Elegia della fuga – L’elegia della fuga

Elegia della fuga – L’elegia della fuga

Il tema della fuga acquista fin dagli esordi una centralità assoluta all’interno della poetica di Aki Kaurismäki. Dai Franck alla ricerca dell’eldorado in Calamari Union fino ai Leningrad Cowboys che vanno e tornano dalla terra dei sogni, i protagonisti dei suoi film sono sempre alla ricerca di un’evasione, spesso impossibile.

Sulla scia dei personaggi di vagabondi tanto cari a Chaplin, il protagonista del mio film vaga in cerca di un piccolo posto al sole.
Aki Kaurismäki (parlando di Le luci della sera)

Nei film di Aki Kaurismäki c’è sempre qualcuno che sta, consapevolmente o meno, fuggendo da qualcosa. La storia del cinema è colma fino all’orlo di elogi alla fuga, apologie dello smarrimento, ma il vero e proprio panegirico dell’evasione e dello sbandamento che attraversa, con precisione chirurgica, l’intera produzione dell’autore di Calamari Union, ha in sé qualcosa di unico e di profondamente personale.
Iniziamo con il passare in rassegna la sua intera produzione di lungometraggi di finzione:

1. Delitto e castigo: il personaggio di Antti Rahikainen, dopo essersi macchiato dell’omicidio, progetta la fuga via mare. La fuga non avverrà mai.
2. Calamari Union: l’intero gruppo dei Franck vaga senza meta per Helsinki alla ricerca dell’ipotetico eldorado Eira, quartiere borghese in riva al mare. Solo due Franck riusciranno nell’impresa, ma scoperta una triste realtà decideranno di fuggire su una barca a remi verso Tallinn.
3. Ombre nel Paradiso: Nikander e Ilona, per iniziare una nuova vita insieme, decidono di fuggire dalla Finlandia imbarcandosi su una nave da crociera sovietica diretta a Tallinn.
4. Amleto si mette in affari: nel suo ruolo di trasposizione di un testo preesistente (tra l’altro celebre come l’Amleto shakesperiano), Amleto si mette in affari non presenta in scena elementi che rimandano direttamente alla fuga. È però fin troppo ovvio il desiderio metaforico di fuga di un uomo ingabbiato in un ruolo che non può e non vuole ricoprire.
5. Ariel: Kasurinen e Irmeli, dopo la morte di Mikonen, fuggono a bordo del cargo che dà il titolo al film.
6. Leningrad Cowboys Go America: è impossibile non leggere, nel progressivo avvicinarsi della band al confine con il Messico, una fuga (in)conscia (dall’insuccesso della tournée per quanto riguarda il testo cinematografico, dalle allettanti sirene di Hollywood per quanto concerne invece la carriera stessa di Kaurismäki).
7. La fiammiferaia: tutto ciò che sogna Iris è riuscire a fuggire dalla propria vita, dal lavoro e dalla famiglia. La fuga non si concretizzerà.
8. Ho affittato un killer: nella sua prima produzione internazionale Kaurismäki pone lo spettatore davanti a una doppia fuga. Dapprima si assiste al desiderio di fuga dalla vita di Henri e quindi, paradossalmente, alla fuga da chi quella vita gliela vuole togliere.
9. Vita da Bohème: ancora una volta è la derivazione letteraria (nello specifico dal romanzo Scenes de la vie de Bohème di Henri Murger) a impedire una classificazione immediata dell’opera all’interno della poetica del regista. Vale, come principio, lo stesso discorso affrontato per Amleto si mette in affari.
10. Tatjana: nella sua peculiarità di road movie, per quanto sui generis, Tatjana è di per sé l’elogio di una fuga che ha per destinazione – più casuale che altro – la solita Estonia.
11. Leningrad Cowboys Meet Moses: l’ultima avventura della scalcinata rock band Leningrad Cowboys si architetta, picarescamente, su un continuo succedersi di fughe e ritorni, di cui sono protagonisti a turno tutti i personaggi di questo “ritorno a casa” che ha in sé il frastuono dell’instabilità e la malinconia della perdita.
12. Nuvole in viaggio: in Nuvole in viaggio, sguardo stranamente ottimista sulla capacità dell’uomo di dominare le avversità e volgerle a proprio favore, la fuga non può esistere.
13. Juha: Marja, affascinata dai modi “urbani” di Shemeikka, fugge da Juha nella speranza di trovare un mondo ricco nel quale perdersi. Mai, nel cinema di Kaurismäki (che riprende comunque un classico della letteratura finnica), la fuga aveva messo in evidenza toni così tragici.
14. L’uomo senza passato: M, l’uomo colpito da amnesia, è in realtà in fuga da un matrimonio agli sgoccioli e da una vita in cui non riesce a trovare soddisfazione alcuna.
15. Le luci della sera: Koistinen, durante l’arco del film, ha ripetute occasioni per fuggire a un destino decisamente ingrato, ma non le sfrutta mai. Che la fuga, oramai, non abbia più senso?
16. Miracolo a Le Havre: Gran parte degli sforzi compiuti dal signor Marx nel film sono tesi alla riuscita della fuga in Inghilterra del giovane immigrato clandestino che ha trovato “in acqua”.

Com’è possibile notare fin da subito, anche per quanto riguarda la spinta utopistica verso l’oltre, l’al di là, lo sconosciuto, la carriera di Kaurismäki si sviluppa in due momenti diversi tra loro. Ancora più rispetto al tema dell’alienazione dell’uomo nella società contemporanea affrontato in precedenza, è percepibile uno scarto netto tra le prime opere del regista e quelle dirette dalla seconda metà degli anni Novanta in poi: la fuga è elemento indispensabile della messa in scena dei film degli esordi (si veda addirittura la netta somiglianza tra i finali di Calamari Union, Ombre nel Paradiso e Ariel, con quell’imbarcazione che, attraversando il mare – confine esclusivamente geografico, lontano dalla volubile prassi a cui ha abituato l’attualità politica – punta diretta verso Tallinn). Una fuga verso est che sottintende, nelle opere degli anni Ottanta, una sensazione di inadeguatezza nei confronti del mondo occidentale, plasmato a immagine e somiglianza degli Stati Uniti e che acquista, nello splendido ritorno a casa di Leningrad Cowboys Meet Moses, quel misto di instabilità e malinconia cui si faceva riferimento in precedenza. Tralasciando per un momento l’aspetto più direttamente geografico/politico del cinema di Kaurismäki – si tornerà sull’argomento nel seguito della disamina -, è preferibile soffermarsi nuovamente sull’innato istinto all’evasione che i personaggi descritti in punta di penna dal regista vivono in maniera continua e deflagrante. Due sono i paradigmi perfetti di questa prassi narrativa: Calamari Union e Leningrad Cowboys Meet Moses. Nel primo, esordio di Kaurismäki alla scrittura per se stesso (dopo aver svolto tale mansione in Valehtelija/The Liar, film di diploma del fratello Mika ed essersi “limitato” ad adattare il romanzo di Dostoevskij in Delitto e castigo), la dozzina di protagonisti, apostoli di chissà quale fede sperduti in una foresta spettrale come la Helsinki operaia degli anni ’80, si muove in maniera del tutto casuale alla ricerca del mitico quartiere Eira, agglomerato borghese edificato sulle rive del mare.

Torna dunque valido quanto accennato nel paragrafo precedente riguardo alla spinta verso la normalità dei reietti; una volta venuta meno la speranza di una tregua tra questi vagabondi e la società stessa, con la scoperta del vero volto di Eira, ecco sopraggiungere l’istinto alla fuga, alla preservazione di sé, con l’occhio che scruta l’orizzonte per cercarvi i segni di un’utopia possibile, di un mondo migliore, di una vita diversa. Marchiato a fuoco da un mood surreale e grottesco Calamari Union è, insieme a L’uomo senza passato, il film più kafkiano di Kaurismäki. Così come il protagonista de Il castello è mosso alla perpetua ricerca del raggiungimento della costruzione del titolo (palese metafora dell’ebreo errante alla ricerca della Terra Promessa), i Franck di Calamari Union hanno come unica motivazione al loro spostamento la ricerca di un eldorado, Eira. Anche per loro il vagare è destinato a rimanere tale, impossibilitato a una pacificazione, a una conclusione certa: la barchetta a remi sulla quale i due unici superstiti sfidano l’oceano è il simbolo dell’infinita reiterazione del gesto della fuga. Certo, al di là del mare ci potrebbero essere Tallinn, l’Unione Sovietica, un altro mo(n)do di dare senso alla vita, ma è solo un’ipotesi. Anche qualora non esistesse una meta così chiara i due Franck sarebbero comunque spinti al movimento, alla fuga, all’esilio. Non è la speranza a dettare le azioni dei personaggi di Kaurismäki, ma allo stesso tempo non è neanche il caso: è solo e semplicemente la loro condizione di esseri umani a spingerli alla fuga. E mentre in altre pellicole dell’autore questa esigenza sarà comunque mascherata dalla concatenazione di eventi (si veda la necessità della fuga in Ombre nel Paradiso e Ariel, tanto per fare esempi di opere vicine temporalmente a quella in questione), in Calamari Union è possibile inquadrarla con precisione nella sua essenza più pura, meno mediata, meno articolata.
Calamari Union è di per sé una fuga, irrazionale e grottesca quanto si vuole, ma che trasmette con estrema puntualità l’urgenza evasiva di Kaurismäki.

Estremamente diverso il discorso che si deve affrontare quando si parla di Leningrad Cowboys Meet Moses. Sul suo valore di capitolo conlcusivo dell’avventura dei Leningrad Cowboys ci sarà modo di elaborare teorie in seguito, ma è necessario rimarcarne il ruolo di termine svolto nella carriera del cineasta. Dopo un lungometraggio (Leningrad Cowboys Go America), un film-concerto (Total Balalaika Show) e quattro cortometraggi (Rocky VI, Thru the Wire, Those Were the Days e These Boots), tocca a Leningrad Cowboys Meet Moses mettere la parola fine su un sodalizio tra rock e cinema tra i più fruttuosi di tutti i tempi. Non è certo un caso se, per accomiatarsi da questo matrimonio temporaneo, Kaurismäki decide di mettere in scena una strabordante e folle avventura picaresca con partenza al sole del Messico e arrivo nell’est Europa dopo aver attraversato gli Stati Uniti e il vecchio continente: insomma, un road movie incessante che si trasforma ben presto in un accumulo di fughe impossibili. La band fugge non solo da un destino ingrato (l’insuccesso commerciale nel tempio del business, l’America), ma anche dalla polizia internazionale che vuole arrestarla per aver trafugato il naso della statua della libertà. L’esigenza della fuga trova dunque la sua destinazione ultima, in una doppia lettura – fuga come spinta a una nuova vita e allo stesso tempo come semplice atto per svicolare di fronte alle leggi dell’uomo – che ne arricchisce il senso. Leningrad Cowboys Meet Moses è un road movie, un’avventura picaresca, una commedia in odore di slapstick, un piccolo bignami di surrealismo; è sì tutto questo, ma è anche e soprattutto il testamento definitivo della poetica di Kaurismäki. Così come Calamari Union aveva segnato indelebilmente la sua maniera anni ’80, Leningrad Cowboys Meet Moses ne cristallizza senza possibilità d’equivoco quella degli anni ’90. Ma mentre nel primo caso si aveva a che fare con un autore alle prime armi e un intero universo ancora da spalancare di fronte agli occhi dello spettatore, con il saluto alla platea del bis concesso alla rock band finlandese Kaurismäki pone la firma in calce al suo testamento cinematografico; poco importa che dopo di esso siano venute alla luce altre splendide e uniche creature (e chissà quante altre ne arriveranno).
I personaggi dei suoi film non sentono più il bisogno impellente di fuggire perché oramai non hanno più un posto sul quale fantasticare. Non c’è più nessuna Eira, non c’è più l’Unione Sovietica, nessuna nave da crociera con falce e martello fiammeggiante diretta verso Tallinn. Anche i Leningrad Cowboys erano fuggiti verso una (la?) terra dei sogni, ma hanno fatto ritorno a casa, meno illusi e semplicemente inveccchiati. Il loro ultimo viaggio è uno sberleffo, dal primo all’ultimo minuto. Un pianto ridente, omaggio a un mondo che non c’è più.

Speciale Kaurismäki

Elegia della fuga – Il cinema di Aki Kaurismäki
Un viaggio nel cinema di Aki Kaurismäki, tra alienati e band stralunate, luci della sera e nuvole in movimento, miracoli e sogni di fughe impossibili nell’est sovietico. Nel tentativo di penetrare la corazza di un autore fondamentale per il cinema europeo dell’ultimo trentennio.

 

Gli alien(at)i sono tra noi
I protagonisti dei film di Aki Kaurismäki, alla ricerca di un posto in cui (soprav)vivere, sono perdenti e proletari, eroi del nuovo mondo, chiusi come tutti nella prigione della società. Ma loro, per lo meno, consapevolmente.

 

Elegia della fuga
Il tema della fuga acquista fin dagli esordi una centralità assoluta all’interno della poetica di Aki Kaurismäki. Dai Franck alla ricerca dell’eldorado in Calamari Union fino ai Leningrad Cowboys che vanno e tornano dalla terra dei sogni.

 

Tra New York e Mosca
Aki Kaurismäki, nel corso della sua filmografia, ha spesso messa in scena, contrapponendoli, il mito americano e quello sovietico, tra ipotesi di fughe verso est e il fascino degli oggetti prodotti nella patria del Capitale.

 

Leningrad Cowboys Meet Kaurismäki
Il momento cruciale dell’intera carriera di Aki Kaurismäki con ogni probabilità è rappresentato dall’incontro con i Leningrad Cowboys, autoproclamatisi come la peggiore band del pianeta, persa tra standard statunitensi e cori russi.

 

Rock the Tundra
Il rock, nel cinema di Aki Kaurismäki, si muove sottopelle, attraversando l’intera filmografia del regista finlandese e penetrando in profondità, là dove è difficile fermarsi davvero ad ascoltare. Un percorso amoroso e vitale, cultrale, politico.

 

Matti e i suoi fratelli
Aki Kaurismäki non è “solo” un grande autore del cinema europeo contemporaneo; nel corso della sua carriera ha avuto la capacità di costruire attorno a sé una factory o, meglio, una famiglia in grado di seguirlo di set in set, senza abbandonarlo mai.

 

Dedicato a…
Il cinema di Aki Kaurismäki, pur così riconoscibile e dotato di un immaginario difficile da confondere con altro, non nasce certo dal nulla. Quali sono i riferimenti culturali – cinematografici, certo, ma non solo – del regista finlandese? E in che modo questa comunione d’amorosi sensi prende corpo sullo schermo?

 

Kaurismäki/Jarmusch: come in uno specchio
Tra Orimattila e Akron, nell’Ohio, corre una distanza di quasi settemila chilometri. Una distanza completamente annullata dall’esperienza autoriale di Kaurismäki e di Jim Jarmusch, che sembrano protesi in un infinito dialogo a distanza tra pellicole.

 

Per un cinema europeo
Cos’è l’Europa per Aki Kaurismäki? Quale volto e ruolo assume il Vecchio Continente nelle pieghe del cinema del regista finlandese? E in prospettiva quali sono le utopie, se esistono ancora, rintracciabili nel suo sguardo prospettico?

 

La fine (?)
In quale direzione si muoverà d’ora in avanti il cinema di Aki Kaurismäki? Quale storie lo interesseranno maggiormente, e perché? Anche l’incontro con uno dei più importanti autori europei degli ultimi decenni volge al termine…

 

Info
Calamari Union, un trailer.
  • elegia-della-fuga-aki-kaurismaki-24.jpg
  • elegia-della-fuga-aki-kaurismaki-23.jpg
  • elegia-della-fuga-aki-kaurismaki-22.jpg
  • elegia-della-fuga-aki-kaurismaki-21.jpg
  • elegia-della-fuga-aki-kaurismaki-20.jpg
  • elegia-della-fuga-aki-kaurismaki-19.jpg
  • elegia-della-fuga-aki-kaurismaki-18.jpg
  • elegia-della-fuga-aki-kaurismaki-17.jpg
  • elegia-della-fuga-aki-kaurismaki-16.jpg
  • elegia-della-fuga-aki-kaurismaki-15.jpg
  • elegia-della-fuga-aki-kaurismaki-14.jpg
  • elegia-della-fuga-aki-kaurismaki-13.jpg
  • elegia-della-fuga-aki-kaurismaki-12.jpg
  • elegia-della-fuga-aki-kaurismaki-11.jpg
  • elegia-della-fuga-aki-kaurismaki-10.jpg
  • elegia-della-fuga-aki-kaurismaki-09.jpg
  • elegia-della-fuga-aki-kaurismaki-08.jpg
  • elegia-della-fuga-aki-kaurismaki-07.jpg
  • elegia-della-fuga-aki-kaurismaki-06.jpg
  • elegia-della-fuga-aki-kaurismaki-05.jpg
  • elegia-della-fuga-aki-kaurismaki-04.jpg
  • elegia-della-fuga-aki-kaurismaki-03.jpg
  • elegia-della-fuga-aki-kaurismaki-02.jpg
  • elegia-della-fuga-aki-kaurismaki-01.jpg

Articoli correlati

  • In sala

    L'altro volto della speranza RecensioneL’altro volto della speranza

    di In concorso alla Berlinale il nuovo lavoro di Aki Kaurismäki, L'altro volto della speranza: tra colori pastello e musica country la storia di un rifugiato siriano e la satira di una società che vede le culture diverse solo come cibo etnico.
  • Buone feste!

    Leningrad Cowboys Meet Moses

    di Di nuovo i folli musicisti della tundra incontrano Aki Kaurismäki, per un viaggio a ritroso alla (ri)scoperta dell'Europa. Il muro è crollato, o no?
  • Buone feste!

    Leningrad Cowboys Go America

    di Il primo incontro tra la musica dei Leningrad Cowboys e il cinema Aki Kaurismäki è questo folle road-movie che attraversa il mito americano facendosene beffe.
  • AltreVisioni

    Centro histórico RecensioneCentro histórico

    di , , , Con la firma di quattro grandi registi (Aki Kaurismäki, Pedro Costa, Víctor Erice e Manoel de Oliveira) si delinea in Centro histórico un ritratto multiforme dell'uomo e del suo rapporto con lo scorrere del tempo, con le sue rivoluzioni, le sue conquiste, le sue piccole e grandi battaglie quotidiane.
  • Archivio

    Miracolo a Le Havre RecensioneMiracolo a Le Havre

    di Aki Kaurismäki torna in concorso al Festival di Cannes con un melodramma in bilico tra tragedia e fiaba, in attesa di un miracolo forse non poi così impossibile...
  • AltreVisioni

    J’ai toujours rêvé d’être un gangster

    di Con J’ai toujours rêvé d’être un gangster, suo secondo lavoro sulla lunga distanza, il regista francese Samuel Benchetrit firma un bel noir sulle orme di Jim Jarmusch. A Locarno 2007 e inedito in Italia.
  • DVD

    Ariel

    di Con Ariel Aki Kaurismäki nasconde nella rocambolesca storia di un uomo uno spaccato amaro e crudele della crisi economica nella Finlandia capitalista degli anni Ottanta.
  • DVD

    Calamari Union

    di Il secondo lungometraggio diretto da Aki Kaurismäki è anche il primo di una lunga lista di capolavori. In dvd con la Dolmen.
  • Torino 2016

    La vera storia di Olli Mäki RecensioneLa vera storia di Olli Mäki

    di L'esordio al lungometraggio di Juho Kuosmanen evoca scenari kaurismakiani secondo ritmi narrativi più consueti di commedia agrodolce. Malinconica celebrazione del basso profilo, è anche un biopic sportivo "al contrario".
  • TFF 2018

    heavy trip recensioneHeavy Trip

    di , Heavy Trip, film d'esordio per i finlandesi Jukka Vidgren e Juuso Laatio, è un viaggio divertito ma solo a tratti divertente nell'immaginario metal scandinavo. Difficile comunque pretendere di più da un racconto di amicizia piccolo, minuto e non privo di sorprendenti tenerezze. Al Torino Film Festival in Afterhours.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento