indipendenti – nel reale senso etimologico del termine – del panorama attuale.
I due si troveranno a recitare insieme, in un cameo, in Iron Horsemen del francese Gilles Charmant, ma continueranno a citarsi (in)volontariamente in ogni occasione possibile: per esempio la canoa che trasporta Johnny Depp verso l’immensità dell’oceano nello straordinario delirio finale di Dead Man altro non è che la versione tragica e spirituale delle fughe impossibili che caratterizzano i finali dei primi film di Kaurismäki.
Broken Flowers, splendido film diretto da Jarmusch nel 2005, è dedicato alla memoria di Jean Eustache… Il cerchio si chiude?

Speciale Kaurismäki

Elegia della fuga – Il cinema di Aki Kaurismäki
Un viaggio nel cinema di Aki Kaurismäki, tra alienati e band stralunate, luci della sera e nuvole in movimento, miracoli e sogni di fughe impossibili nell’est sovietico. Nel tentativo di penetrare la corazza di un autore fondamentale per il cinema europeo dell’ultimo trentennio.

 

Gli alien(at)i sono tra noi
I protagonisti dei film di Aki Kaurismäki, alla ricerca di un posto in cui (soprav)vivere, sono perdenti e proletari, eroi del nuovo mondo, chiusi come tutti nella prigione della società. Ma loro, per lo meno, consapevolmente.

 

Elegia della fuga
Il tema della fuga acquista fin dagli esordi una centralità assoluta all’interno della poetica di Aki Kaurismäki. Dai Franck alla ricerca dell’eldorado in Calamari Union fino ai Leningrad Cowboys che vanno e tornano dalla terra dei sogni.

 

Tra New York e Mosca
Aki Kaurismäki, nel corso della sua filmografia, ha spesso messa in scena, contrapponendoli, il mito americano e quello sovietico, tra ipotesi di fughe verso est e il fascino degli oggetti prodotti nella patria del Capitale.

 

Leningrad Cowboys Meet Kaurismäki
Il momento cruciale dell’intera carriera di Aki Kaurismäki con ogni probabilità è rappresentato dall’incontro con i Leningrad Cowboys, autoproclamatisi come la peggiore band del pianeta, persa tra standard statunitensi e cori russi.

 

Rock the Tundra
Il rock, nel cinema di Aki Kaurismäki, si muove sottopelle, attraversando l’intera filmografia del regista finlandese e penetrando in profondità, là dove è difficile fermarsi davvero ad ascoltare. Un percorso amoroso e vitale, cultrale, politico.

 

Matti e i suoi fratelli
Aki Kaurismäki non è “solo” un grande autore del cinema europeo contemporaneo; nel corso della sua carriera ha avuto la capacità di costruire attorno a sé una factory o, meglio, una famiglia in grado di seguirlo di set in set, senza abbandonarlo mai.

 

Dedicato a…
Il cinema di Aki Kaurismäki, pur così riconoscibile e dotato di un immaginario difficile da confondere con altro, non nasce certo dal nulla. Quali sono i riferimenti culturali – cinematografici, certo, ma non solo – del regista finlandese? E in che modo questa comunione d’amorosi sensi prende corpo sullo schermo?

 

Kaurismäki/Jarmusch: come in uno specchio
Tra Orimattila e Akron, nell’Ohio, corre una distanza di quasi settemila chilometri. Una distanza completamente annullata dall’esperienza autoriale di Kaurismäki e di Jim Jarmusch, che sembrano protesi in un infinito dialogo a distanza tra pellicole.

 

Per un cinema europeo
Cos’è l’Europa per Aki Kaurismäki? Quale volto e ruolo assume il Vecchio Continente nelle pieghe del cinema del regista finlandese? E in prospettiva quali sono le utopie, se esistono ancora, rintracciabili nel suo sguardo prospettico?

 

La fine (?)
In quale direzione si muoverà d’ora in avanti il cinema di Aki Kaurismäki? Quale storie lo interesseranno maggiormente, e perché? Anche l’incontro con uno dei più importanti autori europei degli ultimi decenni volge al termine…

 

Info
La sequenza finlandese di Night on Earth di Jim Jarmusch.
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